Siamo a Cordova, nella leggendaria plaza de toros. È il 5 ottobre del 1879 e si sta svolgendo un duello: da una parte Rafael Molina Sánchez, lo storico torero che prese il nome di Lagartijo, e dall’altra Murciélago, uno dei tori più leggendari di sempre. In quella domenica riuscì a sopravvivere a 90 colpi di spada del torero, che fu costretto a risparmiarlo data la volontà della folla. Ma non vi ricorda proprio niente il nome di quel toro?

A diciassette anni Ronaldo era la macchina più perfetta mai vista su un campo di calcio. Una struttura muscolare incredibile, la capacità di accelerare fino ai venti, ventidue all’ora senza problemi. Non è guidare una Lamborghini Murciélago, è essere una Lamborghini Murciélago.

Parola di Federico Buffa, uno che quel ragazzo là l’ha visto diverse volte dal vivo, dal 1997 al 2002, i suoi primi anni dalle nostre parti. Ma torniamo al nostro toro, che dà il nome a quella splendida autovettura targata Lamborghini: una macchina da sogno, che ha dominato il mercato automobilistico per il primo decennio del terzo millennio. Le produzioni di questa splendida auto iniziano nel 2001, quando il protagonista della nostra storia era ai box per il peggior infortunio della sua carriera. Come il toro Murciélago, però, era incontebile: una vera e propria macchina da corsa, con le sue falcate che potevano competere con i lunghi rettilinei del connazionale Rubens Barrichello.

Dalle premesse, sembra un profilo interessante da analizzare, questo Ronaldo Luís Nazário de Lima. Scaldate i motori allora, buttiamoci dentro alla sua storia.

Carioca e mineiro

Il 18 settembre 1976, Nélio Nazário de Lima e Sonia dos Santos Barata sono in trepidazione: dopo Ione e Nélio Junior, arriva il terzo figlio. Vengono assistiti dal medico Ronaldo Valente ed in suo onore il terzogenito viene chiamato Ronaldo. Il piccolo cresce ad una ventina di kilometri di distanza dal Maracanã, dove gioca il suo adorato Flamengo, con la cui maglia gioca ogni singolo giorno a futsal, con gli amici del quartiere di Bento Ribeiro. In quattro anni vede trionfare i rossoneri tre volte, guidati dalle magistrali prestazioni di Zico e Nunes. Un giorno, il suo sogno si avvera: è uno dei tanti raccattapalle del Mengão ed è convinto che un giorno indosserà quella maglia, la divisa del club Mais querido do Brasil.

Carioca nel sangue, il piccolo Ronaldo entra nel mondo del calcio prima con il Valqueire, squadra di Bento Ribeiro specializzata nel futsal, e poi con il Social Ramos Clube, con la cui maglia bianconera inizia a giocare sui campi ad 11. Il ragazzino è forte, fortissimo, e papà Nélio lo sa bene; per questo motivo, dal gennaio ’92, ogni giorno suo figlio si fa 23 km a piedi pur di presentarsi agli allenamenti del São Cristóvão, che lo aveva ingaggiato dal Social Ramos. Sì, è proprio forte: prima partita con il Tomazinho e tripletta, mentre a fine stagione i gol sono 44. La chiamata del grande club è inevitabile, Ronaldo non vede l’ora di giocare con il suo Flamengo.

I colori sono diversi, il campionato pure: non è il rossonero del Fla, ma il biancoblù del Zêro. Dal 1993 Ronaldo saluta Rio e si sposta a Belo Horizonte, acquistato dal Cruzeiro sotto indicazione del Furação da Copa, il campione del Mondo 1970 Jairzinho. Nonostante il tifo rossonero, con la maglia della Bestia Negra dà il meglio di sè: a neanche 17 anni mette a segno 12 gol in 14 partite (compresa una cinquina: sì, avete letto bene), classificandosi terzo nella classifica cannonieri del campionato. L’anno successivo, i gol sono 24, di cui uno abbastanza traumatico per una delle compagini più importanti del Sudamerica.Ronaldo riserva di lusso

È il sei aprile del 1994. Al Mineirão arrivano gli Xeneizes del Boca Juniors. I 22.500 spettatori stanno assistendo ad una gara avvincente, combattuta: il risultato è fermo sull’1-1, dopo le reti di Luiz Fernando per i padroni di casa e di Sérgio Martinez per gli ospiti. Ad un quarto d’ora dalla fine, sale in cattedra il 17enne di Bento Ribeiro. Si fa dare palla a centrocampo, ne scarta uno, due, tre e con l’interno sinistro sposta il pallone davanti a Navarro Montoya, l’estremo difensore degli argentini: non può far altro che appoggiare in rete. È Maradona contro l’Argentina, è la nuova, ennesima, stella del calcio brasiliano. Saluta mamma e papà, Ronaldo, perchè la saudade sta per arrivare.

