Un metro e sessantotto, polmoni d’acciaio, umiltà d’oro e sorriso contagioso dal valore inestimabile.

Questo è l’essere di Kanté. Il giocatore più pagato del regno di Stamford Bridge, pure di più del principe Hazard, N’golo è anche il primo in timidezza e in chilometri percorsi sul campo al servizio dei compagni, sempre troppi.

Si metta agli atti inoltre, alla voce “capitan timidezza”, come la notte del 15 luglio 2018, durante i festeggiamenti per la vittoria del mondiale della sua Francia contro la Croazia, ogni calciatore del globo terracqueo (ma anche chi scrive) avrebbe brandito lo smartphone nella mano sinistra e la preziosa coppa nella mano destra per raccontarsi nelle stories ai propri seguaci.

Tutti noi lo avremmo fatto, ma non N’golo.

Kanté era in disparte come un addetto ai lavori qualsiasi, lui non voleva imporsi con i compagni o sembrare egoista quando Nzonzi, capita la situazione, chiese ai compagni l’ambito trofeo per metterlo nella mani del franco-maliano affinché anch’egli potesse immortalarsi con la coppa del mondo e celebrare.

Quando poi anche i compagni di squadra esaltarono con un coro le doti e il talento del piccolo centrocampista box-to-box, lui con estremo imbarazzo e sottovoce, chiese di cambiare canzone:

Diventare N’Golo Kanté

Non si è N’golo Kanté per caso.

Lo si diventa quando perdi il tuo papà a 11 anni e devi provvedere per il resto della tua famiglia facendo la raccolta differenziata porta a porta nel tuo quartiere del comune di una metropoli come Parigi per sbarcare il lunario.

Lo si diventa decidendo di correre per 5 km prima di ogni allenamento per aumentare la resistenza in campo e la tenuta atletica, rifiutando di ricevere il 10% dei diritti d’immagine che ne formano lo stipendio da 290.000 sterline a settimana da conti off-shore provenienti dall’isola di Jersey.

Si è Kanté anche quando, perdendo un treno alla stazione di Londra, si accetta l’invito di un tifoso per andare a cena da lui, come una persona normale. Normalissima.

Per essere Kanté ci si deve trasferire dal Caen al Leicester senza essere automunito, salvo poi dotarsi di una MINI di seconda mano per raggiungere gli allenamenti e continuare a usare la stessa mini ancora oggi al Chelsea, nonostante sia il terzo giocatore più pagato della Premier League, dietro solo a Sanchez e Ozil.

La storia di N’golo è fatta di corse tutte d’un fiato, di Premier League vinte back-to-back con squadre diverse. Per la precisione è il terzo giocatore ad aver vinto la premier league back-to-back con due squadre diverse, mettendosi alle spalle di Eric Cantona e del suo ex-compagno di squadra ai tempi del Leicester, Mark Schwarzer, estremo difensore australiano che ci era riuscito proprio nell’anno della vittoria del Leicester avendo vinto il campionato della regina un anno prima (2014-2015) con il Chelsea di Mourinho.

Quando N’golo era riserva di lusso al Boulogne (terza divisione francese), una presenza su trentotto in Ligue 2, ogni mattina correva per 5 km prima di andare all’allenamento, nonostante il suo allenatore gli consigliò di lasciar perdere il calcio perché non era per lui. Lui, invece, è diventato N’golo Kanté.

Autore

Classe ‘87, cresciuto con un padre calciofilo, si accorge del calcio solo a 7 anni durante il mondiale di USA ‘94 perché incuriosito nel guardare tutti quegli adulti gioire e poi piangere davanti al televisore da un momento all’altro. Infatuato, vede la sua prima partita allo stadio in quello stesso anno e decide che da grande farà il calciatore. Il più maturo innamoramento per il marketing e la comunicazione prima e, il matrimonio-riparatore con i social network, dopo, diventano il suo lavoro a tempo pieno, ma con un occhio fisso al prossimo turno di campionato.

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