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Un matador sotto l’albero di Natale

Natale è alle porte e in tutto il mondo impazzano gli ultimi preparativi. Tantissime persone corrono per le vie illuminate e decorate a festa, alla ricerca dei regali mancanti da porre sotto l’albero. Le famiglie si riuniscono in cucina, preparano il cibo che di lì a poche ore abbonderà sulla tavola. Altre si mettono in macchina, in viaggio per raggiungere i parenti e condividere un po’ di quella magica atmosfera. Immagini del genere si moltiplicano in tutto il mondo e si susseguono di anno in anno. Immancabili. La Vigilia di Natale è pregna di quel sentimento di attesa, di sospirata trepidazione. Eppure c’è anche chi riesce ad arricchire ulteriormente quell’attesa. Prendiamo il caso di una donna con un bel pancione, con una creaturina in grembo che ha scelto proprio quei giorni di festa per affacciarsi al mondo. Che non vuole perdersi il primo Natale della sua vita e allora scalpita per anticiparlo, per nascere prima della mezzanotte del 24 dicembre. È il caso della famiglia Salas, di mamma Alicia che il 24 dicembre 1974 dà alla luce il figlio Marcelo.

Un dolcissimo regalo di Natale, che in realtà si rivelerà essere un regalo per tutto il Cile. Già, perché Marcelo Salas diventerà uno dei più forti calciatori della storia del paese sudamericano, con un destino già scritto nelle stelle. Perché come nel 1974 ha anticipato il Natale nascendo in tempo per gustarselo a pieno, da grande anticiperà continuamente i difensori, segnando valanghe di gol e affermandosi come uno dei più grandi attaccanti di sempre.

Nessuno poteva immaginarlo la vigilia di Natale 1974 che quel bambino giunto nella famiglia Salas per allietare il Natale, presto sarebbe diventato un fattore di gioia per un intero popolo, e non solo. Beh forse in realtà Marcelo sì, perché scegliendo di nascere il 24 dicembre ha subito mostrato come nella sua vita la sua unica missione sarebbe stata quella di arrivare in anticipo, davanti a tutti. Riuscendoci tantissime volte.

Vigilia di Natale

Nato e cresciuto nel profondo sud del Cile, a Temuco, Marcelo Salas si sposta presto nella grande capitale del Paese, Santiago, dove il pallone prolifera e le squadre migliori si contendono il trono del calcio cileno. Le origini geografiche plasmano il carattere del giovane attaccante, duro e deciso come il popolo Mapuche. Una stirpe di contadini, che ha sempre combattuto contro la dominazione spagnola, difendendo col sangue la propria identità. Quest’anima guerrigliera porta Salas ad affermarsi con decisione con la maglia dell’Universidad de Chile, con cui esordisce nel 1993, per poi vivere una stagione pazzesca appena un anno dopo.

Il 1994 è l’anno zero di Marcelo Salas. Il cileno s’impone all’attenzione del grande calcio segnando la bellezza di 41 gol in 46 partite e portando l’U. de Chile a vincere un titolo nazionale che mancava addirittura da 25 anni. A questo periodo risale anche il soprannome che lo accompagnerà per tutta la sua carriera: El Matador. Un titolo affibbiatogli dal giornalista Danilo Diaz, ispirato a sua volta da un tormentone che in quegli anni impazza in Sudamerica: la canzone El Matador firmata Los Fabulosos Cadillacs, un gruppo argentino che spopola letteralmente con quel brano, che gli vale anche l’MTV Latin Video Music Awards.

Salas dal canto suo accetta con convinzione quel soprannome, adottando anche l’apposita esultanza in cui mima la celebrazione di un torero dopo una corrida: gamba a terra, capo chinato e indice al cielo. Salas gioca due stagioni all’Universidad de Chile, bissando nel 1995 la vittoria del campionato. Poco più che ventenne, il Cile inizia a stare stretto al bomber Mapuche, che riceve a questo punto la chiamata di una grandissima del calcio sudamericano: il River Plate.

Cenone

Nel 1996 Marcelo Salas si trasferisce in Argentina, in un paese dove calcisticamente i cileni non sono visti di buon occhio, Tra lo scetticismo generale, la prima stagione del Matador scivola via tra alti e bassi. Il primo gol con la maglia del River è storico, nel Superclasico del 20 settembre alla Bombonera contro il Boca. Vince anche l’Apertura 1996, ma l’anno dell’esplosione è il seguente.

