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Icone: Julio Cesar, l’acchiappasogni

Oggetto strano l’acchiappasogni, con tutte le sue trame e quelle piume a penzoloni. Per l’antica tribù dei Cheyenne era un dono della Donna Ragno che, proprio come una ragnatela, tratteneva qualcosa di speciale: i sogni. Anche gli interisti hanno avuto un loro personalissimo e preziosissimo acchiappasogni, ma invece di venire dal Nord America veniva da Duque de Caxias, nel cuore di Rio de Janeiro, Brasile. Il suo nome era Julio Cesar.

Di sogni Julione ne ha trattenuti diversi, il più prestigioso è senza dubbio quello dalle grandi orecchie. Ma non ha fatto gioire solo la Milano nerazzurra. E infatti può sembrare una comica, ma il suo lungo viaggio parte con i colori rosso e nero della camisa del Fla. Fu l’inizio di una storia degna di essere raccontata. Noi lo faremo, successo dopo successo…

Predestinato

Julio Cesar nasce, calcisticamente parlando, nel campionato carioca. Dal 1997 è aggregato alla prima squadra del Flamengo. La sua chioccia era Clemer Melo da Silva, per gli amici Clemer, un veterano vecchia scuola. In Sud America se lo ricordano per i trofei ottenuti con lo Sport Club Internacional de Porto Alegre, come la Libertadores del 2006. Ma alla base dei suoi successi c’è lo zampino del giovane Julio: anche per quanto dimostrato con nel Campionato Sudamericano U-20, allo scoccare del nuovo millennio e a soli 21 anni si è già preso la titolarità, spodestando Clemer e costringendolo all’addio. Con lui tra i pali il Fla spicca il volo e si conferma una big del calcio brasiliano. Le buone prestazioni non passano mai inosservate: Carlos Alberto Parreira lo vuole nella sua rosa per affrontare la Copa America del 2004. Tra i convocati c’è anche il milanista Nelson Dida, nel pieno della sua carriera e per questo il favorito per scendere in campo. Parreira sorprende tutti e lo fa accomodare in panchina. Gioca Julio. E come gioca…

Decisivo alla lotteria dei rigori in semifinale contro l’Uruguay, dove para il tiro di Vicente Sanchez, si ripete nella finalissima con gli eterni rivali dell’Argentina, ipnotizzando Andres D’Alessandro. Il Brasile vince la Copa per la settima volta nella sua storia. Julio Cesar si presenta così a tutto il mondo.

Julio Cesar 2004 - Riserva di Lusso
Julio Cesar in formato super ai calci di rigore con l’Argentina (Foto: Orlando Kissner/AFP via Getty Images – OneFootball)

Neanche a dirlo, la partita era così prestigiosa ed importante che fu seguita da diversi addetti ai lavori dei club europei. Tra questi anche quelli dell’Inter, impegnati a monitorare l’Imperatore Adriano (autore del gol che regala in extremis il pari alla Seleçao, tra l’altro). Massimo Moratti rimane stregato da quel pararigori e inizia a studiare un piano per portarlo all’ombra del Duomo. C’è solo un piccolo problema: i nerazzurri non hanno slot disponibili per tesserare un altro extracomunitario. Urge trovare una soluzione immediata, prima che il giocatore firmi per qualche altra compagine. Al presidente viene in mente l’idea di “parcheggiarlo” in prestito al Chievo Verona dell’amico Luca Campedelli per poi riprenderselo all’inizio della stagione 2005/06: i clivensi danno l’ok, Julio Cesar-Inter si fa. Nulla da dire sulla parentesi veronese: fa il terzo dietro a Marchegiani e Marcon. Paradossale.

