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L’apparenza inganna. Quasi sempre. E’ vero, siamo naturalmente portati ad agire e a crearci opinioni su ciò che vediamo ma questo comportamento resta sbagliato. Sì perché spesso dietro il primo e semplice strato dell’apparenza, si nasconde il secondo e veritiero lato della realtà, quello più difficile da scoprire. Prendiamo per esempio una componente come il raggiungimento del successo, più in particolare l’essere calciatori famosi. Lo status del calciatore professionista, da un occhio superficiale, è visto come una sorta di condizione paradisiaca frutto della classica e banale ricetta: soldi più fama uguale a felicità.

E’ innegabile che il successo porti gioia, sarebbe da pazzi smentirlo. Tuttavia dietro le stupende rose e fiori della fama si nascondono rovi di spine pungenti superate con dolore, sacrifici e duro lavoro. Dietro grandi successi, ci sono sempre duri cammini. Virgil Van Djik, centrale olandese del Liverpool, della nazionale oranje e fresco vincitore della Champions League, in questo senso ne è il testimonial perfetto.

Dalle realta’ umili si ha una spinta in più

Questa frase non è una rara consuetudine ma una frequente verità. Un concetto che diventa realtà grazie ad una componente fondamentale: la fame di rivalsa, il desiderio di riscatto figlio di importanti mancanze da sopportare fin dalla tenera età. Quando a 12 anni tuo padre se ne va via di casa, inevitabilmente devi crescere. A questa agonia aggiungici una condizione di miseria incredibile e una serie di rifiuti morali e concreti rivolti prima dalla società e poi dal calcio, il tuo unico appiglio. Un fragile ragazzino immigrato dodicenne proveniente dal Suriname, amante della vita, viene travolto dal pesante treno della vita. Le soluzioni sono due: o cominci a lottare o ti lasci investire, con le solite tremende conseguenze.

Se nel 2019 abbiamo visto Van Djik annichilire avversari e alzare la Champions è perché ha scelto di combattere. Una guerra cominciata senza patemi, fatta di sacrifici e duro lavoro. Nel vero senso della parola. Sì perché Virgil comincia sin da subito a inframezzare lo studio con estenuanti turni di lavoro come lavapiatti. Un impiego duro, sfiancante ma inevitabile per nutrire il suo sogno. Una prospettiva alimentata anche tramite l’unica valvola di sfogo che aveva: il calcio di strada. Tra le stradine di Tillburg, infatti, appena ne aveva occasione trascorreva ore a giocare a pallone ma soprattutto ad affinare le proprie qualità.

Come tutti i bambini, si sa, l’obiettivo era riempire la porta di gol e non difenderla. Se l’attualità lo celebra come grande difensore il passato, a detta degli amici, lo annoverava a grande attaccante. Un’esperienza che, come racconterà in una recente intervista, è stata fondamentale per la sua formazione come difensore. Queste le sue parole: 

“Da giovane ho giocato tantissimo per strada, adoravo fare anche l’attaccante quel periodo. In questo modo ho capito come pensano gli attaccanti in certe situazioni. Poi, ovviamente, è molto importante anche l’esperienza accumulata a livello professionale. Ai futuri difensori consiglio di continuare a giocare per strada con gli amici.”

Never give up

È difficile non mollare mai. Specie quando continui a ricevere dei no. Il percorso di Virgil Van Djik per diventare calciatore è costellato di rifiuti su rifiuti. Il “grazie dell’impegno ma non fai al caso nostro” era diventata la colonna sonora che accompagnava ogni provino. Sovvertire questa prospettiva a molti forse sarebbe apparso difficile, a tratti inutile ma in una condizione in cui non hai nulla da perdere, come nel caso di Van Djik, il proverbio “tentar non nuoce” diventa filosofia di vita. La ruota gira, si sa, anche quella di Van Djik che all’alba dei 17 anni gli dà finalmente la possibilità di entrare a far parte del Willem II. Consapevole che il treno passa una volta sola, Van Djik non lo molla più. Si allena duramente, ogni giorno, al fine di migliorare le sue lacune. Partito come riserva nelle giovanili, a 19 anni si prende la titolarità nell’under 20.

Prestazioni sontuose gli valgono la chiamata del Groningen, importante società olandese che gli consegna la titolarità in Eredivisie. La padronanza fisica, una saggezza calcistica impressionante e una buona fase offensiva convincono il Celtic a puntare su di lui. In tre stagioni con la maglia dei Celtic, Virgil cresce calcisticamente in maniera esponenziale miglioramdo notevolmente anche in fase offensiva. Sono infatti 9 gol e 7 gli assist completati in 76 partite, oltre alla nomina per due volte come giocatore dell’anno della premiership scozzese e la conquista di due titoli con i biancoverdi. Questi riconoscimenti convincono il Southampton a sborsare 13 milioni per lui, portandolo all’estremo sud della penisola britannica per farne la colonna portante del reparto arretrato. Inutile dire che in pochi mesi Van Djik si prende tutto: rinnovo milionario, fascia di capitano e scroscianti applausi ad ogni partita.

Nasce, in quegli stessi mesi, la prima consapevolezza: quella di sentirsi dominante. Nell’umiltà tipica di un ragazzo arrivato dal nulla, Van Djik continua il suo processo di crescita ai Saints fino a quando il suo talento è diventato quasi imbarazzante. In un processo di upgrade quindi arriva la chiamata del Liverpool. 85 i milioni sborsati dai reds ai Saints, un’offerta che per dirla alla “Padrino”: “non si poteva rifiutare”. L’olandese quindi sbarca nel merseyside presentandosi con un discreto biglietto da visita: esordio da titolare nel derby di Fa Cup con l’Everton e gol decisivo all’84esimo. Piacere sono Van Djik e sono qui per vincere. Al primo anno i trofei però non arrivano complice un misto di sfortuna e impreparazione complessiva della squadra.

Tempo, solo questo serviva al Liverpool perché difatti la stagione passata ha consegnato una squadra capace di lottare fino all’ultima giornata per il campionato e di vincere la Champions League dopo uno dei cammini più epici di sempre della competizione. Tra i protagonisti di tutto questo, chi se non lui. Raffinato lettore dei tempi di gioco, sontuoso nell’impostazione, rapido di gamba e nell’esecuzione. Gode di una capacità di interpretazione delle traiettorie inspiegabile e ha un dominio fisico che a tratti imbarazza. Tutto questo, oltre alla magnifica stagione con i reds, gli è valsa il plebiscito di nomina come giocatore dell’anno in Premier League e probabilmente anche la consegna del pallone d’oro.

Premi materiali importanti che tuttavia suggellano solo a tratti il vero riconoscimento: un sontuoso riscatto personale. Dietro grandi successi, scintillanti macchine e fama universale ci sono sempre grandi fatiche. L’apparenza inganna o meglio nasconde storie di fatica, pianti dolore e sacrificio. Volere è potere ma solo con il duro lavoro si raggiunge e si conquistano grandi risultati e questo Virgil lo sa bene. Perché essere Van Djik ora è bello. Ma non è stato per nulla facile diventarlo.

Autore

19 anni, mantovano di origine ma milanese di adozione. Grande amante del pallone, che sia a spicchi o a rombi poco importa. Frequento il primo anno di Scienze Politiche alla statale di Milano cullando il sogno di diventare giornalista sportivo. Mi piace raccontare lo sport in tutte le sue sfaccettature assaporando i suoi aneddoti e i lati più nascosti.

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