Nel “giuoco” del calcio, quello con la “u” maiuscola, non si vince solo con undici titolarissimi e, a parte rari casi –tipo il Leicester di Ranieri-, la storia ha sempre confermato questa teoria. Già, perché le riserve, di lusso, come piace definirle a noi, sono importanti tanto quanto quelli che dal fischio iniziale dell’arbitro si ritrovano in mezzo al campo, anzi, a volte sono proprio loro a decidere il corso degli eventi e a cambiare irrimediabilmente la storia (calcistica): l’esempio più palese lo abbiamo avuto con la semifinale della scorsa Champions League, quando Divock Origi, uno che di mestiere non fa proprio il titolare, ha portato i suoi in finale. Ma questa è un’altra storia, perché oggi vi proponiamo un’intervista alla riserva di lusso per eccellenza del famosissimo mondiale del 1982: Franco Selvaggi, detto Spadino.

Il “vecio”, Paolo Rossi e “spadino”

La storia di quel mondiale in Italia la conosciamo tutti, così come i suoi protagonisti che l’anno resa celebre; i più famosi, l’allenatore Bearzot, soprannominato “il vecio” da quelle stesse persone che proprio non se la sentivano di difenderne le scelte tattiche, e Paolo Rossi, il bomber per eccellenza che però prima di quel famosissimo goal alla Germania, tanto bomber non era poi così considerato. Ma dietro questi due personaggi c’è qualcuno a cui in pochi riconoscono il merito di quel trofeo: pur non giocando nemmeno un minuto di quel mondiale, lui, Franco Selvaggi, denominato “spadino” per la statura, diede un grandissimo contributo morale a quella nazionale, perché se Paolo Rossi oggi lo ricordiamo come un eroe, parte del merito è anche del signor Selvaggi, anch’esso attaccante, all’epoca dell’Udinese. Enzo Bearzot, che di Rossi si era innamorato alla follia già qualche anno prima, vedendo in lui quel talento che gli altri vedranno solo al mondiale, deve rivedere i suoi piani appena due anni prima del via, precisamente il 23 marzo del 1980, quando lo scandalo del calcio scommesse stravolge come un tornado il nostro campionato. Massimo Cruciani e Franco Cordova, coloro che si occupavano di organizzare le “combine”, fanno scoppiare lo scandalo quando alcuni giocatori non rispettano i patti, facendogli perdere una montagna di soldi: nei nomi che tirano in ballo, per avere risalto mediatico e sperare inconsciamente in un rimborso, ci sono anche Bruno Giordano della Lazio e Paolo Rossi del Perugia, a cui quest’ultimo, i due malviventi chiederanno di pareggiare con l’Avellino segnando una doppietta. Rossi li allontana subito rifiutando le loro richieste, ma quel giorno la partita involontariamente finirà proprio due a due con una sua doppietta, che rimarrà sporca di fango e lo costringerà a lungo stop, anche se innocente. Uno stop che se non fosse stato per Bearzot e Franco Selvaggi, gli avrebbe negato il “mundial”.

Due chiacchiere con Franco Selvaggi

Ciao Franco, innanzitutto benvenuto nella casa di Riserva Di Lusso, un sito, come avrai notato tu stesso un po’ particolare: noi abbiamo particolare attenzione nel raccontare le storie di quei giocatori lontani dalla luce dei riflettori, ma che in un modo o in un altro, sono comunque stati determinanti per il corso degli eventi, come nel tuo caso nel mondiale 82’. Per entrare nell’argomento, qual è il tuo ricordo di quella competizione?

Quella nazionale era un gruppo molto forte, anche dal punto di vista umano. Questo è stato il segreto del successo.

 

Torniamo un passo indietro, a prima della partenza per la Spagna: mentre tutti sono indignati per l’esclusione di Pruzzo (notizia che qualche giornale rivelò alcuni giorni prima della divulgazione dei convocati) a casa Selvaggi suona il telefono: è Enzo Bearzot, il C.T. della nazionale, che dirà – confermami se è vero – le seguenti parole: “Franco, ti va di venire al mondiale? Però non portare le scarpe da gioco, che tanto il campo non lo vedrai mai”.

Questa è una leggenda metropolitana, io in nazionale sono stato convocato dal 1981, non ho mai saltato una convocazione, ho giocato anche qualche partita delle qualificazioni a quel mondiale. In realtà Bearzot aveva grande fiducia in me, me lo aveva anche confidato, faremmo un torto all’onestà di Bearzot a credere a queste cose qui.

 

Cosa si pensa in un momento simile? Quando qualcuno ti dice che andrai ai prossimi mondiali, un evento di fama internazionale che sarà seguito in tutto il mondo.

Un’emozione unica, Bearzot aveva grande fiducia in me e gli sarò sempre grato per questo.

 

Di quella nazionale conosciamo numerosi aneddoti anche grazie al libro “La partita” di Pietro Trellini e ai vari approfondimenti di Federico Buffa. Tu in camera eri con Causio, un altro che spesso partiva dalla panchina. Com’era la vostra convivenza in quei giorni?

