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Francia-Algeria, dalla festa al caos (e viceversa)

Può una partita di calcio fare da sfondo ad un sentimento nazionalista ben lontano dall’essere mutato? Se ci pensate bene, nella storia di questo sport gli esempi a riguardo si sprecano. In particolare, il 6 ottobre 2001, venne attuata la manifestazione chiave di questo concetto; eppure, le premesse per quel Francia-Algeria erano ben diverse dalla realtà dei fatti.

Prima del via dell’arbitro, il portoghese Paulo Costa, dobbiamo fare un cammino nel tunnel degli spogliatoi che va a ritroso nella storia per svariati decenni. Niente Stade de France (l’arena del fattaccio) e niente pallone: una partita differente, combattuta su campi polverosi ed attraversati da spioventi ben più letali di quelli effettuati dai 22 protagonisti sul manto erboso francese.

Dopo poco più di un secolo di occupazione ed annessa colonizzazione, infatti, il popolo algerino aveva iniziato ad alzare la voce contro la Francia, instillatasi nel territorio attorno alla metà del XIX secolo dopo una cruda e violenta guerra contro l’Impero Ottomano e la sua coalizione maghrebina.

A vincere la partita ora non doveva essere una Nazionale calcistica, poiché in effetti non ve n’era l’esistenza: l’esigenza primaria era l’indipendenza da uno Stato che ora doveva fronteggiare un’altra rivolta dopo quella in Indocina.

Vota per l'Indipendenza
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Dopo aver concentrato gli scontri in Nord Africa, il Front de Libération Nationale, espressione dell’indipendentismo algerino, decise di intraprendere una serie di attacchi mirati anche nella patria delle apparenti Libertà, Uguaglianza e Fratellanza.

Lo scontro principale, comunque, rimase concentrato entro i confini di quello che sarebbe diventato lo Stato d’Algeria: milioni di persone morte, altrettanti feriti ed un esito strappato al volere del più forte, occorso finalmente il 5 luglio 1962, alcuni mesi dopo l’interruzione del conflitto. La Francia è sconfitta.

E poi, quella gara. Una semplice amichevole: niente in palio, se non l’orgoglio di provare a battere il più forte, un’altra volta. Alla vigilia della gara, le voci si mischiano in un’aura che avvolge trepidante attesa al fatalismo, come espresso dall’ex calciatore del PSG Salah Assad, uno di quelli nati nel bel mezzo della guerra d’indipendenza:

Il rischio, la paura? Per gli algerini è la vita.

Francia-Algeria, fischio d’inizio

La sensazione è che per questo confronto, in fondo, si sia atteso anche fin troppo. La voglia di dimostrare all’altro di esserci, di poter esistere senza una supervisione dall’alto, è ormai un nucleotide nel DNA venuto alla luce nel deserto. Lo testimoniano non solo le emozioni dei giocatori o della popolazione, ma anche le sagge parole di Khaled Fouad Allam, sociologo ed all’epoca insegnante all’Università di Trieste:

Nazionalismo e sport sono sempre andati a braccetto, in Algeria come altrove si sono spesso incrociati con la storia. Si arriva a questa partita troppo tardi, ed è un segno del rapporto di amore ed odio sempre esistito fra noi e i francesi.

Le parole, però, rischiano di volare come pezzi di stoffa al vento della serata autunnale parigina; pezzi di stoffa che, però, portano con sé un cuscus di orgoglio e tradizione. I 78.421 dello Stade de France hanno in comune solo il rosso ed il bianco, ma è il verde algerino a prevalere sull’azzurro francese. La superiorità, però, non è solamente cromatica.

Le squadre hanno fatto il proprio ingresso in campo, pronte a cantare rispettivamente “La Marseillaise” e “Qassaman”. I tamburi della metropolitana, gli annunci agli altoparlanti dell’elevato rischio terrorismo ed i canti dei tifosi ospiti si interrompono: c’è spazio solo per dei fischi assordanti, che arrivano come bengala sull’inno dei padroni di casa. Ma si inizia, lieta consolazione.

