Nella vita di un genitore un qualcosa del genere sarà sicuramente capitato: passi con il tuo primogenito davanti ad una vetrina piena di giocattoli e non puoi far altro che varcare quella porta. “Papà, papà, voglio l’ultima edizione dei Transformers! Ti prego!”, con annessa faccia disperata e coperta da fiumi di lacrime: che fai papà, non lo accontenti il figliolo? Prendete questo esempio e provate ad immaginare a due scambi di persona: il ruolo del genitore viene interpretato da Massimo Moratti, mentre l’odioso (per molti non solo in quest’occasione) bambino è Josè Mourinho. Nessun negozio di giocattoli, è il cocente Appiano Gentile dell’estate 2008.

Per l’Inter, quell’estate era quella della svolta, del cambiamento e della rivoluzione: via Roberto Mancini, dentro Josè Mourinho, che esordisce sulla panchina nerazzurra in Serie A il 30 agosto, in un Marassi stracolmo di bandiere blucerchiate; in Inghilterra lo Special One avrebbe definito la prestazione “disappointing”: è un 1-1 per i campioni d’Italia, che risentono della mancanza di un’ala destra che sappia cambiare il tempo di gioco, che sappia accelerare a dismisura e crossare in mezzo per far sì che Zlatan Ibrahimovic incorni la palla in rete. Josè apprezza il sacrificio di Luís Figo, ma vuole un altro portoghese davanti a Maicon.

Quaresma? Non credo che arriverà, non ci serve.

Mai dichiarazioni furono così nefaste per l’ex allenatore del Chelsea, che dopo il pareggio di Genova cercò in ogni modo di convincere Massimo Moratti, convinto che non fosse necessario sborsare quasi 25 milioni di euro nelle casse del Porto. Dopotutto, il presidente nerazzurro aveva già tirato fuori dal portafoglio 33,3 milioni per portare tra le braccia della Beneamata Muntari, Mancini (Amantino, non il caro vecchio Roberto) e Luis Jiménez (ancora oggi i tifosi nerazzurri si strappano i capelli); ah, era arrivato anche un 16enne dal Brasile, un certo Philippe Coutinho: farà strada il ragazzo.

Alla fine, però, la telenovela si conclude: Quaresma è dell’Inter e Mourinho è al settimo cielo. Ma cosa ci aveva visto Josè nel mago portoghese?

Un purosangue a Hogwarts

Facciamo un salto indietro all’inizio degli anni ’90: il Ciganito Ricardo, dopo l’ennesimo misero pranzo con papà (di origini gitane, da qui “Ciganito”, ossia “piccolo zingaro”), mamma Fernanda Maria e i fratelli Alfredo e Abelardo, si trova con gli amichetti per le strade di Lisbona, a Casal Ventoso. Spaccio, furti, violenza e calcio: questa era la quotidianità per il piccolo Ricardo. Un giorno, però, avviene il miracolo:

Mi vede un osservatore del D.D.S., un club di Lisbona piccolo e soprattutto povero. Gioco lì meno di un anno, poi mi prende lo Sporting Lisbona e il resto, più o meno, si sa.

Eh si, è bastato poco per passare dai bassifondi della capitale portoghese ai campi di Alcochete, dove si allena l’Academia Sporting, nata per sfornare talenti. Lui, però, non è il solito ragazzino estrapolato dalla never ending story della redenzione calcistica dopo una vita difficile nel quartiere; no, Quaresma è diverso, soprattutto per la sua peculiarità principale sul campo da gioco. Le sue caratteristiche primarie sono la velocità, grazie alla quale guadagna il soprannome di Mustang, assegnatoli dal suo ex allenatore László Bölöni, e quel magnifico esterno destro, passato alla storia come trivela:

A 7-8 anni avevo i piedi storti verso l’ interno e mi veniva da toccare il pallone così: sempre d’esterno e sempre con il destro, perché il piede sinistro per me può restare anche a casa. L’allenatore non ne poteva più e un giorno mi fa: “Se calci un’altra volta in quel modo, ti mando fuori”. Un’azione dopo ero già nello spogliatoio, tristissimo. Lui voleva solo che migliorassi, ma poi si è rassegnato: quel colpo mi “usciva” e tuttora mi “esce” così, naturale. E senza bisogno di lavorare per migliorarlo.

