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A due passi dal destino: Arpad Weisz

Quanto può essere strana e cinica l’esistenza umana? Non ne abbiamo certezza finchè non lo proviamo sulla nostra pelle, ma talvolta l’esperienza altrui può darci un grosso indizio. Capita, a volte, di dover assencondare il volere del più acerrimo dei nemici per poter realizzare il proprio sogno; capita, a volte, che quel sogno non basti. Ce lo racconta la storia di Arpad Weisz, un Jude, uno di quelli che avrebbe rinunciato alla sua più grande passione per conoscere il suo destino; e invece, tutto è terminato in un gelido 31 gennaio. O forse era tutto finito quasi quattro mesi prima, nello stesso posto, in un altrettanto glaciale 7 ottobre.

Sotto la Torre

Sarebbe ingiusto ed irrispettoso lasciarvi sulle spine troppo a lungo, perciò è il caso di analizzare quelle parole scritte in precedenza: cosa voglio dire con quell’assecondamento nei confronti del più acerrimo dei nemici? Per scoprirlo bisogna sedersi idealmente all’interno di un’arena, una vera e propria meraviglia architettonica per l’anno in cui è stata edificata, il 1927.

Stadio Littoriale
Stadio Littoriale (Fonte foto: FIGC)

Dovreste riconoscerlo, seppur sotto altre vesti; magari più colorate, tendenti al rossoblù: è il Littoriale, quello che sarebbe diventato il Comunale al termine del secondo conflitto mondiale. Nella Bologna dell’autunno 1926 non potevano che essere fieri; il gerarca Arpinati aveva realizzato questa maestosità dopo un anno e qualche mese dalla prima pietra, in modo tale da permettere al Duce di inaugurarla il prima possibile.

Vada per il 31 ottobre: Mussolini dà il suo lieto benestare all’apertura di questo gioello, capace di ospitare 50.100 spettatori. Bologna era improvvisamente diventata uno dei fari più luminosi nell’Italia fascista: due anni dopo viene edificata la Torre Maratona, con in cima la Nike alata (con l’ovvio fascio littorio) e nella cui nicchia viene posizionata una statua equestre dedicata al Duce, e nel 1934 il Littoriale ospita persino la fase finale dei Mondiali, con l’Italia trionfante a suon di saluto romano.

Ricordate l’assecondare il rivale? Tutto nasce in questo maestoso stadio, perché è qui che trionfa il protagonista della nostra storia.

Arpad Weisz, italiano d’adozione

È strano, perché il suo primo approccio con il nostro Paese non fu dei migliori; da buon ungherese, fu selezionato per combattere nel 1915 contro il Regno d’Italia, ma a fine novembre viene catturato ai piedi del Monte Mrzli, ad ore ed ore di distanza da Solt, dove nacque nel 1896. Rimasto prigioniero a Trapani per diversi anni, riesce a tornare in patria a conflitto terminato; papà Lazzaro vorrebbe che il giovane Arpad diventi avvocato, ma lui ha questa innata passione per un gioco che si sta internazionalizzando sempre di più: il calcio.

Si sviluppa come ala sinistra, corre disperatamente su quella fascia verso una chiamata in Nazionale; sa di meritarla, perché a 23 anni ha già fatto le fortune del Törekvés. Lo chiamano per le Olimpiadi di Parigi 1924, perché ancora non era stata concepita l’idea di un Mondiale calcistico: ancora troppo di nicchia quel passatempo, serve tempo. Il tempo servirebbe anche ai magiari, perché forti son forti, ma qualcosa non va nell’economia della squadra: eh si, direi che qualcosa non funziona per davvero.

C’entra (e c’entrerà fin troppo, nella traiettoria di Arpad Weisz) quello Jude che avete letto all’inizio; non è l’unico, sono in tanti, e prendono una decisione storica, sfrontata: perderanno con il modesto Egitto, perché non possono sopportare l’idea di essere governati da Miklós Horthy, antisemita per antonomasia. Ma torniamo all’Italia.

Weisz (a destra) con la maglia dell'Inter
Weisz (a destra) con la maglia dell’Inter (Fonte foto: Repubblica Milano)

Era passato diverso tempo dalle galoppate al Bihari úti Sportpálya, stadio che non aveva niente a che vedere con quelli in cui giocherà ed allenerà sul suolo italiano; abbiamo parlato di Bologna, ma Arpad fu protagonista (con l’Inter) anche al Fossati di via Goldoni 61, a Milano, e (con l’Alessandria) al “pollaio” del quartiere Orti. Poi, avvenne il crac: infortunio al ginocchio, tentativo di recupero e viaggio terapeutico in Uruguay, a racimolare segreti e consigli dal Dream Team dei vari Nasazzi, Castro e Scarone.

Niente da fare: Arpad deve passare dal campo alla panchina. Sarà la decisione più valida ed al contempo più tragica della sua storia.

Olimpo

Aveva lasciato bei ricordi in quella breve parentesi in nerazzurro, tant’è che, terminata la sua avventura da vice-allenatore all’Alessandria, venne chiamato dal Senatore Borletti a guidare l’Ambrosiana. Ambrosiana? Sì, perché Internazionale, in quel periodo, non andava molto di moda. Non solo, anche Arpad e sua moglie Ilona furono costretti ad italianizzare la propria identità: da quel momento negli archivi di Stato sparisce la W, sostituita con la V.

