È passata una settimana da una delle sfide sportive più leggendarie di sempre: esattamente 7 giorni fa, sul campo centrale di Wimbledon si affrontavano Roger Federer e Novak Djokovic, nella finale più lunga nella storia dello Slam britannico. I due mostri sacri del tennis si sono affrontati sull’erba del Centre Court per 4 ore e 55 minuti, senza battere ciglio: sembrava non dovesse finire mai, ogni spettatore aveva il fiato sospeso. Questa sensazione di interminabilità non la si prova solo nel tennis; nel corso degli anni il calcio ci ha abituato a partite leggendarie, i quali 90 minuti sono stati psicologicamente percepiti come delle ore. Andiamo a scoprirle.

28 aprile 2010: non scorre il tempo al Camp Nou

La banda di Josè Mourinho arrivava a quella semifinale di ritorno con due sentimenti contrastanti: il coraggio di superare gli alieni del Barça ed il timore di tornare a Milano senza i biglietti per Madrid. All’andata i nerazzurri avevano superato le aspettative: dopo il vantaggio blaugrana con Pedro, i padroni di casa avevano ribaltato il risultato grazie a Sneijder, Maicon e il Principe Milito. Ora, serviva l’impresa. Da casa, il tempo cominciava a rallentare sia nelle case tinte di nerazzurro sia in quelle tinte di bianconero e rossonero, pervase da gufi pronti per l’occasione.

Inizia malissimo: al 28′ l’Inter rimane in 10 per l’espulsione di Thiago Motta; chissà se Sergio Busquets sente ancora le maledizioni che gli sono state lanciate dai tifosi interisti.. L’Inter, però, ci crede. Lotta su ogni pallone, si difende strenuamente e gioca di sacrificio, lo stesso sacrificio che porta Samuel Eto’o a spostarsi sulla fascia sinistra per aiutare in difesa. In più, i nerazzurri dovevano giocarsela anche con la sorte, che aveva tolto loro Goran Pandev per un affaticamento nel riscaldamento prepartita.

E allora Mourinho che fa? Probabilmente ragiona d’istinto, non curante delle conseguenze: dopo l’espulsione del numero 8, disegna un 4-4-1 con Sneijder centravanti, Milito ed Eto’o esterni e Cambiasso con Chivu (sì, avete letto bene) come centrali. Spavaldo. Il problema è il nostro amico tempo, che non è per nulla dalla parte dell’Inter.

Quattro minuti dopo l’espulsione di Thiago Motta, il destino fotografa l’istantanea della gara: Messi si accentra, ne scarta due e lascia partire un sinistro che è gol nel 100% dei casi. Julio Cesar, però, è capace anche di respingere la statistica e effettua quella che, molto probabilmente, è la sua parata più bella ed importante con la maglia della Beneamata. L’Acchiappasogni colpisce anche in Catalunya.

inter barcellona riserva di lusso

I minuti sembrano non scorrere mai, specialmente gli ultimi 15. 84′: colui che non ti aspetti, il difensore dai piedi non esattamente raffinati, scarta Julione e insacca: Piqué diventa in un istante l’uomo della Remuntada, del trionfo azulgrana. Xavi tira di fuori, Messi incontra ancora i guantoni del numero 12, viene annullato un gol a Bojan Krkić in mezzo agli ottantamila fischi del tifosi del Barça. Non passa più. Il cronometro non scorre ed il belga Frank De Bleeckere sembra quasi non voler fischiare. Poi, all’improvviso, finisce tutto. Un po’ come sul punto decisivo di Djokovic al tie break: fischio finale, l’Inter è in finale di Champions e la festa blaugrana non s’ha da fare. Il tempo, a volte, fa brutti scherzi.

9 luglio 2006: Grosso spezza l’attesa

87,04%. No, non siamo impazziti (non del tutto) e non stiamo dando i numeri. Ne stiamo dando solo uno: è il secondo share più alto mai registrato nella storia della televisione italiana, secondo solo all’87,25% di Italia-Argentina ad Italia ’90. È una delle serate più belle ed interminabili della nostra storia; una partita che ha unito giovani ed anziani, meridionali e settentrionali, Curva Sud e Curva Nord: è Italia-Francia.

Arrivavamo da un’altra gara in cui il tempo l’ha giocata da padrone: tutto è successo così in fretta in quella semifinale al Westfalenstadion di Dortmund, con l’uno-due micidiale targato Grosso e Del Piero alla fine del secondo tempo supplementare che ha lasciato i tedeschi a mani vuote. Ci dispiace ancora..