Apertura, Clausura e Supercopa sudamericana. Nel 1997 il River Plate fa incetta di trofei, guidato proprio da Marcelo Salas, che diventa il primo cileno a vincere il titolo di miglior calciatore sudamericano dell’anno dai tempi di una vera e propria leggenda come Elias Figueroa.

Lo zampino di Salas s’imprime a forza soprattutto sulla Supercopa sudamericana, che il River Plate vince contro il San Paolo nel dicembre 1997. Nella fase a gironi, gli argentini superano Vasco da Gama, Santos e Racing Club, vincendo tutte le partite tranne quella in casa del Santos. Salas segna due reti, entrambe al Vasco: nel clamoroso 5-1 all’andata e nello 0-2 del ritorno in Brasile, match che regala la qualificazione al River.

Poi la banda biancorossa si libera dell’Atletico Nacional in semifinale, vincendo l’andata in casa grazie a una doppietta di Salas, e perdendo il ritorno 2-1 in Colombia. Il 5 novembre 1997, la finale d’andata in Brasile termina 0-0, col River protagonista di una strenua resistenza dopo essere rimasto in inferiorità numerica al 48’ a causa dell’espulsione rimediata dal centrocampista Berti. Nel ritorno del 17 dicembre il mattatore assoluto è proprio il centravanti cileno, che prima sblocca il match a inizio secondo tempo, poi riporta avanti il River dopo il provvisorio pari di Dodo. Al termine dei 90 minuti il Monumental esplode e festeggia il terzo trofeo di un anno pazzesco e indimenticabile.

Salas in azione con il Cile
Marcelo Salas esulta con la maglia del Cile (Foto: Clive Brunskill /Getty Images – OneFootball)

L’attesa

Il 1997 consacra definitivamente Salas come uno dei migliori calciatori del Sudamerica. Come il Cile due anni prima, ora però l’America Latina sta stretta al Matador, che sente e accoglie il richiamo dell’Europa. Il 1998 è un altro grandissimo anno. L’affermazione in territorio europeo arriva l’11 febbraio 1998, quando il Cile vince una storica amichevole a Wembley contro l’Inghilterra proprio grazie a una doppietta del Matador. Un fantastico preludio per un’estate memorabile per i cileni.

Qualche mese dopo, infatti, la selezione roja si raduna per prendere parte al Mondiale in Francia. Un appuntamento da cui la rappresentativa sudamericana manca da ben 16 anni, ovvero dall’edizione spagnola del 1982, tanto cara a noi italiani. La lunga assenza del Cile dai campionati mondiali è dovuta a una storia abbastanza particolare e sintomatica di cosa hanno rappresentato gli anni ’80 e ’90 in Sudamerica.

Dopo la partecipazione del 1982, il Cile fallisce la qualificazione nel 1986 e arriva a un soffio da quella per l’edizione italiana nel 1990. Il 3 settembre 1989 Cile e Brasile si affrontano a Rio de Janeiro: in palio c’è un posto in Italia. Le squadre si trovano a pari punti, ma la differenza reti sorride ai verdeoro, a cui quindi basta anche un pareggio per strappare il pass per il Mondiale. Il Cile deve vincere. Careca sblocca il match dopo alcuni minuti, la Roja non riesce a reagire e il tempo scorre inesorabilmente. A un certo punto, quando la situazione sembra ormai compromessa, si profila il dramma. Il portiere cileno, Roberto Rojas, si accascia a terra, col volto insanguinato. Dagli spalti è arrivato un bengala che, esplodendo, pare aver ferito l’estremo difensore. Accorrono dunque i compagni di squadra, che sollevano il loro portiere e lo portano negli spogliatoi, rifiutandosi poi di tornare in campo.

Il clima si fa incandescente. L’arbitro è costretto a sospendere la partita e la FIFA apre un’indagine: si profila una sconfitta a tavolino per il Brasile. La situazione in realtà poi si capovolge perché, durante le ricerche per ricostruire l’accaduto, emergono alcuni scatti realizzati da un fotoreporter allo stadio che mostrano come il bengala sia caduto troppo lontano dal portiere cileno per ferirlo. Ne viene fuori che in realtà Rojas si è ferito il volto con un piccolissimo bisturi che teneva nascosto nei guanti e che l’inganno è stato realizzato con la connivenza della federazione cilena. La FIFA usa la mano pesante col Cile, che viene squalificato ed escluso anche dalle eliminatorie per il Mondiale del 1994.