Sul campo dà spettacolo, come fosse un illusionista; non solo un cavallo da corsa, anche un eccellente mago: per questo, negli spogliatoi dello Sporting, iniziano a chiamarlo Harry Potter. Gli occhiali mancano, ma la creatività, di sicuro, c’è.

Camp Nou e tradimenti

Lo riconoscete quel ragazzo con la maglia bianca? Il pantaloncino lascia intravedere quel 28, scelto perchè la 7 era già occupata da Marius Niculae, colpo di mercato estivo dello Sporting 2002/2003. Penso che possiate riconoscerlo senza grandi difficoltà: in quell’anno CR28 segna 5 gol, esattamente come Ricardinho. A fine anno, dopo una Supercoppa di Portogallo, le loro strade si separano: uno si imbarca per Manchester, l’altro per Barcellona.

Il Barça aveva appena annunciato l’arrivo in panchina di Frank Rijkaard, che da buon olandese voleva che i suoi blaugrana esprimessero al meglio il total football di sua maestà Cruijff: servivano eleganza, piedi buoni e fantasia. Non c’è problema: ai già presenti Overmars e Saviola si aggiungono Ronaldinho ed il nostro amico Ricardo. L’esperienza del gitano al Camp Nou, però, è breve (e nemmeno intensa): in 28 partite stagionali segna solo 1 gol, una bordata di destro da fuori. Niente trivela catalana per lui.

Tutto fin troppo tranquillo per uno come lui, abituato al rumore sordo del quartiere malfamato, della delinquenza e dell’instabilità; manca della scintilla nella sua vita, e non parliamo di lampi calcistici: la carriera di Quaresma, per iniziare a carburare, necessita di un qualcosa che la possa movimentare. Un tradimento, perchè no: è passato un anno ma sembrano decenni, perchè fa in fretta a dimenticare il biancoverde di Lisbona. Il 6 luglio 2004 il Porto annuncia il suo acquisto e lui si fa scivolare addosso l’odio dei suoi ex tifosi. Parlano i numeri: 149 gare condite da 30 gol e 45 assist. Prendete nota: il provissorio 2-0 nel 3-2 che decide la Primeira Liga 06/07 è come un pastel de nata: delizioso.

Probabilmente sono gli anni migliori della sua carriera, quelli che spingono Josè Mourinho a volerlo così tanto. Parlando dello Special One, torniamo a quella vetrina di giocattoli: il bambino portoghese, felicissimo, si appresta a scartare il suo nuovo regalo.

Il Naviglio non è il Duero

Ricardo Quaresma riserva di lusso

Ci eravamo lasciati con quel pareggio esterno contro la Sampdoria. Mourinho voleva quell’esterno che potesse spaccare la partita? Ora non ha più alibi: Quaresma è arrivato. L’esordio poteva andare peggio: prima gara e primo gol, contro il Catania. Il problema? Si tratta dell’unico gol nei suoi due anni in nerazzurro. Il giocattolo è difettoso, è arrivato con qualche difetto di fabbricazione. Il Naviglio, d’altronde, non è il Duero, che riflette le mille luci della città di Oporto; il problema, però, non sembra essere la lunghezza del fiume.

Mourinho, infatti, per provare a rilanciarlo, convince Moratti a lasciarlo partire in prestito alla volta del suo Chelsea, dove si augura che Quaresma possa rilanciarsi. No, neanche il Tamigi è terapeutico: con i Blues solo 5 partite. Harry Potter ha perso la bacchetta.