Ora, però, bisognava conquistare quella Coppa. Ci giocavamo una finale dei Mondiali nelle condizioni folkloristiche peggiori possibili: in casa del nemico, contro un altro nemico. Ma negli occhi degli 11 Azzurri scesi in campo si riusciva a scovare una voglia di vincere mai vista prima, nascosta solo in parte dalla concentrazione di portare a casa il risultato. In più, si potevano prendere due piccioni con una fava: vincere quella finale avrebbe significato infliggere un ulteriore smacco ai cugini d’oltralpe, poichè quella gara era l’ultima in carriera di Zinedine Zidane, il quale non condizionerà per niente una delle partite più importanti nella storia del calcio francese.. vero Materazzi?

Le nostre storie iniziano tutte male. 7′ sul cronometro: Malouda si inserisce in velocità in area, Materazzi lo atterra e Horacio Elizondo indica il dischetto. Zidane fa esplodere il settore dell’Olympiastadion stracolmo di tricolori francesi: 1-0 Francia. Si tratta di una situazione atipica per i ragazzi di Lippi, che prima d’ora non erano mai andati sotto. Capitan Cannavaro suona la carica e dodici minuti dopo Matrix riporta l’Italia in partita: cross perfetto di Pirlo da calcio d’angolo ed il numero 23 batte Barthez di testa.

Al 36′ sembra di rivivere un flashback: cross di Pirlo e colpo di testa. Questa volta, però, l’esito è differente: Toni colpisce la traversa e si dispera. Non sarà l’unica occasione in cui l’attaccante della Fiorentina cercherà di strapparsi i capelli, poichè nel secondo tempo gli viene annullato un gol per fuorigioco. È una delle nostre poche occasioni nel secondo tempo, in cui la Francia la fa da padrone. Qui entra in gioco il fattore tempo, denominatore comune della nostra storia: in diverse occasioni ci salviamo per il rotto della cuffia e 45 minuti sembrano un’eternità. L’arbitro dice che si può andare a bere una bionda media prima dei supplementari, che iniziano con l’intenzione della Francia di giocare a trazione anteriore: entra Trezeguet, che sarà decisivo nei calci di rigore. “Chissà quanti gliene ha presi Buffon a Trezeguet in allenamento..”

Il tempo, improvvisamente, si ferma al 110′. Ti chiediamo perdono Fabio, ma nessuno meglio di te ha saputo descrivere quegli attimi. Ecco la telecronaca di Caressa: MA NO! EH NO! NON SI PUÒ! RISCHIA DI ROVINARE UNA CARRIERA CON UNA TESTATA.. INDECENTE ZIDANE! ROSSO PER ZIDANE CHE SE NE VA GIUSTAMENTE SOTTO LA DOCCIA, SOTTO LA DOCCIA, SOTTO LA DOCCIA, SOTTO LA DOCCIA!“. Ecco il fattaccio: Zizou butta al vento una delle partite più importanti della carriera e l’Italia ha un motivo in più per crederci.

Si arriva ai calci di rigore: segnano Pirlo, Wiltord e Materazzi. Poi, sul dischetto si presenta Trezegol: “Lo conosci.. NON È GOL! NON È GOL! E MICA È SEMPRE NATALE! LINEA PIENA, VIA COSÌ!” . De Rossi, Abidal, Del Piero e Sagnol.

4-3 per noi: dagli undici metri Fabio Grosso, l’eroe della semifinale. Lippi si strofina gli occhi perchè non ci crede, rincorsa, GOOOOOOOOOOOOOOOL“. Che ci volete fare, l’Italia è Campione del Mondo. Ed è stato bello vivere quei 120′ come se fossero delle settimane.

fabio grosso

Il tempo, a volte, gioca brutti scherzi. Ma cosa sarebbero state queste due partite leggendarie senza l’ansia, la preoccupazione, le unghie mangiate da milioni di telespettatori? E cosa mi dite del momento liberatorio, di quella corsa senza traguardo di Fabio Grosso? Senza quei minuti interminabili, senza l’attesa della fine, senza il controllo costante dell’orologio, tutto è vano. Quindi sì, siamo contenti di invecchiare davanti alla prossima partita memorabile, davanti ai prossimi 90 minuti infiniti.

Autore

Classe 2000. Il classico nome romano per un pavese di origini calabresi; geografia a parte, aspira a guadagnarsi da vivere raccontando le storie degli sport che ama, dal calcio al basket. È destinato a soffrire: tifa Inter.

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