Sì, Inizialmente ero in camera con Causio, poi siccome lui dormiva abbastanza preso e io ero insonne, andavo con Tardelli, a parlare della prossima partita insieme anche ad Oriali.

 

Prima della partita che tutti hanno definito come la più bella del mondiale, quella ovviamente tra Italia e Brasile, la squadra di Telè Santana ha affrontato l’Argentina, partita che Bearzot vi ha imposto di seguire dal punto più alto della tribuna del Sarrià, in modo da studiare da cima a fondo i brasiliani. Ecco, secondo lei, quanto è stato importante per il calcio italiano di quel periodo la presenza di un allenatore visionario come Enzo Bearzot?

Bearzot è stato un grande allenatore, un grande conoscitore del calcio internazionale e non tutti hanno capito la sua grandezza, sapeva abbinare il compito di allenatore a quello di “padre”: lui si faceva amare dai suoi giocatori. Uno dei migliori allenatori della storia del calcio italiano.

 

Un nostro lettore, Francesco Denicola, chiede: il giocatore più stupefacente con cui hai giocato assieme in nazionale?

In quella nazionale erano tutti stupefacenti. Io credo però che il giocatore migliore con cui abbia mai giocato sia stato Gaetano Scirrea.

 

Arriviamo adesso al tema centrale: Riserva Di Lusso vuole dare spazio a quei giocatori che per un motivo o per un altro, vivono lontano dai riflettori. Noi ti abbiamo appunto definito una “riserva di lusso” perché la tua presenza a quel mondiale è stata molto importante per Paolo Rossi. Come è stato il tuo rapporto con lui?

Innanzitutto vorrei ricordare che le riserve di quella nazionale sono state calciatori che hanno fatto la storia: parlo di Altobelli, Baresi,… è stato un orgoglio per me far parte di quella spedizione. Paolo Rossi ed io eravamo grandi amici, la vittoria di quel gruppo lo dicono tutti è arrivata anche grazie alla nostra onestà, di solito tra chi gioca e chi siede in panchina ci sono delle rivalità, noi invece viaggiavamo tutti verso lo stesso obiettivo.

 

Secondo lei, cosa servirebbe alla nostra nazionale per riportarla in alto? Cosa manca rispetto a Germania, Inghilterra e Spagna?

Sì in effetti ci vuole un po’ di tempo per tornare a essere grandi. Io ho grande fiducia in Mancini che sta conducendo e sperimentando una nazionale fatta di giovani, non a caso le prime cinque partite sono state tutte vittorie. Ci sarà ancora da lavorare però, perché rispetto a loro siamo ancora una spanna sotto.

 

Il goal più importante della sua carriera?

Quello segnato alla Juventus ai miei esordi in Serie A, avevo solo 19 anni. Quella era la Juventus dei campioni come Bettega, Capello, Zoff,… giocatori all’avanguardia mondiale. Feci una grandissima partita, e il primo goal, sopratutto alla Juventus, non si scorda mai.

 

Quando un giovane Selvaggi militava tra le file del Taranto, un certo Gigi Riva, vedendolo giocare disse: “io quel ragazzo lo voglio a Cagliari” e infatti, poi fu quella la sua maglia. Adesso che lei ha avviato il progetto di una scuola calcio, come descriverebbe le qualità di quel giovane Franco Selvaggi?

Beh, io devo molto a Gigi Riva, è stato il mio mentore. Mi vide giocare tre-quattro volte e mi volle a tutti i costi a Cagliari, è stato un uomo e un calciatore fondamentale per me. Adesso ho una scuola calcio insieme a mio figlio Luca, ed è bellissimo lavorare con i bambini, a cui cerco di trasmettere valori importanti, quelli dello sport e dell’onestà. Ne abbiamo di bravi, ma il nostro compito è quello di formare prima “ometti” e poi calciatori, perché con i bambini bisogna essere responsabili, sono il nostro futuro.

 

Se potesse giocare al fianco di un bomber dell’attuale Serie A, al fianco di chi giocherebbe, e perché?

Beh, chi non vorrebbe giocare con Cristiano Ronaldo? Io però sono soddisfatto di aver giocato con Zico, nella mia graduatoria personale uno dei più forti al mondo.

 

Ultima domanda: Torniamo ancora al famoso “Mundial” 82’, com’è stato “vivere” in prima persona una partita come quella tra Italia e Brasile?

Credo che quella partita sia stata una delle più belle e avvincenti del mondiale. Dopo la gara siamo andati tutti negli spogliatoi ed è stata una vera festa, avevamo battuto una squadra che insieme a quella del 70′ è stata una delle più forti di tutti i tempi. Un orgoglio e una soddisfazione immensa.

 

Dopo un’intensa chiacchierata dove abbiamo riportato alla luce uno dei mondiali più belli della storia del nostro calcio, Franco va via, lasciandoci però un messaggio:

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Autore

In piena adolescenza, momento della crescita, ha visto giocare ed esultare gente come Meghni e Vignaroli, cosa che gli ha permesso di forgiare un carattere di ferro. Arrugginito però. Attualmente scrive e collabora con varie testate come "lanotiziasportiva" e "laziocrazia".

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