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È la classica domenica mattina di fine novembre: piove, fa freddo e vorremmo passare tutta la giornata lasciando la nostra forma sul divano, con il televisore sintonizzato sui campi di Serie A. Ma perchè non inventarsi qualcosa di nuovo per provare ad ammazzare il tempo? Si potrebbe fare un viaggio negli archivi della nostra Serie A: detto fatto. Ci facciamo spazio tra gli scaffali impolverati del Milan di Sacchi, dell’Inter di Herrera, del Cagliari di Gigi Riva o della Sampdoria di Vujadin Boškov; vediamo passare davanti a noi centinaia di romanzi che narrano le gesta di icone del calcio italiano, da Del Piero a Totti, da Baggio a Maldini. Una tendenza, però, viene sempre confermata: le neopromosse, pur di salvarsi, puntano ad un gioco decisamente lontano dalla concezione di “spumeggiante”. Quest’anno, invece, si viaggia in controtendenza: per conferma, citofonare a casa Lecce.

Calciomercato estivo 2011: il Milan ha appena perso il faro del proprio centrocampo, quell’Andrea Pirlo che per le successive quattro stagioni farà sognare i tifosi juventini. Adriano Galliani, allora, cerca disperatamente un profilo a centrocampo che possa essere anche solo un’unghia del Maestro, che per dieci anni aveva fatto innamorare giovani, adulti ed anziani nel pianeta rossonero. È l’estate del Mister X, che si concretizza con l’arrivo di un 26enne dal Palermo.

Erano passati esattamente 10 mesi e un giorno da quando la Comunità europea aveva preso la sua decisione, per placare gli animi e porre fine ad una guerra tanto sanguinosa quanto lancinante, per bambini, donne ed anziani: la Croazia era stata riconosciuta in quel 15 gennaio 1992, ma il conflitto continuò. La Guerra d’indipendenza croata, a quel punto, non aveva più uno scopo, un traguardo da raggiungere con i fucili in mano: quello che contava era solo la devastazione, che colpiva specialmente chi ne aveva abbastanza della morte, chi dava vita alle nuove generazioni.

Alessandro Florenzi è diventato un meme vivente “aspettativa vs realtà” di essere il capitano della Roma: l’aspettativa sarebbe quella di scendere in campo con la fascia al braccio e guidare la squadra; la realtà, dura, è quella della panchina. L’ultima da titolare risale al 20 ottobre contro la Samp, poi appena 18 minuti nelle successive sei gare tra campionato ed Europa League. E mentre Paulo Fonseca nega l’esistenza di un caso Florenzi, bello de nonna infiamma il mercato.

Conte fa e disfa, come Dio. E a Milano, nella considerazione, i due si stanno allineando: mai l’Inter aveva fatto 31 punti in 12 giornate. Ma dal paradiso all’inferno il passo resta breve. Soprattutto dal girone di Champions a quello, infernale, dei lussuriosi. Perché Conte è questo, un allenatore che vuole sempre di più: da sé stesso, dai calciatori, dalla società. Per lui non esistono stagioni di transizione, non c’è tempo da perdere. L’obiettivo è uno solo: la vittoria. Il percorso è lineare, retto, dritto al punto. Un po’ come le sue richieste di mercato.

In Italia, falliscono in media otto società all’anno. Come ultimi esempi a testimonianza di una statistica di cui proprio non possiamo vantarci, ci sono Palermo, Foggia, Parma, Siena, Bari, Cesena e Latina, anche se la lista sarebbe ancora molto lunga. Invece di trovare una soluzione a un problema che sta diventando davvero enorme, ai piani alti le priorità sono ben altre, come ad esempio “esportare la Serie A” nel mondo.

È sabato pomeriggio. Roma è invasa dal traffico, molte, troppe macchine che si incanalano verso lo Stadio Olimpico: “Daje, te movi che gioca la Magica?”. Cerchi una delle solite scorciatoie per evitare l’ingorgo e le innumerevoli buche, ormai scolpite sulle strade della capitale come fossero leggi nella costituzione. Senti già i cori della Sud, dalla radio ti hanno comunicato da tempo l’1-0 firmato Zaniolo, ma ancora non sei riuscito ad accedere alla tua seconda casa, a quell’arena giallorossa che ha sempre trovato posto nel tuo cuore e nei tuoi pensieri. Poi, più o meno alle 15:30, vieni bloccato: un vigile ti sbarra la strada, ma non ha la classica divisa d’ordinanza. Ha una maglia blu scuro, il ciuffo ordinato e due guantoni alle mani. È l’incubo di molti avversari, quel vigile di Udine.

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