Mezzanotte

Così, pagato lo scotto per lo scandalo Rojas, il Cile riesce a strappare il pass per la Francia, l’ultimo a disposizione per il Sudamerica, e torna a qualificarsi per un Mondiale. Nella fase di qualificazione, la Roja si distingue soprattutto per la propria produzione offensiva, che grazie all’apporto della micidiale coppia Salas-Zamorano colleziona addirittura 32 reti. Ben nove in più di Argentina e Colombia, team leader della classifica. Tutti questi gol valgono al Cile la qualificazione, ottenuta proprio in virtù della migliore differenza reti contro il Perù.

Il Cile arriva al Mondiale francese con una squadra discreta, che però può contare su un attacco stellare. L’esordio per i sudamericani è decisamente impegnativo: contro l’Italia di Baggio e Del Piero. Quella che si profilava come una passeggiata di salute per gli azzurri si tramuta presto in un inferno. L’Italia passa avanti con Bobo Vieri, ma una doppietta di Marcelo Salas ribalta clamorosamente il risultato, fissato poi sul 2-2 dal rigore di Roberto Baggio.

Nella seconda giornata va ancora a segno Marcelo Salas, che sblocca il match contro l’Austria prima del pareggio di Vastic nel finale. Nella terza gara del girone, il Cile impatta sul Camerun pareggiando 1-1. Tre punti in altrettante gare bastano però alla squadra sudamericana per passare il turno e raggiungere gli ottavi di finale.

Nella fase a gironi la Roja ha messo in mostra un gioco divertente e propositivo, capitalizzato al massimo da Marcelo Salas, parso decisamente in formissima. Agli ottavi però l’impegno per il Cile è decisamente proibitivo: a Parigi ci sarà un derby sudamericano col Brasile. La Seleçao, campione del mondo in carica e super favorita, strapazza la Roja, con le doppiette di Ronaldo e Cesar Sampaio. Il gol della bandiera cileno arriva dal solito Salas.

Giunge così a conclusione il Mondiale del Cile, ma con quattro reti in altrettante gare Marcelo Salas risulta uno dei migliori giocatori della competizione. Un bel preludio al suo sbarco in Europa, che avviene con la maglia della Lazio.

Marcelo Salas in azione con la maglia della Lazio (Foto: Getty Images – OneFootball)

Pranzo di Natale

L’arrivo ufficiale in Italia avviene nell’estate del 1998 e Marcelo Salas fa il suo esordio nel primo match dell’anno, che coincide anche con la vittoria di un altro trofeo: la Supercoppa italiana contro la Juventus. La stagione 1998-1999 è abbastanza particolare per la Lazio. Da una parte la clamorosa beffa in campionato, con lo scudetto scivolato via dalle mani e conquistato dal Milan di Alberto Zaccheroni grazie a una rimonta pazzesca e impronosticabile. Dall’altra però il grande successo in Europa.

La squadra allenata dal guru svedese Sven-Goran Eriksson è una delle più forti al mondo, imbottita di campioni in ogni zona del campo. In particolar modo in attacco, dove la coppia Vieri-Salas è una delle migliori dell’intero panorama calcistico. In quella stagione la squadra romana gioca anche in Coppa delle Coppe, dove inizia il proprio percorso superando ai sedicesimi il Losanna con un doppio pareggio: 1-1 a Roma, 2-2 in Svizzera. Agli ottavi poi i biancocelesti si liberano con qualche patema del Partizan Belgrado, vincendo 2-3 in Serbia dopo lo 0-0 dell’Olimpico. Ai quarti invece il cammino è in discesa con un complessivo 7-0 contro i greci del Panionios.

In semifinale, è ancora un doppio pareggio a portare avanti la Lazio: 1-1 a Mosca contro la Lokomotiv e 0-0 a Roma. Così, la squadra biancoceleste arriva alla finalissima di Birmingham dove si trova di fronte il Maiorca. Il 19 maggio 1998 è Bobo Vieri ad aprire le marcature, prima del momentaneo pareggio di Dani. A dieci minuti dalla fine però Pavel Nedved segna il gol che piega gli spagnoli e regala alla Lazio la Coppa delle Coppe. Un trionfo storico, perché nessun’altra squadra la vincerà più dal momento che quella del 1999 è l’ultima edizione della competizione.