Ronaldo, l’Olandese volante

Non è un vascello fantasma che solca i mari senza una meta precisa, ma è una scheggia sui campi d’Olanda. All’epoca del trasferimento, è l’acquisto più costoso nella storia del PSV Eindhoven, che sperava di poter avere un altro dei brasiliani più forti di sempre in rosa dopo la cessione di Romário al Barça. Non vogliateci male, ma vi spoileriamo subito tutto: sì, la speranza e l’investimento non sono stati vani.

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Con quella 18 sulle spalle domina l’Eredivisie; nella sua prima stagione nei Paesi Bassi arrivano 33 gol in 35 partite, compresa una tripletta micidiale al Bayer Leverkusen all’esordio in Coppa UEFA: prima segna su rigore dopo esserselo conquistato, poi lascia partire un missile dai 25 metri ed infine segna d’opportunista davanti a Rüdiger Vollborn, prima di sfiorare il poker di testa. La Murciélago non era ancora in commercio, ma Ronaldo aveva già preso la pole position.

La sua seconda stagione in Europa, sotto la guida di Dick Advocaat, è caratterizzata dal primo dei tanti infortuni che limitarono il suo strapotere tecnico e fisico: il ginocchio comincia a scricchiolare, costringendolo ad una lunga pausa. Fin quando può giocare, però, si fa sentire: poker in Coppa UEFA contro i finlandesi del Myllykosken Pallo -47 e 12 gol in 13 gare di Eredivisie, che all’epoca si chiamava ancora PTT Telecompetitie. Il destino è segnato e ad Eindhoven pensano di vivere un déjà-vu. Ronaldo come Romário: Catalunya, estoy llegando.

Un altro Fenomeno in blaugrana

Johan Cruijff, László Kubala, Paulino Alcántara.. la lista potrebbe andare avanti per kilometri ma il concetto rimarrebbe sempre quello. A Barcellona ce l’hanno fatta un’altra volta: l’ennesimo fuoriclasse sbarca al Camp Nou e questa volta è uno che ha bruciato le tappe. Prende quel 9 che era stato sulle spalle del maestro olandese, di Laudrup, Stoičkov e Romário, proprio colui che aveva sostituito in Olanda.

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Passa solo un anno con quella camiseta, ma lascia un ricordo indelebile: è un mostro, una macchina da guerra, un uomo capace di segnare 47 gol (e servire 7 assist) in 49 partite. In particolare, è degno di nota uno dei due gol inflitti al Santiago de Compostela: prende palla due metri prima della linea di centrocampo, resiste alla strattonata di Saïd Chiba, supera in velocità José Ramón, sterza con il destro, poi con il sinistro, poi ancora con il destro ed infila con un destro rasoterra Fernando Peralta, che per scordarsi di quel 20enne venuto dal Brasile avrebbe dovuto fare un pellegrinaggio andata e ritorno per la cattedrale della città. A fine anno c’è un Camp Nou intero a chiedere la sua permanenza, ma da Milano arriva la notizia bomba: Massimo Moratti ha offerto 48 miliardi di lire, ossia l’intera clausola rescissoria: un altro aereo, un altro Paese, un altro campionato da decimare a suon di gol.

Un cimelio fragile

Chiedo scusa ai miei genitori, ma in mezzo alla foto di loro due io porto sempre quella di Ronaldo.

Queste le parole di Peppino Prisco, l’interismo fatto a persona. Eh sì, perchè per le 99 partite giocate in nerazzurro in 4 anni è sembrato davvero un alieno. Sì, non meravigliatevi se notate un numero troppo basso di gare disputate dal Fenomeno; vi ricordate del primo grande infortunio in Olanda? Era il preludio al disastro alla Beneamata: salta 663 giorni per quella maledettissima lesione al tendine rotuleo. In totale sono 86 partite, dal 21 novembre 1999 al 16 settembre 2001: dopo questo stop ai box, però, Ronaldo non sarà più lo stesso. Ma facciamo un passo indietro.

