INTERVISTE

Interviste di Lusso: Emanuele Garau

Viviamo nell’era più multimediale che possa esserci, circondati dagli schermi illuminati dagli smartphone e con il ritmo delle nostre giornate scandito dai suoni delle notifiche. Quest’epoca social, però, ha dato la possibilità di aprire un varco nel mondo della comunicazione, anche sportiva, anche calcistica. Ne abbiamo parlato con Emanuele Garau, uno dei punti di riferimento per la comunicazione social nel panorama calcistico italiano, e non solo.

È passato dal gestire club femminili come Atalanta, Fortitudo Mozzecane e FC Torres, a squadre maschili, come la Carrarese e, soprattutto, il Pescara, con cui la sua comunicazione originale e fuori dagli schemi è divenuta nota ai più.

I tifosi del Pescara (Foto: Giuseppe Bellini/Getty Images - OneFootball)
I tifosi del Pescara (Foto: Giuseppe Bellini/Getty Images – OneFootball)

Ora la grande sfida con la FIGC Femminile, trampolino di lancio ed al contempo vetrina adeguata per mostrare a tutti come un modello di comunicazione sui social media come il suo possa essere non solo conforme, ma anche necessario. Le premesse, però, non sono mai comparabili alle parole dei diretti interessati: le lasciamo a lui, Emanuele Garau.

Due chiacchiere con Emanuele Garau

RdL: Ciao Emanuele. Partiamo dalle origini: tu sei di Cagliari, per ovvie ragioni geografiche la città che più incarna un’esigenza comunicativa nel resto del Paese. È da qui che nascono le basi per il tuo approdo nel mondo della comunicazione?

G: In realtà Cagliari e la Sardegna mi hanno “penalizzato”, perché il fare comunicazione per come lo intendo io, in Sardegna non è una pratica comune, al di là dei limiti geografici. Ho collaborato con dei settimanali e con l’Unione Sarda, principale quotidiano dell’isola, oltre che aver fatto esperienze radiofoniche. Con l’avvento dei social, poi, ho sviluppato quest’interesse e da lì ho maturato le prime esperienze come Social Media Manager; inizialmente ho curato solo determinati profili a disposizioni dei club, per poi andare a coprire tutta la gamma di piattaforme a disposizione delle società. Si sono presentate occasioni che mi hanno portato a viaggiare, conoscendo nuove realtà.

RdL: Il panorama calcistico italiano (e non solo) ha imparato a conoscerti grazie alla gestione social del Pescara Calcio, fatta di lotte contro razzismo e violenza. Che ricordo ti porti dentro dell’esperienza con il Delfino?

G: Il ricordo è estremamente positivo ed a dire la verità provo nostalgia di quest’esperienza. Spesso sento l’area comunicazione del Pescara e diciamo che è ancora tutto fresco, dunque mantengo un certo affetto nei confronti del Delfino, del suo logo e dei suoi colori. Resteranno a lungo queste sensazioni positive nei confronti di quello che è stato fatto nel corso della scorsa stagione; un lavoro di team reso tale grazie al responsabile della comunicazione, che mi ha permesso di esprimermi anche con tutti quelli che possono essere tutti gli svantaggi nel proporre un certo tipo di comunicazione. Sicuramente è stata un’esperienza positiva ed il voler trattare argomenti extra-calcistici ricorre nel mio modo di approcciarmi alla comunicazione; già ai tempi dell’Atalanta, in Serie A femminile, avevo proposto questo tipo di comunicazione alternativa, visto che il calcio, considerando la sua potenza mediatica, dovrebbe trasmettere determinati messaggi. Mi rendo conto che in Italia quel tipo di comunicazione non è frequente, ma apprezzo quando c’è un tentativo di voler proporre quest’esempio anche su altre realtà.

RdL: La tua linea editoriale alla guida dei social degli abruzzesi, inoltre, è valsa il premio “Sport e diritti umani” di Amnesty Italia: ci racconti le tue sensazioni quando hai scoperto di essere il vincitore?

G: Non ero a conoscenza della candidatura fin quando Riccardo Cucchi mi ha un giorno scritto dicendomi che aveva apprezzato il nostro modo di fare comunicazione, oltre al nostro impegno. Per questo motivo, aveva proposto la nostra candidatura in quanto membro della giuria: io, ovviamente, ne sono rimasto felice e non me l’aspettavo assolutamente. Lui mi ha detto “Credo nel vostro operato e mi son sentito di presentare la vostra candidatura”. Un giorno arriva questa comunicazione dove ci dicono di aver vinto questo premio: lì c’è stata una grande emozione ed un grande piacere, sia personale che collettivo. Ho trovato sempre grande disponibilità da parte dell’area comunicazione del Pescara, diretta da Massimo Mucciante, dunque il premio non è soltanto del sottoscritto, ma di tutti.

RdL: In passato avevi già collaborato con realtà calcistiche femminili (Atalanta, Fortitudo Mozzecane, FC Torres…): hai sempre seguito il movimento femminile in Italia? Aspettative per il futuro delle nostre Azzurre?