Il trionfo di Birmingham consente alla Lazio di giocare anche la Supercoppa Europea tre mesi dopo a Monaco. Allo stadio Louis II, di fronte al biancocelesti c’è il Manchester United degli invincibili, fresco vincitore della Champions League. È la sfida tra due delle squadre più forti di sempre e a deciderla è proprio Marcelo Salas, che al 23’ subentra a Simone Inzaghi e al minuto 35 sblocca il risultato. Al limite dell’area riceve un pallone alto, lo controlla di petto e rapidamente col sinistro tira anticipando, come sempre, l’intervento di Stam. La conclusione in realtà è abbastanza centrale, ma trova impreparato Van der Gouw che pasticcia e non riesce a raccogliere la sfera.

Con quella zampata di mancino Salas sblocca la Supercoppa Europea e di fatto la decide. Il risultato rimane invariato fino a che il polacco Wojcik non fischia il termine della sfida. Per la Lazio arriva il secondo successo europeo in tre mesi, ma il meglio per la squadra biancoceleste deve ancora arrivare.

Sera

La stagione 1999/2000 è quella dello storico secondo scudetto della Lazio. Marcelo Salas contribuisce alla vittoria del tricolore con 12 gol in campionato, tra cui una doppietta nel pirotecnico 4-4 col Milan a inizio stagione e soprattutto la rete del provvisorio 1-3 a Bologna, prima del definitivo 2-3 di Signori, alla penultima giornata. Un match cruciale, che porta poi la Lazio a vincere lo scudetto all’ultima giornata, col successo sulla Reggina e soprattutto lo stop della Juventus nel pantano di Perugia, con la famosa pioggia e il gol di Calori a far impazzire il popolo biancoceleste.

Un anno dopo, quando lo scudetto rimane nella Capitale, cambiando però sponda del Tevere, Marcelo Salas saluta Roma, passando alla Juventus. L’avventura bianconera si rivela però molto difficile per il cileno, che dopo appena 8 giornate di campionato s’infortuna gravemente al ginocchio, proprio sul campo di Bologna che qualche mese prima lo aveva reso un eroe.

Salas deve saltare tutta la stagione. L’anno successivo si vede pochissimo e nell’estate 2003 decide di lasciare l’Italia, ricominciando all’inverso il proprio cammino. Prima torna al River Plate, poi all’Universidad de Chile, ma lo smalto non è più quello di un tempo e i risultati sono ben diversi. Gli ultimi anni di carriera sono un progressivo declino, fino al ritiro dal calcio nel 2008.

Salas in barriera con la Lazio
La discreta barriera che poteva sfoggiare la Lazion in quel periodo (Foto: Getty Images – OneFootball)

Cosa rimane di un Natale

L’International Federation of Football History and Statistics, meglio nota ai naviganti come IFFHS, ha premiato Marcelo Salas come il 31^ miglior giocatore sudamericano del XX secolo, nonché 19^ miglior attaccante sudamericano del XX secolo e terzo dei soli anni ’90, dopo due divinità incarnate come Ronaldo e Romario. Una fotografia efficace della grandezza di Marcelo Salas.

El Matador è stato un giocatore semplicemente troppo forte. Prima punta spietata, capace di sopperire ad un fisico non eccezionale, con i suoi 173 centimetri di altezza, grazie ad una forza e una determinazione pazzesca. Un carattere sanguigno, tipico dei migliori toreri, ereditato dalla sua tribù di origine, i Mapuche, contadini abituati da sempre a combattere per la propria vita. E anche se all’apice della sua carriera Salas ha ammesso di avere ormai poco di quello stile di vita, la sua anima non ha mai abbandonato la guerra. Non ha mai smesso di domare i difensori che come tori cercavano continuamente di limitarlo. Di chiuderlo. Di anticiparlo.

Ma Marcelo Salas era impossibile da anticipare. Lui, che è arrivato sempre prima, prima di ogni difensore, prima persino del Natale. Lui è stato il grande regalo per il popolo cileno, un attaccante in grado di rappresentare il proprio paese nelle vette più mozzafiato del calcio mondiale. Un cileno capace di diventare un idolo in Argentina. In grado di battere con una zampata di sinistro la squadra più forte del mondo. Che ha fatto sognare il proprio paese in un Mondiale che non regalava grandi speranze.

Marcelo Salas è stato un dono pazzesco per il popolo cileno, il più bel regalo di Natale possibile.

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Autore

Romano, follemente innamorato della città eterna. Cresciuto col pallone in testa, da che ho memoria ho cercato di raccontarlo in tutte le sue sfaccettature.

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