In un anonimo venerdì di fine agosto 1992, a Praga, due connazionali si incontrano, pronti a non condividere più l’appartenenza allo stessa nazione nel periodo più breve possibile. I due uomini sono lo slovacco Vladimir Meciar ed il ceco Vaclav Klaus, i due capi di governo nello Stato Federale della Cecoslovacchia; 126 giorni dopo nascono la Repubblica Ceca e la Slovacchia, pronte a rinascere dopo il cupo XX secolo del Vecchio Continente.

La nostra storia parte dieci anni prima di quel faccia a faccia che di sportivo ha ben poco, ma che ha cambiato radicalmente gli scenari politici di un vasto territorio nell’Europa post – Guerra Fredda. La location è a circa 100 km dal Parlamento Federale Cecoslovacco (luogo del colloquio): Plzeň, dove nel 1859 nasce l’azienda automobilistica Škoda. È il 20 maggio 1982 e casa Čech si festeggia; Libuše Čechová e suo marito Václav danno il benvenuto al mondo a tre gemelli: Šárka, Michal e Petr.

I Čech, però, non se la passano per niente bene ed un doloroso lutto aggrava la precaria situazione economica della famiglia: a due anni perde la vita Michal a causa di una malattia infettiva. Nonostante le difficoltà, uno spiraglio di luce sembra brillare. Petr, infatti, sembra avere un futuro nell’hockey su ghiaccio, come portiere; difendere una porta lo terrà impegnato per un po’ di tempo..

Sebbene passi l’infanzia a sognare di seguire le orme del suo idolo Dominik Hašek, considerato dai più come uno dei migliori portieri di hockey su ghiaccio della storia, i genitori di Petr non possono permettersi i costi dell’attrezzatura da hockey, sport sempre più diffuso nella Cecoslovacchia degli anni ’80; così, decide di buttarsi nel calcio, ma ancora non occupa il ruolo in cui è oggi conosciuto. Petr diventa l’ala sinistra delle giovanili del Viktoria Plzeň, ma lo sfortuna è sempre in agguato; a 10 anni, infatti, si rompe una gamba e da quel momento decide di spostarsi tra i pali: Petr ancora non lo sapeva, ma questa è stata la scelta migliore che potesse fare.

Dopo essersi fatto un nome in patria con lo Chmel Blšany, viene acquistato dal club più importante della Repubblica Ceca, lo Sparta Praga. Con la squadra più titolata della 1. liga, il massimo campionato ceco, Čech mantiene la porta inviolata per 17 partite su 27 ed ottiene il record di minuti di imbattibilità con 855 minuti senza subire reti. Nel giro di tre anni Petr riesce ad accasarsi al Chelsea di José Mourinho, dove scavalca Carlo Cudicini nelle gerarchie per un posto da titolare. Tutto sembra filare per il verso giusto, dai trofei vinti ai 1024 minuti di imbattibilità in Premier, che gli valgono il soprannome di Mr. Zero, come i gol che subisce. Zero.

Il 15 ottobre del 2006, la sfortuna colpisce ancora. Siamo nel Berkshire, al Madejski Stadium di Reading, dove i padroni di casa ospitano i Blues. Passano appena 25” ed il numero 10 dei Royals, Stephen Hunt, colpisce involontariamente il portiere ceco con una ginocchiata in pieno volto: blackout. Petr è KO. Mourinho nel post partita è furioso e grida allo scandalo, mentre Petr viene trasferito dall’ospedale di Reading al Radcliffe Infirmary di Oxford, dove viene operato entro la mezzanotte.

Quasi miracolosamente, dopo 3 mesi di assenza dal campo, il numero 1 del Chelsea torna a difendere i pali di Stamford Bridge con un nuovo look: ha il caschetto, che d’ora in poi non abbandonerà mai e che è diventato il suo simbolo. Con la maglia dei Blues conquista 4 Premier League, 3 Coppe di Lega, 2 Community Shield e 2 Coppe d’Inghilterra, prima di conquistare la Champions League e l’Europa League rispettivamente nel 2012 e nel 2013.

Da qualche stagione, dopo aver perso il posto da titolare al Chelsea a favore di Thibaut Courtois, si è spostato sulla sponda Gunners del Tamigi. Con l’Arsenal, dal 2015, si è tolto diverse soddisfazioni, come le due vittorie contro il suo Chelsea nei Community Shield del 2015 e del 2017, anno in cui ha conquistato anche la FA Cup, sempre contro la sua ex squadra. Ma soprattutto, l’11 marzo 2018 è entrato nella leggenda, diventando il primo portiere nella storia del campionato inglese ad ottenere 200 (sì, avete letto bene, 200) clean sheets: Mr. Zero, ricordate?

Il ragazzone da Plzeň a metà gennaio ha annunciato il ritiro, affermando di voler dedicare più tempo alla sua famiglia ed alla sua terra, quella Repubblica Ceca nata 10 anni dopo di lui. Ha vinto tutto quello che poteva vincere in patria: è stato 9 volte calciatore ceco dell’anno e 10 volte ha conquistato l’ambito Zlatý míč, il “Pallone d’Oro ceco”, sbaragliando per più di un’edizione la concorrenza di Tomáš Rosický e di un certo Pavel Nedvěd, sicuramente non il primo che passa per strada.

Il destino, nel frattempo, ha apparecchiato la tavola perfetta per l’ultimo assaggio della carriera del portierone ceco. Il 29 maggio scorso, infatti, allo stadio olimpico di Baku, a 56 ore di distanza dai campi di allenamento dell’Arsenal, è andata in scena la finale di Europa League. È stata l’ultima gara da professionista in carriera per Petr Čech, che ha affrontato il suo passato: Arsenal e Chelsea si sono contese il secondo trofeo continentale più importante d’Europa, in una delle due finali english di questa stagione dominata dal calcio britannico: a spuntarla sono stati gli uomini di Maurizio Sarri, con un 4-1 dal sapore amaro per Petr.

Mr. Zero in quell’occasione ha salutato per l’ultima volta i suoi tifosi all’olimpico di Baku, ma l’applauso che lo ha congedato, nonostante la sconfitta, è arrivato anche dall’Emirates Stadium, da Stamford Bridge, dal Města Plzně (il suo primo stadio) e, soprattutto, dal Madejski Stadium di Reading, dove da una tragedia sfiorata è nata la leggenda del portiere col caschetto. Perché sì, Petr Čech dopo vent’anni appende i guanti al chiodo, ma il caschetto non se lo toglie. Anche se questa volta non è riuscito a fare un altro scherzetto ai Blues.

Ah, non vi siete dimenticati della sua passione per l’hockey su ghiaccio, vero? Bene, perchè Petr non ha la minima intenzione di mettere nel dimenticatoio le sue parate in campo. Questa volta, però, sarà un po’ diverso: Čech farà il suo debutto nell’NIHL con i Guildford Phoenix, non più sull’erba ma sul ghiaccio, ma pur sempre davanti ad una porta. Ve l’abbiamo detto: il caschetto, Petr, non se lo toglie.

Autore

Classe 2000. Il classico nome romano per un pavese di origini calabresi; geografia a parte, aspira a guadagnarsi da vivere raccontando le storie degli sport che ama, dal calcio al basket. È destinato a soffrire: tifa Inter.

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