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Thomas Muller è un calciatore strano. Per certi versi visivamente inadatto ai contesti in cui si trova, per altri quasi anacronistico. I suoi festeggiamenti dopo un gol realizzato, ad esempio, sembrano usciti da videocassette in bianco e nero: non corre verso la bandierina o sotto la curva e non ha una particolare esultanza codificata. Caccia un urlo quasi disperato, agita le braccia verso l’alto con il pugno chiuso oppure fa la stessa cosa ma puntando l’indice al cielo.

Da tantissimi anni lo apprezziamo al centro dell’attacco del Bayern Monaco, che fino a poco fa vedevamo come un blocco di granito inscalfibile. Ribery, Robben e Muller alle spalle dell’intoccabile Lewandowski. I primi due si sono dovuti arrendere allo scorrere del tempo, lasciando una pesante eredità su tutti i successivi esterni d’attacco. Per Muller invece, che tra i tre è stato per ovvi motivi il meno appariscente e chiacchierato, non è ancora giunto il momento di farsi da parte e, sopratutto, a nessuno è mai venuto in mente di fare a meno di lui.

Quest’anno è una delle pedine fondamentali di una squadra che da quando Hans-Dieter Flick siede in panchina ha radicalizzato ulteriormente la sua indole possesso-centrica. In questo momento della stagione il Bayern Monaco è la squadra europea più a suo agio con il pallone tra i piedi e a cui è più difficile contenderlo attraverso il pressing. Nel canonico 4-2-3-1 che da circa un decennio si articola sul prato verde dell’Allianz Arena la tecnica – e per tecnica applicata al calcio si intende l’abilità nel trattare il pallone – è la caratteristica onnipresente in tutte le zone del campo. Alaba nell’inedito ruolo di difensore centrale, Pavard, la coppia di centrocampisti Kimmich-Thiago Alcantara: tutti calciatori che riuscirebbero a scambiarsi il pallone con la medesima precisione anche in mezzo ad una tempesta.

 

Muller non ha nè la sensibilità nei controlli orientati di Thiago Alcantara, nè la capacita di assorbire i contrasti di Kimmich, nè tantomeno la qualità necessaria per fare laser pass come quelli che settimanalmente Alaba e Pavard completano con facilità irrisoria. Il tedesco è invece scoordinato sia quando corre che quando entra in contatto con il pallone, lo tocca poco e sembra sempre doversi concentrare più degli altri per colpirlo nel modo giusto. Anche quando calcia lo fa senza controllare il corpo, alle volte sembra replicare la gestualità di un difensore in procinto di spazzare il pallone. Il suo essere totalmente anti-estetico trasuda anche da questo video celebrativo dove vengono raccolti i suoi 10 gol più belli con la maglia del Bayern Monaco. Alcuni di questi hanno effettivamente un coefficiente di difficoltà elevato, ma se a primo impatto questo ti colpisce, vedendo i replay non si può far altro che notare lo strano modo in cui allarga le braccia per coordinarsi  o la corsa impacciata con cui si presenta davanti a Weidenfeller nell’ultimo.

Nonostante ciò è il trequartista – anche se come vedrete categorizzarlo non è proprio la cosa più semplice del mondo – titolare di questa squadra senza possibilità di replica, capace di far accomodare in panchina un altro palleggiatore dal tocco setato come Coutinho. Muller non ha domicilio fisso in mezzo al campo, svaria orizzontalmente su tutta quella fascia di campo denominata trequarti, alternando i suoi movimenti a quelli della punta e dei due esterni. Lui stesso ha più volte specificato che ama giocare nella zona di campo alle spalle del centrocampo avversario.

In un sistema, quello del Bayern Monaco, in cui il pallone arriva con facilità e pulizia nelle zone calde della metà campo avversaria, il moto perpetuo di Muller non da punti di riferimento alle difese e crea ulteriori apprensioni a squadre che devono tenere a bada Robert Lewandowski e occuparsi delle ali dribblomani. Il modo in cui crea questi pericoli è però tutto da analizzare: da quando è sbarcato nell’élite del calcio internazionale, Muller non ha mai messo in evidenza quelle qualità sopra la media che solitamente abbiniamo a giocatori che nell’arco di un decennio fanno incetta di trofei da protagonisti. Non ha mai avuto particolari abilità nel dribbling (quest’anno ne completa 0,5 ogni 90 minuti) o nel tiro e non è mai stato un passatore visionario., anche se i suoi numeri ci dicono, anzi, ci urlano l’opposto. Ha quasi scollinato quota 500 tra gol e assist con la maglia del Bayern Monaco e della Germania, ma la domanda che serpeggia nella mente degli appassionati continua ad essere: come ha fatto? Lo stesso Muller ne è cosciente: “Piuttosto che pensare a che tipo di calciatore io sia, si chiedono come questo calciatore possa giocare in una squadra della Bundesliga di tale successo e non in una squadra della Bundesliga normale, o come può raggiungere quei risultati ai Mondiali, non perché?“.