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Eravamo rimasti a quella clausola rescissoria, quell’investimento record che l’aveva portato sul Naviglio nerazzurro. Il primo anno a Milano, sotto la guida di Gigi Simoni, fa il bis: dopo quello conquistato al Barcellona, arriva il secondo Pallone d’Oro consecutivo, grazie alle 34 reti stagionali. Insieme a Zanetti e Zamorano, lascia il segno nella finale di Coppa UEFA di Parigi contro la Lazio. Il suo principale obiettivo, però, quello di conquistare lo Scudetto, si vanifica a fine aprile: è l’ennesima scintilla nell’incendio della rivalità tra Inter e Juve, con l’arbitro Ceccarini che non fischia un dubbissimo rigore ai nerazzurri per un contatto tra Iuliano ed il Fenomeno.

Mi sento derubato, questa è un’autentica vergogna, una vergogna da esportare in tutto il mondo. Mi possono anche dare una punizione o una multa tanto non cambio idea.

Dall’anno successivo, iniziano i problemi: prima alcuni fastidi alle ginocchia lo costringono a rimanere fuori per diverse gare, poi il definitivo crac contro il Lecce lo spedisce direttamente in sala operatoria. È un calvario infinito, che sembra terminare nella finale di andata di Coppa Italia contro la Lazio. Il dio degli infortuni, però, continua a prendersi gioco del Fenomeno: entra al 58′ al posto di Baggio ma dopo sei minuti crolla a terra. Altro stop, altri mesi fuori dal campo, altro campionato condizionato.

Torna a pieno regime solo sul finale della stagione 01/02: in tre partite segna quattro reti, lanciando la sua Inter verso l’agognato 14esimo Scudetto. Si gioca tutto il 5 maggio 2002: all’Olimpico di Roma, il biscione nerazzurro deve mordere l’aquila biancoceleste. L’epilogo, però, è tragico per la squadra di Héctor Cúper: 4-2 della Lazio e Scudetto perso. Ronaldo conclude la sua avventura in nerazzurro con delle lacrime amarissime, che sanno di delusione, sofferenza e fallimento, il suo primo grande fallimento dall’arrivo in Europa.

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Galactico al fotofinish

Dopo aver trascinato il Brasile alla vittoria del Campionato del Mondo nel 2002, Ronaldo torna alla Pinetina sempre più stressato: lo shock dello Scudetto perso all’ultima giornata non fece che aumentare sempre di più i contrasti con l’allenatore argentino dei nerazzurri, che per buona parte della preparazione decise di lasciarlo fuori dal piano tecnico. L’aveva capito anche Moratti, ormai era arrivato il momento dei convenevoli, che arrivano all’ultimo giorno di mercato; un addio non così amaro, però: nelle casse dei nerazzurri arrivarono 45 milioni di euro e chi poteva versarli se non il Real Madrid?

Era una squadra da sogno: Zidane, Figo, Raúl, Roberto Carlos.. agli avversari veniva il mal di testa solamente leggendo la formazione, non servivano i dribbling ubriacanti del Fenomeno. Ronaldo che, finalmente, vince il suo primo campionato: con la 11 sulle spalle trascina i blancos, che distaccano gli eterni rivali catalani di 22 lunghezze. Il brasiliano non si smentisce: 30 gol in stagione, compresa una tripletta allo United in Champions League. Fortino.

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Con il passare degli anni, però, non cresceva solamente il numero di gol, ma anche il peso indicato dalla bilancia del brasiliano. Nonostante le prestazioni eccellenti, la sua forma fisica peggiora sempre di più, finchè il tutto diventa insostenibile. Con l’arrivo di Fabio Capello in panchina, il suo rendimento diminuisce drasticamente, complice anche la richiesta del mister italiano di portare nella capitale Ruud van Nistelrooy.

Si presentò a Madrid che era 96 kg, gli ho chiesto di arrivare a 88-90. Non c’è stato niente da fare. Era un grandissimo giocatore, ma un leader negativo per il gruppo. Lo cedemmo a gennaio e l’ambiente in squadra cambiò completamente: riusciamo a recuperare nove punti al Barcellona, anche se l’impatto mediatico fu enorme.