Al top

Non riceve un’accoglienza calorosa dai tifosi del biscione, che lo vedevano come una minaccia al loro idolo Francesco Toldo. Entra in punta di piedi nello spogliatoio, ma Roberto Mancini lo nota subito. Passa solo una partita in panchina (la Supercoppa Italiana 2005, Juventus Inter 0-1), poi diventa il nuovo custode della porta di San Siro. Nel suo primo anno vince la Coppa Italia e, dopo lo scandalo Calciopoli, anche lo Scudetto. A riguardo dirà:

Avrei preferito vincerlo sul campo, ma me lo tengo stretto. In fondo non siamo stati noi a sbagliare…

Inizia un ciclo. L’Inter e Julione si prendono tutto. Anche quando mister Mancini dice addio non cambia la sinfonia: nel suo ufficio si accomoda José Mourinho, il condottiero. L’obiettivo è la coppa dalle grandi orecchie. Al primo tentativo va male. Il secondo sarà quello buono.

Prima di cantarne le lodi, ricordiamo quello che ha dovuto affrontare Julio Cesar nel febbraio 2010. Quando tutto girava per il verso giusto, i media lo consideravano tra i migliori portieri in circolazione e l’Inter era in testa alla classifica di Serie A, il brasiliano si schianta con la sua Lamborghini nuova di zecca in zona San Siro. Nell’incidente si procura una contusione niente male tra il naso e la fronte, nonché svariate escoriazioni su tutto il volto. Il tutto a pochi giorni da Inter-Chelsea, andata degli ottavi di finale di Champions League (si parlava già di “partita dell’anno” perché i nerazzurri inseguivano quel titolo da tempo e, dopo un girone al di sotto delle aspettative, avrebbero dovuto vedersela subito con avversari del calibro di Carlo Ancelotti e Didier Drogba). Passa solo qualche ora sotto osservazione al Niguarda di Milano, poi firma e se ne va…

Firmo le dimissioni perché domattina devo allenarmi: ho una partita importante e voglio giocare!

Era la vigilia del match ma non si allenò, lo staff non glielo permise. In casa Inter aleggia pessimismo, ma lui non si dà per vinto e nella stessa giornata si fa ridurre la contusione. È folle a pensare di poter giocare, tanto quanto lo Special One che lo manda ugualmente in campo a difendere i pali. Davanti ai 79 mila cuori del Meazza si presenta sfigurato, nell’aspetto e nelle capacità. Al 51′ non riesce a leggere la traiettoria di Salomon Kalou e regala il gol che vale il momentaneo 1-1 agli inglesi. I campioni d’Italia vincono (2-1) grazie ad una rasoiata di Esteban Cambiasso.

Julio Cesar Inter Chelsea - Foto Andrea Staccioli Imago OneFootball
Julio Cesar in Inter-Chelsea del 2010 (Foto: Andrea Staccioli/Imago – OneFootball)

Per Julio Cesar non è stata una serata facile e, a dire la verità, anche negli incontri successivi fa fatica. Commette un errore madornale all’Olimpico contro la Roma, partita che avrebbe potuto scucire lo Scudetto all’Inter (ma che, per sua fortuna, passerà inosservato). Anche i migliori sbagliano. Intanto il cammino in Europa prosegue: liquidato il CSKA Mosca, gli uomini di Mou si aggiudicano il primo atto dello scontro tra titani con il Barcellona. Tra l’Inter e la finale di Champions restano 90 minuti di fuoco, l’occasione giusta per Julio Cesar per uscire dal tunnel.

Senza troppi giri di parole, quel Barça non aveva rivali: il tiki-taka ideato da Pep Guardiola veniva brillantemente messo in opera da fenomeni del calibro di Xavi e Iniesta e dall’extraterrestre Lionel Messi, il più forte di tutti. In un’intervista a Sport Gerard Piqué aizza i tifosi catalani con una sola parola: “¡Pasaremos!”. Non aveva fatto i conti con i guantoni dell’estremo difensore nerazzurro. Non è scoccata neanche la prima mezzora di gioco quando Thiago Motta vede sventolarsi sotto il naso un dubbio cartellino rosso, Mourinho parcheggia il bus davanti alla propria porta e parte l’arrembaggio blaugrana. Dei 14 tiri dei padroni di casa ne va a segno solamente uno (proprio di Piqué, tra l’altro), ma la vittoria di misura non basta: l’Inter vola in finale. Vola come il ritrovato Julio Cesar in occasione della parata miracolosa sul sinistro a giro di Messi. Quella è l’immagine della partita e c’è la sua firma, elegante ed inconfondibile.

