La chiamano la Scala del Calcio, ma San Siro è molto più affascinante di così.

Della Scala, questo stadio, ha lo snobismo dei loggionisti. Sono più interisti che milanisti e sono quelli che da 30 anni a questa parte mettono in difficoltà tutti i terzini sinistri che non si chiamano Facchetti o Breheme con il loro brusio.

San Siro ha un battito diverso dagli altri stadi, e te ne accorgi in ogni momento. Sia quando resta in silenzio, assorto, assopito, sia quando inizia a pulsare.

Sono stato a San Siro a vedere una semifinale di Champions, Milan – Manchester United, e quel giorno ho capito cos’è il fattore campo. Il ruggito della fossa dei leoni, le sciarpe rossonere, Gattuso che chiede un sostegno che in realtà è già incessante.

Oppure basti pensare a quell’Inter – Tottenham, sì proprio quello della Garra Charrua, del “l’ha ripresa Vecino”. Il silenzio al gol degli inglesi, il boato dopo il pareggio e poi i decibel che salgono. Sempre di più. Fino a quel calcio d’angolo e al gol segnato dall’uruguagio, con la spinta dei 70.000.

San Siro è bello da guardare, anche se non è moderno. Si lasca fotografare già quando lo scorgi, uscendo dalla metro lilla.

Non è avveniristico come gli stadi inglesi e tedeschi, ma trasuda storia.
Il “When the saint go marching in” di una rimonta interista sul Liverpool, il Milan di Sacchi che distrugge il Real Madrid 5 a 0, l’Inter di Mourinho che torna, in una notte di maggio (e chi se la scorda, era pure il mio compleanno) con la Coppa dalle grandi orecchie (e senza Mourinho), Sheva e Maldini dopo l’old Trafford.

San Siro è religione, è la corsa affannosa mentre sali fino al terzo anello e l’ha partita è già iniziata. E a te sembra di non arrivare mai fino a lassù. E allora sali, respiri, ruggisci e preghi mentre lì sotto accade di tutto, e il dialetto meneghino si confonde con quello di chi del Milan o dell’Inter si è innamorato pur senza vivere a Milano.

San Siro è il rumore fastidioso, eppur meraviglioso, dei generatori di corrente dei paninari. L’odore del panino alla salamella, le sciarpe nerazzurre e rossonere, la storia di un tempo che non c’è più, la storia che torna. Perché qui si torna sempre, a vincere.

San Siro è lo stadio più vincente di sempre, quello che può raccontare i segreti e gli aneddoti dei casciavit e dei buscia, quello di una grandissima ma rispettosa rivalità. Il più bello per poter vedere un derby.

San Siro insegna al mondo come si fa a guardare una stracittadina seduti vicino, a tornare nello stesso vagone della stessa metro, a stringersi la mano e prendersi in giro il giorno dopo.

San Siro, Milano. Italia. Mondo.

Autore

Doppiofedista del marketing e della narrativa, usa la parola storytelling che le contiene tutte. Per non farsi mancare nulla, è doppiofedista anche nel calcio: pensava che l’Inter era la passione che gli sarebbe passata crescendo. Forse non è mai cresciuto.

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