Non ci sono parole migliori per descrivere l’anticlimatica fine di Ronaldo a Madrid se non quelle dell’altro protagonista della vicenda, Fabio Capello, insultato a morte per la decisione di abbandonare per strada il suo numero 9. Così, a fine gennaio il rapporto tra i Galacticos ed il Fenomeno si interrompe: è tempo dell’ennesima nuova avventura, magari in Italia. D’altronde durante gli anni all’Inter si era trovato bene nel nostro Paese, quindi perchè non ricominciare dal.. Milan?

Tu quoque, Ronaldo, fili mi!

Se fossimo stati nella Roma antica, probabilmente il Giulio Cesare nerazzurro avrebbe pronunciato proprio queste parole. Ci si mette poco a passare da idolo a traditore, ma moltissimi tifosi nerazzurri non sono comunque riusciti a voltargli le spalle dopo l’atroce passaggio all’altra sponda del Naviglio. Il Milan, in tutto ciò, non ha colpe: si assicura un top player di livello assoluto che, nonostante l’età, ha ancora colpi invidiabili; e lo dimostra subito: neanche tre settimane dopo aver firmato con i rossoneri, con la 99 sulle spalle trafigge il Siena con due gol ed un assist.

Poi, l’11 marzo 2007 arriva la domenica di fuoco: è il primo Derby alla rovescia per Ronaldo, che al 40′ prende palla sulla trequarti e lascia partire un sinistro imparabile per Júlio César. È un concerto di fischi assordanti per la maggior parte degli spettatori presenti, poichè si gioca in casa dell’Inter. Nonostante la rimonta firmata Cruz e Ibra, quelle mani sulle orecchie che sanno di“non vi sento” rappresentano un triste spettacolo a cui nessun tifoso nerazzurro avrebbe mai voluto assistere.

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L’anno successivo, il destino gioca ancora con gli arti inferiori del nativo di Bento Ribeiro: la frattura della tibia prima ed un’altra lesione al tendine rotuleo poi lo lasciano fuori per 28 partite. La sua ultima immagine con la maglia del Milan, per assurdo, è molto simile all’ultima con la maglia dell’Inter: ancora lacrime, ma non in panchina. Sono lacrime di dolore e, forse, rassegnazione: quel suo urlo silenzioso contro il Livorno segna l’addio al calcio italiano.

Saudade paulista

Il suo sogno di giocare in rossonero era stato realizzato, ma ovviamente non con la squadra che si aspettava. Lui voleva quel rubro-negro, il suo Flamengo. Una chance arriva durante il periodo di convalescenza, quando i rossoneri di Rio lo accolgono nei propri campi d’allenamento, dove lo assiste il medico del club Runco. Niente da fare però, non è destino che entri nelle rotazioni del Mengão: la sua ultima squadra in carriera è il Corinthians, con cui conquista un Brasileirão ed una Coppa brasiliana. Come se non bastasse, però, arriva un altro infortunio: questa volta nè tibia nè tendine rotuleo, ma la frattura della mano sinistra contro il Palmeiras.

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Durante l’avventura al Timão, il Fenomeno riesce ad ottenere un’importantissima gioia personale: tripletta alla Fluminense, la storica rivale del suo Flamengo. Mai banale, anche a fine carriera, che si conclude 11 giorni dopo la sua ultima partita, la deludente sconfitta in Libertadores contro i colombiani del Deportes Tolima. Un finale di carriera immeritato, privo di emozioni, tristemente annunciato: esattamente l’opposto della stravagante e variopinta carriera di uno dei più grandi della storia del gioco.

Una leggenda che oggi compie 42 anni e che assiste dalla sua poltroncina lilla del José Zorrilla le partite della squadra di cui è proprietario, il Valladolid che lo scorso 24 agosto ha fermato sull’1-1 il Real che l’aveva abbandonato.

Auguri alla Murciélago di Bento Ribeiro, auguri al Fenomeno.Shop riserva di lusso

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Autore

Classe 2000. Il classico nome romano per un pavese di origini calabresi; geografia a parte, aspira a guadagnarsi da vivere raccontando le storie degli sport che ama, dal calcio al basket. È destinato a soffrire: tifa Inter.

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