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In un anonimo venerdì di fine agosto 1992, a Praga, due connazionali si incontrano, pronti a non condividere più l’appartenenza allo stessa nazione nel periodo più breve possibile. I due uomini sono lo slovacco Vladimir Meciar ed il ceco Vaclav Klaus, i due capi di governo nello Stato Federale della Cecoslovacchia; 126 giorni dopo nascono la Repubblica Ceca e la Slovacchia, pronte a rinascere dopo il cupo XX secolo del Vecchio Continente.

Vocale, matria, scrauso e chi più ne ha più ne metta. No, non stiamo dando i numeri (o meglio, le parole): stiamo semplicemente elencando i neologismi del dizionario Treccani per l’anno corrente. Ogni anno, infatti, uno tra i portali lessicali più famosi del nostro Paese si rinnova, inserendo nuovi termini. Qualcosa, però, ci sfugge: il 7 maggio scorso abbiamo assistito a un qualcosa di realmente innovativo, spiazzante ed assolutamente geniale. Cara Treccani, forse dovresti considerare l’inserimento di un nuovo termine nella categoria Champions League: Trent Alexander-Arnold.

Sarà successo a tutti, almeno una volta nella vita: un pomeriggio torrido, sotto il sole cocente di metà agosto, non hai voglia di fare molto. Morale della favola, rovini i piani dei tuoi amici, che quel giorno volevano passare il proprio tempo libero nell’oratorio del paese. Vieni catalogato come il guastafeste, ma tu, semplicemente, non avevi voglia di morire di caldo: sei “atipico”, questo sì. Semmai dovessero leggere queste righe, siamo certi che gli amici di Christian Pulisic potrebbero rispecchiarsi alla perfezione nella situazione appena citata.

Palleggiare: un’azione immortale, che passa nel corso dei millenni. Con molta immaginazione, possiamo vedere perfettamente nella nostra mente un Uomo di Neanderthal che palleggia con una palla di foglie accartocciate una sulle altre. Oppure, spostandoci ad epoche più affini alle nostre, ci immaginiamo Renzo, che tra una peripezia e l’altra nel suo tortuoso percorso verso il matrimonio con Lucia, inizia a palleggiare sulle sponde del Lago di Como. C’è un piccolo ragazzo biondo che palleggia, nel 1991: è a Zara, in Croazia, rifugiato nell’Hotel Kolovare. In mezzo ai palloni, però, gli capita di palleggiare anche con delle bombe, che piovono dal cielo sopra di lui.

C’è chi è stato un piccolo giocatore in grandi squadre e chi un grande giocatore in piccole squadre. E Massimo Maccarone fa parte del secondo gruppo, di chi in provincia ha costruito una carriera e una storia. Lui, in Toscana, è diventato l’eroe di Siena e Empoli. Realtà che si trovano a sgomitare per restare in A o per salirci e dove, Big Mac, ha dato il meglio di sé, ergendosi a matador e simbolo. Pensare che quel ruolo, a inizio carriera, se lo sentiva troppo stretto, credendo di meritare altro.

(Quasi) nessuno lo conosceva quel sabato 22 luglio di due anni fa; a Shenzhen, il Milan batteva per 4-0 il Bayern di papà Carlo Ancelotti: esordiva Bonucci ed i nuovi acquisti Kessie e Çalhanoğlu facevano illuminare gli occhi dei tifosi rossoneri. Il protagonista di quell’amichevole di fine luglio, però, era un altro. Veniva dalla Primavera ed era un vero Diavolo, con il rossonero che scorre nelle vene: il figliol prodigo, Patrick Cutrone.

L’apparenza inganna. Quasi sempre. E’ vero, siamo naturalmente portati ad agire e a crearci opinioni su ciò che vediamo ma questo comportamento resta sbagliato. Sì perché spesso dietro il primo e semplice strato dell’apparenza, si nasconde il secondo e veritiero lato della realtà, quello più difficile da scoprire. Prendiamo per esempio una componente come il raggiungimento del successo, più in particolare l’essere calciatori famosi. Lo status del calciatore professionista, da un occhio superficiale, è visto come una sorta di condizione paradisiaca frutto della classica e banale ricetta: soldi più fama uguale a felicità.

Ora ci dovete dare tempo, possiamo vincere il titolo in quattro anni. Se non sarà così andrò ad allenare in Svizzera.

Semplice, schietto e sorridente. Il Klopp dell’ottobre 2015 non è poi tanto diverso da quello di oggi.

Arrivato in una delle panchine più prestigiose del mondo, si ritrova al dodicesimo posto in campionato in una situazione, sportivamente parlando, quasi drammatica. Lo scivolone e l’abbandono di Steve-G, il campionato perso per un soffio e una rosa che, con ogni probabilità, aveva speso ogni energia la stagione appena passata.

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