Ci sono decisioni nella vita di un uomo, che si prendono in un attimo e che cambiano drasticamente il proprio futuro. Un attimo, una manciata di secondi che determinano anni e anni di futuro.

Simone Inzaghi, attuale allenatore della Lazio, rientra in questa categoria, e il suo “attimo fuggente” è accaduto la bellezza di ben dieci anni fa, in un Lazio-Lecce della stagione 2008-2009; in quella partita lui entrò a partita in corso d’opera per cercare di arrivare ad un insperato pareggio, e all’89° minuto, con una zampata vincente fece 1-1, mettendo a referto il suo ultimo goal della carriera da calciatore.

simone inzaghi

Si ritirerà nel 2010, ma da quel giorno qualcosa nella sua testa lo convince a rimanere legato ai colori biancocelesti, intraprendendo la carriera da allenatore.

Il re di primavera

Con molta passione e pazienza, inizia il suo percorso da allenatore partendo dagli “allievi”, e da li è un susseguirsi di trofei e vittorie che lo portano alla promozione come allenatore della primavera prima, e della Lazio poi, quando Stefano Pioli viene esonerato e Simone scelto come traghettatore per concludere un campionato ormai compromesso.

Nella stagione successiva infatti, al suo posto sarebbe dovuto arrivare Bielsa, ma poi sappiamo tutti come sono andate le cose: la rinuncia del loco, la conferma di Simone Inzaghi, una Supercoppa portata a casa contro la Juventus e una storica qualificazione in Champions League mancata solamente all’ultima giornata di campionato contro l’Inter.

Tutto questo, nel segno di quello che ormai è diventato, nel bene e nel male, il suo marchio di fabbrica: il 3-5-2 che ha permesso alla Lazio di stupire tutta la Serie A (ricordiamo la storica vittoria contro la Juventus all’Allianz Stadium) e anche mezza europa, avvicinandosi, nella stagione 2017-2018, ad un passo da una sempre storica semifinale di Europa League. Ma la domanda che dobbiamo porci è: “Inzaghi è davvero un buon allenatore?”

Adattarsi per sopravvivere

Quando Inzaghi sale per la prima volta sulla panchina della Lazio, si ritrova davanti a sè, una situazione disperata, con una squadra a cui dover riconsegnare anima e gioco; il suo di gioco appunto, il 3-5-2 già collaudato efficacemente con la primavera.

A mancare però, erano – e secondo alcuni sono ancora – gli esecutori: abbiamo visto tutti le lacune difensive di Adam Marusic sulla fascia e di Bastos e Wallace nella difesa a tre, eppure con quella rosa, Inzaghi è riuscito a disputare una delle annate più belle che il tifoso laziale ricordi negli ultimi dieci anni, cosa che gli ha fatto acquisire molto in fretta prestigio e visibilità.

simone inzaghi

Addirittura, nel recente “toto-allenatore” della Juventus, prima dell’arrivo di Sarri, uno dei nomi più accreditati per la panchina bianconera era proprio quello di Simone Inzaghi. Nel suo DNA abbiamo il 3-5-2, modulo che Simone non ha mai cambiato e ottime capacità di adattamento; ma ora che sono arrivati innesti a lui congeniali (Lazzari su tutti), perché è di nuovo al centro delle critiche?

Effetto sorpresa

Uno degli elementi spesso più sottovalutati nel mondo del calcio, è quello dell’effetto sorpresa. E Inzaghi, almeno nei suoi primi due anni da allenatore nel “calcio che conta”, è stato proprio una sorpresa: una squadra messa in condizione di attaccare in maniera efficace – e di difendere male -, l’esplosione di due fenomeni come Milinkovic-Savic e Luis Alberto, e la capacità di un allenatore giovane e con tanta voglia di fare, di creare uno spogliatoio molto unito. Sono stati questi i segreti di una squadra scoppiettante, ma ora che tutti conoscono a memoria il suo stile di gioco, prendere letteralmente a suon di goal gli avversari non è più cosi facile, ed ecco che in 7 giornate di campionato, la Lazio ha raccolto “solamente” 11 punti, iniziando ad allontanarsi dall’obiettivo, che è sempre quello di tornare nell’Europa che conta.

Gli stessi tifosi che per due anni lo hanno acclamato a suon di cori affettivi ogni domenica, e che hanno provato in tutti i modi ad allontanarlo dalle grinfie della Juventus, ora sono divisi tra chi vorrebbe la sua testa su un piatto d’argento, e chi invece continua a dargli fiducia. Per riconoscenza, magari, o forse per paura che al suo posto possa arrivare qualcuno in grado di fare anche peggio.

La verità è che in quello che si è visto in queste prime partite di campionato, qualcosa di buono nel gioco di Simone Inzaghi c’è ancora; bisogna però trovare al più presto un diversivo, idee nuove da donare a una squadra che gioca sì a memoria, ma che di fronte a un avversario che ha svolto i compiti a casa, non sa come sorprendere.

Inzaghi, per rispondere alla nostra domanda, è un buon allenatore: certo, paragonarlo, come è stato fatto in passato, a “mostri” come Guardiola e Klopp è sicuramente una follia, sopratutto se consideriamo che il tecnico biancoceleste è alla sua prima “vera” esperienza da allenatore, e che ora si trova davanti a un bivio: riuscire a rinnovarsi e quindi allo stesso tempo confermare il suo talento, oppure cadere nell’anonimato e disputare un campionato di alti e bassi, proprio come sta facendo la sua squadra, in grado di perdere contro il modesto Cluj in Europa League, e di passeggiare con un sonoro quattro a zero ai danni del Genoa.

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Autore

In piena adolescenza, momento della crescita, ha visto giocare ed esultare gente come Meghni e Vignaroli, cosa che gli ha permesso di forgiare un carattere di ferro. Arrugginito però. Attualmente scrive e collabora con varie testate come "lanotiziasportiva" e "laziocrazia".

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