Quaresma Atatürk

Mustafa Kemal Atatürk: l’eroe nazionale turco, il fondatore della Turchia moderna, un vero e proprio mito per il Paese al confine tra l’Asia e l’Europa. Ad Istanbul, è raro trovare personaggi osannati come il sopracitato Mustafa Kemal, eppure il gitano-lusitano è riuscito anche in quest’impresa: la cura per farlo tornare un mago di successo era in Turchia, sul terreno 105×68 del BJK İnönü, dove fino al 2015 giocava le proprie gare in casa il Beşiktaş.

Qui in Turchia mi trattano come un dio e mi sto sentendo come a casa, anche se mi manca sentire parlare portoghese.

Eh sì, poichè il portoghese è tornato a parlarlo solo per una stagione e mezza, dopo la dimenticabile parentesi in Arabia Saudita con la maglia dell’Al-Ahli: era tornato al do Dragão, in quella che ormai era casa sua. 18 mesi straordinari, la quinta stagione con la 7 del Porto sulle spalle: 67 partite sotto la guida di Julen Lopetegui, con 19 gol e 11 assist, compresa una splendida doppietta in Champions League contro il Bayern.

La Turchia, però, gli era rimasta nel cuore. Così Mr.Trivela torna alla corte di Şenol Güneş, che valorizza al massimo le sue capacità: decide di farlo agire più largo, sempre su quella fascia destra che cavalca come un purosangue dai tempi dello Sporting Lisbona: il risultato? Quaresma serve 51 passaggi decisivi in quattro anni e porta il suo Beşiktaş sul tetto di Turchia per due anni: erano sette anni che le aquile nere non volavano sulla cima della Süper Lig. Ci voleva un trucco di magia per far spiegare le ali ai predatori più spietati del campionato, in grado di far crollare i canarini del Fenerbahçe ed i leopardi dell’Osmanlıspor.

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Profeta in patria

L’ultimo mese di Quaresma è stato forse il più difficile dopo le esperienze a Milano e Londra: il suo Beşiktaş l’ha lasciato a casa, senza alcun motivo:

Ho dovuto lasciare il Beşiktaş a causa della decisione del presidente. Penso che sia stata una mancanza di rispetto nei miei confronti per il modo in cui sono stato mandato via, non mi hanno dato nemmeno la possibilità di salutare i tifosi, i compagni di squadra e i dipendenti del club.

Non c’era spazio per un altro tradimento nella sua carriera, così ha deciso di evitare le strade semplici di Galatasaray e Fenerbahçe: ha scelto il Kasımpaşa, con cui i tifosi bianconeri non hanno mai avuto grandi screzi.

L’omaggio ad uno dei giocatori più estroversi dell’inizio del terzo millennio, però, non può concludersi con questo triste anticlimax. No, non ci siamo scordati di menzionare le ultime imprese della Nazionale portoghese: abbiamo lasciato il meglio per ultimo. Euro 2016 conquistato in casa degli altri finalisti, i bad boys francesi di Didier Deschamps e primi vincitori della neonata Nations League, grazie alla vittoria contro la talentuosissima Olanda; ah, non dimentichiamoci il terzo posto nell’ultima Confederations Cup. L’ultima grande immagine di Quaresma con la maglia del suo Portogallo viene scattata il 25 giugno dello scorso anno contro l’Iran: passaggio ad Adrien Silva che ritorna il favore di tacco ed è inevitabile il tipo di conclusione che verrà fuori dal destro del numero 20. Bang: trivela sotto il 7.

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Oggi compie 36 anni il ragazzino di Casal Ventoso, sbeffeggiato fin dall’infanzia per i tratti somatici e per quei suoi piedi storti, che hanno dato vita ad uno dei movimenti più iconici del calcio europeo di inizio millennio.

Allora auguri a Ricardo Quaresma, con la speranza di vedere sempre più magie con quell’esterno destro passato alla storia.

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Autore

Classe 2000. Il classico nome romano per un pavese di origini calabresi; geografia a parte, aspira a guadagnarsi da vivere raccontando le storie degli sport che ama, dal calcio al basket. È destinato a soffrire: tifa Inter.

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