Un tempo era La Maquina, ora il motore va a rilento. Ma la scarica di adrenalina che una vittoria in Copa Libertadores contro il tuo acerrimo rivale può regalarti, è il modo ideale per riscrivere la storia.

Dagli anni ’40, quando in panchina c’erano Renato Cesarini prima e José Minella poi e il River Plate nel corso di sei anni ottenne quattro titoli nazionali, dando alla luce i primi vagiti di quello che oggi chiamiamo Tiki Taka, è passato tanto tempo, troppo. Da quella parte di Buenos Aires, però, hanno sempre dato la sensazione di poter estrarre dal cilindro il coniglio giusto nel momento necessario. Rappresentano – sulla carta – la parte ricca e benestante della città. Non a caso, li chiamano Los Milionarios, i Milionari.

Se agli occhi degli spettatori esterni la squadra del River può fregiarsi di una nomea aristocratica, esternamente succede il contrario, tanto che i tifosi dei club rivali chiamano i giocatori e i tifosi del River Gallinas (letteralmente “galline”, ma anche “polli”‘). Una nomea nata nel 1966 dopo la finale di Copa Libertadores persa contro gli uruguaiani del Peñarol, subendo una clamorosa rimonta da 0-2 a 4-2. Esigenti, come l’aristocrazia ha sempre richiesto. Popolare, sanguigno e tracimante d’amore è invece il cuore di chi tifa Boca. Per chi avesse dubbi (pochi, forse pochissimi), guardare alla rifinitura degli uomini di Schelotto al Monumental: spalti stracolmi, (i soliti) incidenti di rito con la polizia, un folle raduno per spingere i propri beniamini a scrivere la storia e riprendere una Libertadores che in bacheca manca dal 2011.

La Bombonera è parte integrante del barrio, tra le case, confinante e ben visibile: è speciale. Il Monumental, sede della partita di ritorno, si trova invece nel quartiere Belgrano, nei pressi del río de la Plata. Delle quattro tribune previste dal progetto, in un primo momento ne furono realizzate soltanto tre. Il “ferro di cavallo” non fu più tale a fine anni cinquanta quando arrivò la parziale chiusura dell’ovale, con la costruzione del primo anello della quarta tribuna finanziata con i dieci milioni di pesos incassati dalla cessione di Omar Sívori alla Juventus.

Ci sarebbero 1000 modi per raccontare una rivalità lunga 105 anni, avviata nel 1913 (il parziale dei precedenti premia il Boca Juniors, vittorioso 87 volte a fronte degli 81 successi del River, con 79 pareggi). Ne prendiamo uno del 2011: Matias Almeyda, mediano di temperamento, è un giocatore (e che giocatore) del River, che in quel momento sta perdendo. Viene espulso, e fin qui non è una novità. Ma prima di dirigersi verso gli spogliatoi pensa bene di passare sotto la curva del Boca baciando la sua maglia. Potrà uscire dal campo solamente grazie all’intervento della Policia Federal. Succede, perché questa non è una semplice partita di pallone, anzi di futbol, come direbbero quelli cresciuti nel barrio. Questa è una battaglia epica, uno scontro campale.

Si parte dal 2-2 dell’andata, ma occhio: il gol in trasferta nella massima competizione sudamericana per club non vale mica. Tutto in nome dello spettacolo, del cuore che batte e dell’equilibrio estremo. Con un altro pareggio, saranno supplementari e poi rigori. Boca-River, fino alla fine. Tutto o niente.

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Autore

Laureato in Scienze Della Comunicazione, nato un anno prima della caduta del muro di Berlino, prova a rompere gli schemi: libero pensatore, giornalista pubblicista. Insana passione, sana professione.

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