Il 22 maggio 2010 va in scena la finale di Madrid, vinta per 2-0 contro il Bayern Monaco. È Triplete. Quell’Inter, ogni suo singolo, entra nella storia. Insieme a capitan Zanetti e al principe Milito c’è anche l’Acchiappasogni, che sentenzia:

È il momento più bello della mia carriera.

Mourinho lascia il club da vincente, anche se a dirla tutta la cavalcata non è ancora finita. Manca la ciliegina sulla torta: il Mondiale per Club. A guidare la squadra a quel successo è Rafa Benitez, che aveva avuto un avvio tra alti e bassi. Lo spagnolo, infatti, si era presentato conquistando la Supercoppa Italiana, ma a una settimana di distanza aveva perso nonostante i favori del pronostico la Supercoppa UEFA contro l’Atletico Madrid. In più si erano venute a creare alcune frizioni con Massimo Moratti e la rosa. Tornando al Mondiale, che quell’anno si disputava ad Abu Dhabi, l’Inter affronta e batte sia i coreani del Seongnam che i camerunensi del Mazembe per 3-0. Un titolo “facile”, una formalità, se vogliamo. Julio Cesar non ha avuto molto da fare (l’unico brivido tra semifinale e finale è la girata sotto porta del modesto Kaluyituka), ma la vittoria se l’è goduta comunque. Se l’è goduta sul tetto del mondo con i connazionali Lucio e Maicon. Tre amici che hanno scritto la storia dell’Inter e che, per ragioni diverse, di lì a poco l’avrebbero lasciata.

Journeyman

Tutte le storie hanno una fine. Questo finale, però, non verrà unanimemente riconosciuto come lieto. Dopo la travagliata stagione 2011/12, conclusa al sesto posto in classifica e per la prima volta in dieci anni fuori dalla zona Champions, alla Pinetina tira aria di cambiamenti. Per 15 milioni di euro arriva in nerazzurro Samir Handanovic, pronto al grande salto. Nulla di preventivato per Julione, messo all’angolo. Cerca di capire il perché di quella mossa, vorrebbe continuare la sua avventura milanese e anche se tutti, compreso lui, sapevano cosa stava per succedere, sotto sotto sperava di sbagliarsi. Nulla da fare. È l’ennesimo eroe del Triplete accompagnato ai cancelli di San Siro con un fagottino pieno di ricordi. L’ultimo il derby della linguaccia a Ibra, quello dello sgambetto ai cugini rossoneri, vinto 4-2.

Fosse stato per me, sarei rimasto all’Inter fino a fine carriera. Sono successe alcune cose che non ho capito, ma ho sempre avuto grandissimo rispetto per la società per tutto quello che mi ha dato e ho accettato la decisione. Handanovic? Anche se non ha giocato spesso in Europa, per me uno dei 5 migliori portieri al mondo. 

Julio Cesar QPR - Imago OneFootball
Julio Cesar ai tempi del QPR (Foto: Imago – OneFootball)

Dalle stelle alle stalle. Stalle di lusso, visto che si parla pur sempre di Premier League, ma non ce ne vogliano i tifosi del Queens Park Rangers se riconosciamo ai nerazzurri una netta superiorità nei loro confronti. Al primo anno a Londra gioca appena 26 partite. La squadra non riesce a salvarsi e sprofonda in Championship, campionato nel quale non farà neanche una presenza in sei mesi, sorpassato da Robert Green nelle gerarchie. Ne ha abbastanza. Basta fare la riserva sotto la pioggia d’oltremanica. Convince il QPR a girarlo in prestito al Toronto in MLS. In Canada va leggermente meglio, ma anche quella non sarebbe stata la sua casa a lungo.

