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CALCIO ESTERO

Karim Benzema ed il terribile destino di essere sempre sotto esame

Nonostante sia un follower di Benzema sui social media e sia un seguace della sua vita calcistica, per preparare questa riflessione su “Karim The Dream” ho deciso di fare una passeggiata virtuale sui suoi account e sui classici video motivazionali etichettati come “Best skills, gol and highlights”. Cercando un trait d’union tra la sua personalità in campo e fuori dal terreno di gioco, il cosiddetto “senso di rivalsa” è il ponte che collega il calciatore Benzema all’uomo Karim.

Trap Benzema

Per definire la sfera professionale di un individuo è giusto partire dal profilo privato, quello nascosto sotto l’armatura di macchine e vestiti griffati. Per farlo è doveroso mettere un sottofondo musicale, magari una bella trappata francese come 92i Veyron. Indipendentemente dal fatto che siate fan o meno della Trap sapete, più o meno, quali siano i macro-temi di questo genere?

Il quartiere, un’infanzia difficile e disagiata, la rivalsa verso una società con pregiudizi e il blocco formato da palazzoni sono il pane quotidiano dei trapper che raccontano la storia e il destino di molti ragazzi di periferia. Karim è uno di questi. Anzi sembra proprio un personaggio cantato nelle canzoni di Capo Plaza o di Booba, suo grande amico. Il tratto distintivo dei ragazzi che “ce la fanno” è il rifiuto nel rinnegare le proprie origini e l’esaltazione dei propri traguardi tramite l’ostentazione di firme e lusso: orologi, macchine e vestiti che devono categoricamente essere luccicanti e sgargianti quasi come se la luce e la scala cromatica siano le unità di misura della rivincita.

Benzema è il calciatore più simile a un rapper che esista. Anzi, pensandoci bene è il Gue Pequeno del calcio. Come l’ex membro della Dogo Gang – qui scende una lacrimuccia -, è un personaggio che trasuda credibilità e carisma da ogni poro. Parla poco perché è la bacheca a parlare per lui, così come per Mr. Fini parlano certificazioni e dischi di platino. È un personaggio provocatorio, che sa quando parlare e quando restare in silenzio con quello sguardo supponente che dice tutto e dice niente.

Come Gue gode di grande stima del circus di cui fa parte, ma al tempo stesso è costantemente sotto esame: se per la critica musicale non contano i platini o i traguardi passati di Gue ma solo l’ultima canzone, per il parterre calcistico non contano le reti o i trofei ottenuti ma solo gli ultimi 90 minuti giocati. Giusto o sbagliato? Domanda difficile. La risposta giusta è che forse sussiste un principio di esagerazione. Essere criticati fa parte del gioco, ma la lode è giusto che arrivi se meritata. Con Benzema, alle volte, sembra essersene dimenticati.

Benzema Levante
Sconsolato (Foto: Pierre-Phippe Marcou/AFP via Getty Images – OneFootball)

(Fin troppo) poco lodato

L’abitudine nel vederlo di merengue vestito non deve cancellare il percorso che ha fatto per raggiungere la gloriosa luce Blanca e soprattutto non deve sottostimare le dodici stagioni in cui si è guadagnato una conferma in quella che è, probabilmente, la più grande squadra del mondo. La scuola calcistica di Karim si intreccia a quella della vita: impara la tecnica nell’università della strada di Bron, apprende la disciplina tattica nella prevenuta accademia del Lione e incorpora il desiderio di vittoria nell’Harvard calcistica di Madrid.

Questo tiramisù di esperienze composto di strati diversi non manca mai della guarnizione delle origini, un ingrediente agrodolce per Benzema, perché lo rende allo stesso tempo idolo e nemico del popolo. Karim è un “Keum de la Rue” griffato ma umile, non disdegna i salotti sfarzosi ma neanche quelli dei palazzoni e questo non piace ai vertici del calcio. Le amicizie d’infanzia. che non rinnega mai, sono la causa dei giudizi sommari sulla sua vita e su questo insano desiderio di rimpiazzarlo costantemente. Questo soprattutto in Francia, perché a Madrid il discorso diverso.

In patria è diventato apolide per la vicenda del presunto ricatto a Valbuena, un capitolo più oscuro che chiaro. Benzema, in questo caso spinoso, è stato schiavo dei giudizi sommari della società moderna, desiderosa di archiviare velocemente questioni scomode incolpando un personaggio a cui la fama ha portato invidia e infamia come canta Gue Pequeno in Nulla Accade. A Madrid, invece, Karim è soggetto alla legge dei numeri.

