Le mezze stagioni non ci sono più, si stava meglio quando si stava peggio e i 31 anni di oggi non sono più quelli di ieri. Robert Lewandowski, venerdì sera, ha polverizzato la difesa dell’Hertha infilando la consueta doppietta e dimostrando che l’età è solo un numero. Scatti, bordate, cattiveria, reattività ed estrema lucidità: il polacco, superata la soglia dei 30, non sembra aver perso il suo smalto, ma, nolente o volente, dovrà iniziare a fare i conti con l’avvicinarsi del periodo di declino, con gli ultimi due-tre anni della sua carriera da top player.

I 17 trofei (tanti, tantissimi) di squadra “bastano” a consacrarlo fra i migliori giocatori del ventunesimo secolo? O forse, solo forse, il palmares di Robert cela un lato oscuro mascherato e insabbiato dai fiumi di gol siglati ogni anno?

Lewandowski, da Poznan a Monaco 

La sua storia non inizia nei consueti polverosi campi di provincia, ma in soffici e ghiacciati rettangoli innevati. Nato in una famiglia di sportivi, la carriera di Lewa non prende piede nei più rinomati e conosciuti vivai di Varsavia, anzi: sboccia a Poznan, città da mezzo milione di abitanti. Si fa notare, neanche a dirlo, a suon di gol. Sempre in doppia cifra nei due anni passati con il Lech, sempre fondamentale per la qualificazione in Europa League e per la vittoria di Coppa, campionato e Supercoppa polacca.

Possiamo asserire, senza troppe remore, che Lewandowski sta alla vittoria dei trofei nazionali, come il Real alla vittoria della Champions. Una certezza, una macchina da gol che garantisce medie realizzative altissime nei match del weekend. Dovunque egli sia andato ha contribuito, in maniera sostanziale, al raggiungimento dello scudetto: il Lech prima, il Dortmund poi e, infine, il Bayern.

Un giocatore capace di ridicolizzare le difese avversarie, di centrare lo specchio in ogni modo possibile e segnare 5 gol in 9 minuti. Tutte queste certezze e virtù vacillano, vengono a mancare quando il gioco si fa duro: la coppa delle grandi orecchie è un incubo, un’ossessione che ha sfiorato, solo per un istante, la bacheca del polacco.

Dove sei Robert?

Che quel 25 maggio 2013 abbia cambiato per sempre la sua carriera? Un trauma forte, fortissimo contro la rivale di sempre nonché sua futura casa. Sì, stiamo parlando di Bayern-Borussia e non uno dei tanti: Wembley, finale di Champions. Una delle realtà più belle d’Europa, il Dortmund, incanta e stupisce, travolge il Real e vola a Londra. E proprio contro i “Galacticos” il polacco sfodera tutto il suo repertorio, mostrandosi al mondo come incontenibile e perfetto. Quattro momenti, quattro fotografie di quel match per sintetizzare il vero Robert:

  1. VELOCE: Cross dalla sinistra, contro movimento su Pepe e tocco in spaccata. 1 a 0 Borussia, il muro giallo esplode;
  2. LETALE: Un tiro sporco di Reus viene trasformato da Lewandowski in un assist: controllo orientato di suola, esterno sul secondo palo e Diego Lopez trafitto;
  3. TECNICO: Altro traversone di un instancabile Schmelzer, stop, dribbling di suola e punta sotto la traversa. Gesti da giocatore di calcetto, replicati in una frazione di secondo in una “banalissima” semifinale di Champions;
  4. FREDDO: Calcio di rigore, occasione per mettere la parole fine sulla partita. Lewa parte, scarica con tutta la potenza un missile centrale e la chiude. Real fatto a pezzi da una prova epica del nove giallonero, una prestazione da decantare negli anni a venire.

lewandowski riserva di lusso

Ogni singola giocata è stata replicata più e più volte, tutti gli anni. Colpi da biliardo, chirurgici e di testa: il repertorio, insomma, non è variato. La mentalità e la capacità di graffiare quando veramente conta sì. Durante i gironi è inarrestabile, poi, il canto della coppa, come le sirene per i marinai, stordisce Lewa. Negli ultimi anni, nelle fasi finali, non è mai riuscito a segnare un gol dal grande peso specifico: chi sperava in un suo miracolo è rimasto deluso. Sempre.

Uno sguardo al futuro

Tic-tac, Robert. Il tempo non guarda in faccia nessuno e non regala seconde chance: le occasioni per consacrarsi come uno dei migliori sono poche, pochissime. Un paio d’anni e, probabilmente, la Champions rimarrà un grande rimorso, lo stesso che ha macchiato, per fare un nome, la carriera di Ibra.

Lewandowski rimarrà un simbolo di questa generazione, un bomber a 360 gradi capace di spostare le sorti di un campionato, di fare emozionare e disegnare traiettorie impossibili. Rimane da mettersi comodi, aspettare e godersi l’ultimo capitolo di una bellissima storia…

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