Francia-Algeria Tifosi algerini allo Stade de France (Foto: Francois Guillot/AFP via Getty Images)
Tifosi algerini allo Stade de France (Foto OneFootball: Francois Guillot/AFP via Getty Images)

C’è preoccupazione, nonostante tutto. Per molti (FIFA compresa), è una partita ad altissimo rischio; il primo tempo, però, riesce a restituire un non so che di normalità nel bel mezzo di un caos apparente. L’Algeria soffre, e non potrebbe essere altrimenti, contro una corazzata capace di vincere i Mondiali in casa nel ’98 e gli Europei in Belgio ed Olanda due anni dopo: al 42′ è già 3-0 per la Francia.

Yazid

Segnano Candela su assist di Pirès, Petit su assist di Henry ed Henry su assist di Trézéguet. Nei tre gol non c’è il pallino, dunque, dell’elemento fondante della partita.

Per fortuna, la faccia di Zidane è la migliore immagine della riconciliazione. Il risultato non conta.

Già, Zidane. Fouad Allam aveva riservato qualche parola anche per lui, volto di un’unificazione avvenuta solamente grazie al pallone, 39 anni dopo la conquista dell’indipendenza. Lui che per tutti era Zinedine, per gli amici Zizou e per solo pochi eletti Yazid, il secondo nome scelto da papà Smaïl e mamma Malika.

Strano, perché quel muratore giunto dal Nord Africa nel 1953, una volta raggiunta l’indipendenza della sua terra stava facendo ritorno proprio in Algeria, dal porto di Marsiglia. Ci ha messo lo zampino l’amore, o forse il destino.

Giocare contro le proprie origini non è facile: sentirò una fitta al cuore. È bizzarro che tutto ciò succeda nell’anno 2001, nonostante i milioni di algerini che vivono in Francia, così tanti da farci sentire sempre tutti dalla stessa parte. Sarà bellissimo.

Francia-Algeria Zizou intento a dribblare Slimane Raho (Foto: Olivier Morin/AFP via Getty Images)
Zizou intento a dribblare Slimane Raho (Foto OneFootball: Olivier Morin/AFP via Getty Images)

Non poteva non esserci: questa è la sua partita, il culmine di una serie di dichiarazioni mirate ad unire due popoli divisi dal conflitto, uniti e separati con lo stesso sentimento d’astio nei confronti dell’altro. Quel 6 ottobre, Yazid si augurava che le sue origini portassero tutt’altro che odio entro le mura del trionfo Mondiale di 3 anni prima.

La sciatalgia lo fa rimanere in campo solamente per una frazione di gioco, giusto in tempo per togliere buona parte del sorriso a 32 denti dalle labbra del fenomeno del Real Madrid. Sul finale della primo tempo, infatti, l’Algeria riesce ad accorciare sulla Francia, siglando il momentaneo 3-1 con una punizione dal limite di Belmadi: i tifosi ospiti sembrano in casa dai decibel dei festeggiamenti. Avete notato, però, il “buona parte del sorriso”: il resto scompare definitivamente nella ripresa. È caos ai massimi livelli.

Non è la Bastiglia

No, non è luglio e non ci sono rivoluzioni eclatanti in corso. O meglio, gli esiti di quest’ultime sembrano accadere, ma questa volta non ci sono i francesi dalla parte memorabile della storia.

Robert Pirès fa in tempo ad infilare alle spalle di Hicham Mezair il tap-in del 4-1, ma la scena se la prendono i protagonisti inattesi. Niente adulazioni ai 22 in campo, niente strette di mano e fotografie improvvisate con gli idoli di sempre. No, solo bandiere e voglia di farsi vedere al mondo intero.

I flash dei fotografi distolgono lo sguardo dagli atleti con i tacchetti per concentrarsi sul popolo algerino, trasferitosi apparentemente in massa in quella Parigi da dove, circa 45 anni prima, venivano impartiti i comandi per abbattere al suolo intere cittadine affacciate sul Mediterraneo, e non solo.

Francia-Algeria Momenti di tensione tra i tifosi algerini e le forze di polizia francesi (Foto: Olivier Morin AFP via Getty Images)
Momenti di tensione tra i tifosi algerini e le forze di polizia francesi (Foto OneFootball: Olivier Morin AFP via Getty Images)

Sta per scoccare il 77′, quando una proposizione offensiva degli ospiti, già rassegnati ad una sconfitta in casa dei Campioni d’Europa e del Mondo in carica, viene interrotta da un’invasione di campo. Una ragazza bardata di rosso, verde e bianco attraversa il terreno di gioco con tanto di bandiera da mostrare al mondo intero, incredulo davanti alle televisioni francesi e non solo.

