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Tutto parte dalla Sardegna, terra selvaggia ma accogliente, che non lascia scampo alla tua solitudine, bensì fa di tutto per renderti partecipe alla vita dell’isola. È nella terra dei nuraghi, dei malloreddus e dei Mamuthones che in un piovoso mercoledì di fine gennaio, nel 2010, arriva un belga poliglotta (parla quasi perfettamente l’olandese, l’italiano, il francese e l’inglese) con la grinta che esce fuori dalle orbite.

Un momento della carriera portato nel cuore? Ci sono vari momenti. Direi due in particolare. Il primo è la notte prima dell’esordio con l’Inter: ho dormito poco perché vedevo San Siro così lontano che pensare di poterlo vivere da protagonista era come un sogno. Il secondo è la notte prima della finale di Champions League: il traguardo che aspettavamo da tantissimo tempo e che finalmente è arrivato con un successo indimenticabile.

“Piacere, mi manda Milito…”. Una frase che fa venire la pelle d’oca a ogni nostalgico e nell’anno in cui si torna a rivedere le stelle della Champions può solamente accendere i sogni e le speranze del popolo interista, a maggior ragione se a parlare è un argentino che ha avuto l’onore di condividere lo spogliatoio del Racing proprio con quel Príncipe, eroe modesto del triplete che gli ha fatto venir voglia di indossare la stessa maglia a righe nerazzurre con cui lui ha scritto la storia del club in Italia e in Europa.