Il Real è una multinazionale calcistica che guarda ai bilanci stagionali e non alla retorica che li accompagna. Apprezza i colpi di tacco, i dribbling o le grandi giocate ma se non portano a gol, reti o conclusioni vincenti contano quanto il parmigiano su un piatto di spaghetti alle vongole: assolutamente niente. Ci sarà un motivo allora se papà Hafid, ai tempi delle giovanili del Lione, non si metteva a guardare le partite da bordocampo ma dietro alla porta. Qui, per 90 minuti più recupero, gridava incessantemente “segna, fai gol, non passarla dannazione”. Perché? Semplice Hafid sapeva che il mondo, specie quello del calcio, è matematico: non guardano al procedimento ma al risultato.

Benzema Lione
Gioventù e sfrontatezza (Foto: Andrew Yates/AFP via Getty Images – OneFootball)

9/10 sulla camiseta di Benzema

In ognuna delle ultimi dodici estati madrilene di Benzema, il franco-algerino è stato inserito in una telenovela di mercato diversa. La trama comune? La ricerca di un nuovo numero 9 per il Real Madrid. Una caccia definita ingiusta in prima persona dai suoi compagni di squadra che sapevano e sanno che la retorica di Karim all’interno della squadra è un elemento di cui il Real Madrid non può fare a meno. Una ricerca che non ha ancora prodotto risultati perché il 9 è sempre rimasto sulle spalle del “Garçon de Lyon” che alle 537 presenze, i 264 gol e i 140 assist ha accompagnato sempre il silenzio.

E (forse) proprio questo suo tacere, questa “no reaction” ha accentuato la rabbia dei tifosi per i suoi rari periodi di flessione. Ma Karim è fatto così, è un MC del calcio che risponde ai critici con una bacheca scintillante e con numeri complessivi che non mentono, anche se la pressione di essere costantemente sotto esame è un piatto difficile da digerire. Nonostante abbia cicatrizzato l’ingiustizia di essere diventato apolide calcisticamente e il destino dei bilanci che deve rispettare, Karim è coinvolto emotivamente nella lotta per portare avanti la sua visione di calcio.

Le parole che utilizza, la concitazione con cui le usa sono tipiche di una persona in cui crede quello che dice:

Dipende da come vedi il calcio. Un attaccante non è solo il gol, deve partecipare, creare gli spazi, fare assist… Capisco la critica, però io ho un’altra visione del calcio. Voglio segnare di più, chiaramente, però l’importante è la squadra e si deve fare altro. Una punta moderna deve saper passare, muoversi senza palla, segnare e fare assist.

A me personalmente questa cosa fa impazzire. Il calcio di Karim è come la Tajine di mamma Wahida che si gustava a Bron: la qualità tecnica è espressa dalla scioglievolezza della carne di agnello mentre la potenza è data dalla forza delle spezie. So di andare controcorrente, ma amo la completezza sportiva. L’estro – senza dubbio – affascina, ma quanto è bello vedere un calciatore che abbina qualità a potenza? Sarà per questo che stravedo per Cristiano Ronaldo, ho un feticismo per LeBron James e adoro Karim.

Sulla maglia di Benzema non dovrebbe esserci il “nueve” ma un 9/10, un chiaro segnale della sua conoscenza enciclopedica del calcio che gli permette di fare giocate come taconazo all’Espanyol, la serpentina in Champions contro l’Atletico Madrid o i 15 gol nelle 24 presenze di quest’anno. Benzema è Robin e Batman, scudiero e supereroe. È regista e attore protagonista, ma nonostante questo è sempre sotto esame. Destino infausto? Dipende, Benzema lo ha accettato e lo vive con la consapevolezza che i ragazzi di strada sono sempre sotto esame. Lui è un “Keum de Bron”, non lo ha mai rinnegato e mai lo farà. La street credibility da rapper la possiede, una bacheca da sfoggiare pure e la sua battaglia di credo calcistico la sta combattendo.

Yo juego para la gente que sabe y le gusta el fútbol.

Il resto sono chiacchiere.

Lo demás es palabrería (Foto: Juan Manuel Serrano Arce/Getty Images – OneFootball)
Autore

19 anni, mantovano di origine ma milanese di adozione. Grande amante del pallone, che sia a spicchi o a rombi poco importa. Frequento il primo anno di Scienze Politiche alla statale di Milano cullando il sogno di diventare giornalista sportivo. Mi piace raccontare lo sport in tutte le sue sfaccettature assaporando i suoi aneddoti e i lati più nascosti.

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