Nonostante qualche incidente di percorso e gli anni che avanzano, il ruolo di titolare nella Seleçao è ancora suo. Il commissario tecnico Luiz Felipe Scolari guarda più a quello che Julio Cesar ha fatto con la nazionale piuttosto che a quello che non ha fatto con i club. Nel 2013 era stato premiato come miglior portiere della Confederations Cup, titolo aggiunto in bacheca grazie al 3-0 in finale sulla Spagna. Si fida ciecamente di lui e gli regala la possibilità di giocarsi una Coppa del Mondo in casa. Sarebbe stata l’ultima per lui. L’ultima samba. Il Brasile partiva favorito, come spesso gli capita: primo posto nel girone con Messico, Croazia e Camerun; ottavi di finale superati ai rigori contro il Cile; vittoria sulla Colombia del 22enne di belle speranze James Rodriguez ai quarti. Avanti il prossimo…

Al popolo verdeoro interessava relativamente delle perdite per infortunio di Neymar e Thiago Silva. L’entusiasmo aveva raggiunto il picco, tutti erano convinti che nessuno avrebbe impedito loro di proclamarsi hexa campeones, nemmeno la Germania. E invece ecco il dramma. A Belo Horizonte, davanti agli occhi increduli e piangenti di oltre 60 mila spettatori, va in scena in quello che viene ricordato con il nome funesto di Mineirazo. I tedeschi surclassano i padroni di casa: 5 gol nei primi 29 minuti, 7-1 al triplice fischio. È la peggior sconfitta nella storia della della nazionale brasiliana. L’Acchiappasogni scoppia in lacrime in diretta TV nel post partita. Non solo non si capacitava di come fosse possibile ritrovarsi a raccogliere per sette volte il pallone dal fondo del sacco, ma era anche amareggiato perché non rimanevano più sogni da prendere. Tutti in frantumi, come il cuore della sua gente, come il suo. Scarico, gioca e perde la finale per il terzo e quarto posto contro l’Olanda (3-0) e si congeda dalla Seleçao.

Julio Cesar Brasile Germania - Foto Imago OneFootball
Julio Cesar e il Brasile si annientati dalla Germania a Belo Horizonte (Foto: Imago – OneFootball)

Il 14 agosto 2014 si trasferisce a parametro zero al Benfica. È la terza maglia diversa che indossa dall’inizio dell’anno solare. Non è abituato a tutti questi traslochi. Ormai da tempo non ha quella la serenità che lo accompagnava ai tempi dell’Inter, né un pubblico in grado di dargli amore e sostegno come la Nord aveva fatto. Eppure con le aquile di Lisbona è diverso, sente che è la piazza giusta per rialzarsi e dimostrare al mondo intero che non è un giocatore finito. Detto, fatto: in tre stagioni si laurea sempre campione di Portogallo, vince una Taça de Portugal e una Supercoppa Portoghese. Fattore non da poco nella rinascita di Julio è il ritorno sulla scena europea, a quella sinfonia che lo porta indietro nel tempo e lo esalta. Non sempre titolare e mai oltre la top 8 del torneo, questo è vero, ma di sicuro al portierone brasiliano non sarà dispiaciuto affatto tornare ad affrontare le superpotenze del Vecchio Continente. Scaduto il suo contratto, ringrazia la squadra che gli ha fatto vivere una seconda giovinezza, fa le valigie e torna in patria.

Casa dolce casa

Alla soglia dei 40 accetta l’ultima sfida prima di appendere gli scarpini al chiodo e firma un contratto trimestrale con il suo Flamengo. Giusto il tempo di rimettersi in forma e prepararsi ad un’ultima partita davanti al suo pubblico. Sembra un film: lo scenario è quello perfetto, suggestivo, del Maracanã tutto esaurito. La doppietta di Henrique Dourado che piega il Club América passa quasi inosservata. Tutte le attenzioni vanno all’estremo difensore che si concede un’ultimo clean sheet e festeggia facendo l’aeroplanino. Questa volta il triplice fischio segna anche la fine della sua carriera. Spazio alle emozioni.

Lo chiamavano l’Acchiappasogni, un professionista impeccabile e una persona genuina. Icona del calcio e della vita.

Autore

Viterbese classe ’99, muove i primi passi con ai piedi un pallone e, neanche a dirlo, se ne innamora. Quando il calcio giocato smette di dare speranze, ci pensa giornalismo sportivo a farlo sognare. E se si fosse trattato di campo, essere riserva di lusso lo avrebbe fatto rosicare… alla tastiera non potrà che essere un valore aggiunto.

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