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Il 7 maggio 1999, Marco Materazzi si trova a Liverpool, sulla sponda dipinta di blu del fiume Mersey. Ha la numero 15 dell’Everton, che non ha indossato nelle ultime tre gare di campionato: non lo convocano, forse sarà per la sua attitudine a farsi sbattere fuori prima del 90′. Il giorno dopo i Toffies ne rifilano 6 al West Ham, ma Marco non è della partita. Chissà se quel giorno ha visto la première dell’ultima pellicola dei fratelli Wachowski: di questo Matrix ne sentirà parlare spesso..

Mozart, Van Gogh, Pollock.. artisti, innovatori, scolpiti nella storia della cultura mondiale. Due parole per descriverli: genio e sregolatezza. Nonostante il loro intelletto, la scaltrezza e l’estro creativo, non sono mai riusciti a limitare i propri eccessi ed i propri vizi. Un po’ come successo ad uno dei talenti calcistici più sopraffini degli ultimi 10 anni; forse un po’ meno “genio” e decisamente più “bomber”, ma in ogni caso accomunato ai mostri sacri citati in precedenza per la sua sregolatezza: Mario Balotelli.

È passata una settimana da una delle sfide sportive più leggendarie di sempre: esattamente 7 giorni fa, sul campo centrale di Wimbledon si affrontavano Roger Federer e Novak Djokovic, nella finale più lunga nella storia dello Slam britannico. I due mostri sacri del tennis si sono affrontati sull’erba del Centre Court per 4 ore e 55 minuti, senza battere ciglio: sembrava non dovesse finire mai, ogni spettatore aveva il fiato sospeso. Questa sensazione di interminabilità non la si prova solo nel tennis; nel corso degli anni il calcio ci ha abituato a partite leggendarie, i quali 90 minuti sono stati psicologicamente percepiti come delle ore. Andiamo a scoprirle.

Tutto parte dalla Sardegna, terra selvaggia ma accogliente, che non lascia scampo alla tua solitudine, bensì fa di tutto per renderti partecipe alla vita dell’isola. È nella terra dei nuraghi, dei malloreddus e dei Mamuthones che in un piovoso mercoledì di fine gennaio, nel 2010, arriva un belga poliglotta (parla quasi perfettamente l’olandese, l’italiano, il francese e l’inglese) con la grinta che esce fuori dalle orbite.

Un momento della carriera portato nel cuore? Ci sono vari momenti. Direi due in particolare. Il primo è la notte prima dell’esordio con l’Inter: ho dormito poco perché vedevo San Siro così lontano che pensare di poterlo vivere da protagonista era come un sogno. Il secondo è la notte prima della finale di Champions League: il traguardo che aspettavamo da tantissimo tempo e che finalmente è arrivato con un successo indimenticabile.