Negli ultimi anni, la parola “calciatore”, nel 90% dei casi è sinonimo di soldi, potere e tutto ciò che una vita di lusso può comportare. Ci sono stati giorni però, in cui essere un calciatore non significava automaticamente possedere macchine sportive e conti in banca con almeno sette zeri, bensì una maniera per scappare da situazioni orribili. Come quella che appartiene alla storia di Sinisa Mihajlovic.

La cefeide sovietica

Prima di iniziare a snocciolare la vita di Sinisa, è bene fare una premessa molto importante: anche negli anni a cavallo tra i 90′ e i 00′ i calciatori erano visti e considerati come delle divinità, e per questo riempiti da fior di quattrini, ma “il sergente serbo”, prima di approdare in quello status di privilegiato ha dovuto affrontare mille battaglie. Nel vero senso del termine. Sinisa nasce infatti a Vukuvar il 20 febbraio del 1969, quando nel mondo post seconda guerra mondiale, ci sono in corso d’opera due situazioni molto delicate: la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, e alcuni anni dopo, la guerra dei balcani, che comprendeva Serbia, Jugoslavia, Croazia, Slovenia e Bosnia ed Erzegovina. Ed è proprio qui che Mihajlovic si ritrova a dover affrontare le sue battaglie. La sua carriera calcistica inizia nel Vojvodina, per poi passare nel giro di poco alla Stella Rossa dei tempi d’oro, quella che nell’edizione 1990-1991 riuscì nella storia impresa di portarsi a casa la Coppa dei Campioni, l’attuale Champions League: per capire la portata di tale successo, di cui lo stesso Sinisa si rese partecipe, non bisogna però guardare la cosa dal lato calcistico, bensì da quello politico, visto che nello stesso anno, ci fu il crollo dell’Unione Sovietica e il conseguente declino inesorabile della Jugoslavia. Quella coppa sarà infatti il punto più alto della cefeide calcistica del comunismo sovietico.

Genti diverse venute dall’est, dicevan che in fono era uguale

Due fucili al posto delle gambe

Nel 1991 scoppia una guerra civile di dimensioni folli, in cui morirono 93. 837 persone tra soldati e civili, mentre in altre tante “mila” tentarono di scappare in Europa, missione che a Sinisa riuscì grazie ai suoi piedi, che lo portarono ad essere ingaggiato dalla Roma nella stagione 92′-93′ per 8,5 miliardi di lire, arrivando a collezionare 54 presenze e un goal in due anni. In quel serbo c’era del potenziale enorme, e alla Sampdoria di Sergio Santarini se ne accorgono, decidendo di accaparrarselo alla modica cifra di 12 miliardi di lire, con la formula del prestito per il primo anno e il riscatto obbligatorio nel successivo. È nella città della lanterna che Mihajlovic ottiene la fama di cecchino dei calci di punizione: ogni calcio da fermo nell’arco dai 20 ai 50 metri di distanza dalla porta avversaria si trasforma in una vera e propria sentenza, tanto da convincere la Lazio, che in quel periodo si trovava nel suo massimo punto di splendore -vi ricorda qualcuno?- a riportarlo nella capitale, stavolta però sulla sponda biancoceleste. Sul piatto Sergio Cragnotti mise quelli che oggi equivalerebbero a 17 milioni di euro. Di certo non era uno che badava a spese.

“E se tira Sinisa è goal”

Ora fermiamoci un attimo. Per rendere giustizia è giusto parlare anche delle caratteristiche tecnico-tattiche di un giocatore che ridurre a semplice “tiratore da fermo” sarebbe un’ingiustizia bella e buona. Se alla Stella Rossa, alla Roma e alla Sampdoria, Sinisa ha vissuto buone annate, alla Lazio, anzi, in quella Lazio, trovò il momento di massimo splendore, per via di vari motivi: il modulo (4-4-2) messo in scena da Sven-Goran Eriksson, capace di mettere in risalto tutte le sue migliori caratteristiche, ovvero la capacità di manovra sulla fascia sinistra e ovviamente il tiro, arrivando a segnare ben ventotto goal su punizione. Sì, avete letto bene. Ventotto. È da qui che i tifosi laziali inaugurano il coro “e se tira Sinisa, e se tira Sinisa è goal”, fino ad arrivare al giorno in cui in lacrime, passerà all’Inter a titolo gratuito, dopo il crack finanziario di Cragnotti.

Un carattere da guerriero

La sua carriera però non è di certo stata tutta rosa e fiori, da rifugiato di guerra a calciatore di fama mondiale, perchè Sinisa, da vero guerriero, si è anche reso protagonista di episodi che hanno in parte aiutato a costruire l’immagine di “sergente” e in parte macchiato il suo nome: il 7 novembre 2003, ad esempio, fu squalificato dalla Uefa per otto giornate e costretto a pagare una multa di 12.300 euro per aver scalciato e sputato al rumeno Mutu, allora giocatore del Chelsea, mentre durante un Lazio-Arsenal del 2000, chiamò con l’appellativo di “negro di merda” il giocatore francese Patrick Vieira. Anche da allenatore non ha perso occasione di far parlare di se, escludendo da CT della Serbia, Adem Ljajic dal giro dei titolari per la sua scelta di non cantare l’inno serbo, e facendosi fotografare nell’appena passata finale di Coppa Italia, in un faccia a faccia con alcune forze dell’ordine, accusate di avergli rivolto accuse razziste. Quando si parla di Sinisa Mihajlovic, sia del Sinisa calciatore che di quello allenatore, è inevitabile entrare in un limbo fatto di ideali sbandierati senza paura, contraddizioni e cosi via. Ma il sergente è cosi, prendere o lasciare.

 

 

 

Autore

In piena adolescenza, momento della crescita, ha visto giocare ed esultare gente come Meghni e Vignaroli, cosa che gli ha permesso di forgiare un carattere di ferro. Arrugginito però. Attualmente scrive e collabora con varie testate come "lanotiziasportiva" e "laziocrazia".

Lascia un commento

Top