G: Prima delle collaborazioni, l’ho seguito abbastanza assiduamente, anche perché fino a qualche anno fa non c’era quella cassa di risonanza presente adesso. Una volta entrato in questo mondo, ho ovviamente approfondito la mia conoscenza; a mio avviso è una dimensione che richiede attenzione e visibilità da parte degli addetti ai lavori e dei mass media. Questa visibilità, però, può arrivare solo con una presa di coscienza ed una considerazione superiori a quelle che ci sono in questo momento. In Italia, il calcio femminile è vissuto ancora come un qualcosa su cui fare battute, che spesso e volentieri sono sempre le stesse, a differenza di altre Nazioni, dove il calcio femminile è da sempre una realtà riconosciuta e valorizzata, come qui in Canada, ad esempio.

RdL: Sempre dando un’occhiata al tuo curriculum, si può notare come tu abbia lavorato anche per singoli calciatori o calciatrici, non solo con delle società. Cambia qualcosa nell’approccio della gestione social?

G: Io cerco di tenere più o meno lo stesso approccio. Ovviamente, se si passa da un club all’altro o da un giocatore all’altro, devi comunque applicare un vestito unico per la comunicazione sui social. Quando si tratta di atleti, bisogna tenere conto anche dell’approccio comunicativo del club in cui gioca il determinato atleta: bisogna agire di concerto con il club, non si possono veicolare contenuti d’ostacolo al club. Da quel punto di vista sì, cambia qualcosa. Non cambia, però, il doverti confrontare sempre con un team di comunicazione, che esso sia appartenente all’agenzia del calciatore oppure al club di riferimento: questo confronto non può mai mancare, è alla base del rapporto lavorativo.

RdL: Quali sono le tre parole chiave nella comunicazione social di una società calcistica? E perché?

G: “Interazione”: non deve mancare, perché il contatto con l’audience è imprescindibile. Poi “attualità”, che non si può distaccare dalla vita di un’attività sportiva: non si può far finta di nulla davanti a ciò che accade nel mondo, anche se stai parlando di calcio. “Tempismo”: è fondamentale stare sul pezzo. Nel mio caso, svegliandomi alle 4 del mattino e dovendo stare dietro ai social, devo guardarmi attorno e vedere ciò che succede nel mondo ed in Italia, per poi creare conversazioni, se ci sono i presupposti per farlo.

RdL: Facciamo un gioco. Devi assolutamente riuscire a convincere un ragazzo/a a buttarsi nel mondo della comunicazione social: cosa gli/le diresti?

G: Il consiglio che darei è quello di proporsi sempre e comunque, come ho fatto io. Manifestare interesse, curiosità, entusiasmo, senza avere la presunzione di provare con realtà blasonate, importanti e conosciute. Partire dal basso, allacciare rapporti e collaborazioni con realtà del territorio, per poi arrivare a scenari e platee più importanti, l’augurio è quello.

RdL: Il Social Media Manager, ad oggi, può essere considerato un impiego da titolari o si tratta ancora di un’occupazione da Riserva di Lusso?

G: Dovrebbe essere un titolare, ma, per diverse cause, si tratta di una figura relegata a riserva. Non si tratta di un’accezione negativa, ma spesso e volentieri i club non investono nella comunicazione in generale, dunque a maggior ragione nella figura del Social Media Manager, che in realtà può invece portare una serie di vantaggi: alleggerisce il carico di lavoro dell’area comunicazione e dell’addetto stampa, specialmente quando le società hanno a disposizione pochi elementi. Credo, dunque, nel Social Media Manager come titolare, visto che l’apporto che può dare da riserva è tanto. È quello che succede molto spesso in Italia: si parte dalla panchina e, se ci sono i presupposti, si diventa titolari. Questo, però, non accade molto spesso, se non parliamo dei top club dove sono presenti i Media House o staff da più persone.

La Media House dell'Inter, una delle più note tra i top club (Foto: Inter.it)
La Media House dell’Inter, una delle più note tra i top club (Foto: Inter.it)
RdL: Siamo arrivati alla fine. L’Emanuele Garau extra-social, papà e marito che abita a Toronto, nella vita di tutti i giorni è più un titolare o una Riserva di Lusso?

G: Nella mia vita di tutti i giorni io di fatto trascorro buona parte del tempo sui social, per motivi di lavoro. Per questo mi sento sempre un titolare, ma non per le mie esperienze, bensì per come vivo i social, anche in maniera personale. Ognuno di noi ha il proprio approccio, ed il mio è nato con una certa direzione, per cui penso di essere un titolare. Non perché la Riserva di Lusso sia in difetto eh… (ride, ndr).

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Autore

Classe 2000. Il classico nome romano per un pavese di origini calabresi; geografia a parte, aspira a guadagnarsi da vivere raccontando le storie degli sport che ama, dal calcio al basket. È destinato a soffrire: tifa Inter.

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