Per modificare il modo di pensare di gran parte degli osservatori ci vorrebbe una Muller-Cam che lo segua in tutti gli angoli del campo. Alla base del calcio di Muller c’è infatti la capacità di trovarsi sempre nel posto giusto al momento giusto. Nel corso degli anni ha reso sempre più mortiferi i suoi inserimenti, affiancando all’istinto naturale una letture delle azioni offensive di livello elitario. Come dice Lewandowski, la sua presenza in campo ti da la certezza di avere un altro uomo in grado di riempire l’area con costanza, e Muller questo lo fa in modo quasi scientifico. Si divide l’area con il polacco oppure l’attacca da solo quando quest’ultimo si tira fuori, e allo stesso modo offre una soluzione di passaggio al terzino che sale quando l’ala destra (il più delle volte Gnabry) taglia verso il centro. Pur effettuando un numero di passaggi ogni 90 minuti superiore solo a Lewandowski e Gnabry, Muller è il barometro delle azioni offensive dei bavaresi, perchè le determina attraverso il continuo movimento. Prima di ricevere palla muove continuamente la testa, studiando i posizionamenti dei compagni non solo per provare a servirli, ma anche per capire dove attaccare. In un’intervista rilasciata nel 2014, lo stesso Muller ha inserito nel gergo calcistico un termine per definirsi: raumdeuter. Il significato di questa parola è piuttosto astratto, ma nel linguaggio calcistico può essere intesa come colui che interpreta.

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Nella prima parte della sua carriera a giovare di queste sue capacità è stato il fatturato realizzativo. Fino alla stagione 2015/2016 ha sempre superato ampiamente la doppia cifra, raggiungendo il picco massimo proprio nell’ultima stagione con Guardiola in panchina con 28 gol realizzati tra tutte le competizioni. E’ stato proprio Guardiola ha trovargli la collocazione definitiva in campo. Prima dello sbarco del tecnico catalano agiva principalmente come finta ala destra, ma Guardiola ha deciso di posizionarlo alle spalle della prima punta, senza dargli particolari direttive:“Müller ha un solo problema: in campo deve fare quello che si sente, se gli imponi qualcosa fa fatica a farlo”.

E’ in quelle tre stagioni che lui e il gol dopo anni di flirt sono convolati a nozze. Come avviene a tutti i grandissimi attaccanti, Muller gode di un rapporto privilegiato con il pallone. Un rapporto regolato dalla legge dell’attrazione che lo ha reso un non-attaccante con i numeri di un attaccante.

A un certo punto, chissà come – diceva Peter Hackl, il suo primo allenatore ai tempi del TSV Pahl – la palla gli si catapultava addosso, lui la toccava e segnava.

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Un magnetismo che non si traduce unicamente in gol, ma che negli ultimi anni lo sta rendendo uno dei rifinitori più prolifici d’Europa. Nell’ultimo anno crea una chiara occasione da gol ogni 73 minuti, ed è il migliore nei top 5 campionati europei, davanti a gente come Messi e De Bruyne. Il numero sui passaggi chiave è ulteriormente significativo: quasi 4 ogni 90 minuti in questa stagione, dato più alto in carriera. Gli assist in Bundesliga sono già 16, una cifra che ha raggiunto solo una volta in carriera. Anche il modello di Understat certifica l’impennata di rendimento nel fondamentale dell’assist avuta quest’anno: produce 0,70 xA per 90 minuti. Fino all’anno scorso il dato migliore era uno 0,47 del 2017/2018.

Tutto ciò lo fa senza la genialità di Messi o il destro telecomandato di De Bruyne, ma semplicemente muovendosi prima e meglio degli altri. Certo, con il tempo ha affinato la sua tecnica di base, soprattutto nel crossare e nel gioco ad uno/due tocchi, ma la componente istinto, movimento e lucidità è sempre preponderante.

Thomas Muller con i suoi limiti tecnici, fisici e atletici è riuscito comunque ad innovarsi, ad  aggiungere nuova miscela nel suo serbatoio, mantenendo la solita centralità nel Bayern Monaco. Quest’anno per i bavaresi sembra essere giunta l’ora di tornare a fare la voce grossa anche in campo europeo, sfruttando la spinta di un core giovane e di conclamato livello e di una vecchia guardia mai doma. A capo di quest’ultima c’è e ci sarà ancora Thomas Muller, affamato di vittorie e, anche se non lo da esplicitamente a vedere, desideroso di legittimare ulteriormente la sua costante presenza nell’olimpo del calcio internazionale.

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