Fin qui, tutto relativamente sotto controllo: chi non ha mai assistito ad una banalissima invasione di campo? Eh beh, il problema sta proprio nella straordinarietà dell’evento. L’iniziativa della giovane algerina è l’indice di un romanzo pronto ad essere sfogliato, e così dagli spalti giungono sul campo centinaia (se non di più) di tifosi arrivati da ogni parte del Paese.

Il nervosismo è palpabile e quegli attimi concitati restituiscono scene a dir poco surreali. Fuori dallo stadio si iniziano a sentire gli echi delle sirene delle forze di polizia, allarmate per quello che sta succedendo nel palcoscenico ormai non più calcistico, mentre negli spogliatoi Zidane firma autografi e posa per una foto ricordo assieme agli avversari, onorati di averlo incontrato nel proprio cammino. Ma può finire qui: Francia-Algeria è ufficialmente sospesa.

Un seul héros

Negli occhi di alcuni algerini, può darsi che sia stata una disfatta. Altri, invece, l’hanno probabilmente considerata una vittoria di cui andare fieri, nonostante il tabellino rimarrà per sempre un 4-1 per i padroni di casa.

Altri ancora, come coloro che hanno abitato, abitano ed abiteranno il villaggio di Aguemoune Ath Slimane, in Cabilia, terra da dove il buon Smaïl era partito nel 1953, penseranno a quella gara come l’ennesimo ciottolo in un sentiero tanto tortuoso quanto leggendario, quello del buon Zizou.

Francia-Algeria Due bimbe algerine di Agoemoune supportano Zidane prima dei Mondiali 2006 (Foto: Fayez Nureldine/AFP via Getty Images)
Due bimbe algerine di Agoemoune supportano Zidane prima della finale dei Mondiali 2006 (Foto OneFootball: Fayez Nureldine/AFP via Getty Images)

Forse il più deluso, amareggiato e sconsolato, per quella che doveva essere una festa tra le sue genti, entrambe poste al gradino più alto nel podio tra l’atrio ed il ventricolo. Qualunque sia l’opinione su quell’amichevole, però, ha sicuramente lasciato un messaggio da custodire. Per capirlo perfettamente, bisogna contestualizzarsi all’impresa calcistica dell’Algeria, arrivata nell’estate scorsa.

Ismaël Bennacer, volto chiave della Nazionale algerina assieme a Riyad Mahrez, è stato votato miglior giocatore della competizione nella Coppa d’Africa vinta il 19 luglio 2019. L’attuale centrocampista del Milan è nato il primo dicembre 1997, quindi non ha probabilmente potuto assistere con piena cognizione di causa a quel Francia-Algeria.

Un particolare riguardante il numero 4 rossonero, però, non è da omettere: è nato ad Arles, in Francia, come milioni di suoi connazionali. La chiave di lettura sta tutta qui: l’orgoglio di un popolo condannato ad essere rappresentato sotto l’egida di un’altra Nazione, con le conseguenze che si trascinano (e si trascineranno) anche nelle decadi successive, con l’avvento delle nuove generazioni.

Sono un uomo prima di essere un francese, O meglio, io sono necessariamente un uomo, mentre sono francese solo per combinazione.

Charles-Louis de Secondat, noto ai più come Montesquieu, non aveva nulla a che spartire con la terra delle Volpi del Deserto. Eppure, aveva colto pienamente il punto. Francia-Algeria ci ha consegnato un insegnamento da non far sventolare al vento come bandiere, in quella caotica notte allo Stade de France: Un solo Eroe, il Popolo.

Un solo Eroe, il Popolo
Un solo Eroe, il Popolo
Autore

Classe 2000. Il classico nome romano per un pavese di origini calabresi; geografia a parte, aspira a guadagnarsi da vivere raccontando le storie degli sport che ama, dal calcio al basket. È destinato a soffrire: tifa Inter.

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