Nonostante le condizioni sfavorevoli, Arpad porta i suoi al terzo Scudetto nella storia del club; ha solo 34 anni, ma è destinato a fare la storia: scrive un manuale sul gioco, istituisce una dieta per i calciatori e scopre un giovane talento, un ragazzo fragile del settore giovanile. Ne sentirete parlare: di nome fa Giuseppe e di cognome Meazza, ma per tutti è Beppino, il Balilla.

Meazza (a sinistra) con Weisz (al centro)
Meazza (a sinistra) con Weisz (al centro) (Fonte foto: Cartoline dal Ventennio)

Ed eccoci qui. Questo giovane ebreo ungherese arriva all’apice della propria carriera, in quello stadio tanto voluto dal regime fascista; è tutto qui l’assecondamento, quello che tace l’ardente desiderio di vendetta di un uomo destinato a non essere mai totalmente felice per quello che fa. Vince, vince tutto, ma lo fa sottostando alle direttive di uomini che vorrebbero vederlo perdere, marcire nei bassifondi della società. Arpad, però, è un tecnico sopraffino: ne sanno qualcosa a Bologna.

È a pochi passi dalla statua equestre di Mussolini che Weisz (sì, perché non avrebbe mai voluto essere chiamato in un altro modo) fa le fortune degli emiliani: due Scudetti tra il 1935 ed il 1937, anno in cui il Grande Bologna mostra la propria forza anche fuori dai confini italiani.

Il Bologna di Weisz vittorioso a Parigi
Il Bologna di Weisz vittorioso a Parigi (Fonte foto: Football Pills)

L’idea di una competizione continentale per le migliori compagini d’Europa, sulla falsa riga della Champions League, non era ancora balenata nei pensieri dei principali dirigenti sportivi dell’epoca; per decretare la migliore del Vecchio Continente, quindi, bisogna aspettare le esposizioni universali.

Nel 1937 fu il turno di Parigi, che ospitò un vero e proprio dream match: da una parte il Bologna di Aspar, dall’altra l’inarrestabile Chelsea di Leslie Knighton, guidato principalmente da Sam Weaver e Jimmy Argue; i felsinei, però, ribaltano i pronostici della vigilia: Busoni ed una tripleta di Reguzzoni portano il Bologna in cima all’Europa.

Weisz ha vinto ancora, ma il tempo dei festeggiamenti durerà molto poco.

Tradito

La sorte di quell’uomo era scritta sulla sua pelle: uno Jude, nell’Italia del 1938, non poteva starci. Arpad pensava (forse ingenuamente) di poter essere un’eccezione, ma le leggi razziali non lasciavano spazio ad asterischi; pensava di continuare a condurre quella squadra leggendaria, tornando con il sorriso a casa, dove lo aspettavano Ilona ed i suoi figli, Roberto e Clara: niente da fare, non si poteva rimanere.

La famiglia Weisz
La famiglia Weisz (Fonte foto: Matteo Marani)

I Weisz si rifugiano ad un paio d’ore da una delle tante case adottive di Arpad, quell’Alessandria che gli aveva permesso di formarsi come guida tecnica; anche Bardonecchia, però, non basta: quel Paese con cui aveva coltivato un amore reciproco ora lo scacciava, destinandolo ad un avvenire senza domanda né risposta.

Prova ad andare a Parigi, dove pochi mesi prima era stato portato in trionfo dai suoi giocatori: chissà, magari bisogna rivivere il passato per poter cambiare il futuro. Effettivamente, una svolta sembra esserci, ma Arpad non sa ancora che sarà la sua seconda scelta meno lieta, dopo quella di diventare allenatore. Sono complementari, perché una decisione non può vivere senza l’altra, e portano ad un’infelice illusione: lo ingaggia il Dordrecht, squadra olandese che si allena ad Amsterdam. Se a Bologna era a due passi dal destino, nei Paesi Bassi è prossimo all’epilogo.

Dopo un paio d’anni in terra olandese, infatti, i Weisz finiscono in trappola; la Gestapo entra in città nel maggio 1942, consapevole di avere vita facile nell’individuare gli ebrei stanziatisi lungo i canali: hanno tutti la stella gialla sul petto, compresi Arpad, Ilona ed i piccoli. È inevitabile: vengono portati al campo, ma non ha spalti, manto erboso e panchine.

Il nemico di Arpad Weisz

Prima a Westerbork, poi ad Auschwitz. Prima il 7 ottobre, quando le docce fanno proprie i corpi di Ilona, Clara e Roberto, poi il 31 gennaio di 76 anni fa, quando anche Arpad si rende definitivamente conto di quanto le sue scelte l’abbiano condannato, dopo avergli fatto assaporare la vittoria.

Sconfitto da quel cinismo irrazionale, ucciso da chi l’aveva ingannato, dandogli l’illusione che il pallone potesse superare un odio insensato: sempre ad un passo dall’ultimo capitolo del suo romanzo, quella camera a gas che si era portata via le tre anime della sua vita. Arpad ha sempre trionfato assecondando chi gli sbarrava la strada, ma in quel gelido giovedì di fine gennaio ha vinto qualcun altro. Ha vinto il nemico.

La targa commemorativa per Arpad Weisz a Bologna
La targa commemorativa per Arpad Weisz a Bologna (Fonte foto: Repubblica Bologna)
Autore

Classe 2000. Il classico nome romano per un pavese di origini calabresi; geografia a parte, aspira a guadagnarsi da vivere raccontando le storie degli sport che ama, dal calcio al basket. È destinato a soffrire: tifa Inter.

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