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Sotto la pioggia incessante che accompagna l’intera sfida tra Frosinone e Reggina, Fabio Grosso segue gli ultimi istanti di gara con un velo di commozione che da lì a pochi secondi tracimerà in un pianto liberatorio. Nel momento in cui l’arbitro fischia la fine dell’incontro e decreta la promozione del Frosinone in Serie A, Grosso si porta le mani al volto e realizza l’impresa appena compiuta.

All’83esimo minuto di Inter-Genoa, nell’agosto del 2021, il pubblico di San Siro sfrigolava come un soffritto in padella a cottura inoltrata, creando un’ambiente che ricordava gli istanti precedenti ai primi ingressi in campo di Gabigol qualche anno prima. A prepararsi al suo debutto non c’era però un brasiliano col fisico da veneziano e la barba tracciata col righello, ma un olandesone di un metro e novanta dalle spalle larghe e l’espressione corrucciata. Forse è proprio grazie a quell’espressione, risentita ma affabile, che a primo impatto la tifoseria nerazzurra lo aveva preso in simpatia.

Dopo appena un minuto dal suo ingresso in campo nella coppa europea più importante e prestigiosa, Dusan Vlahovic, sembrava aver già fugato ogni dubbio. L’uomo del destino era lui: l’attaccante perfetto per la versione peggiore della Juventus di Allegri; spietato sottoporta, potente fisicamente e soprattutto autosufficiente. Appena trentadue secondi in campo contro il Villarreal nell’andata degli Ottavi di Champions League dello scorso anno, e aveva già timbrato il cartellino trasformando un semplicissimo lancio senza particolari pretese, in vero e proprio oro. La doppia-sfida contro gli spagnoli, terminerà poi nel peggiore dei modi, ma l’impressione che lasciava la situazione, era che finché la Juventus fosse riuscita a mettere a disposizione di Allegri calciatori così forti e in grado di “cavarsela da soli”, difficilmente i bianconeri sarebbero sprofondati. La stagione 2022-2023 doveva essere la consacrazione del serbo, che con un mercato di un certo tipo, avrebbe sprigionato tutta la sua potenza offensiva. Invece, ad oggi, ci si trova a commentare una stagione piuttosto incerta del numero nove bianconero.

La stagione che prende il via venerdì 17 febbraio rappresenta per la massima serie nipponica un traguardo simbolico, poiché verrà tagliato il traguardo del trentesimo anniversario dalla riforma del campionato che introdusse il professionismo nel calcio locale. Fino ad allora il campionato era infatti organizzato soltanto a livello amatoriale, con la maggior parte dei club che erano una diretta emanazione delle principali aziende del paese.

In questa finestra di mercato invernale, la Premier League ha pescato due dei suoi prossimi top player dal PSV Eindhoven. I quasi 100 milioni di euro incassati dagli olandesi per Cody Gakpo (Liverpool) e Noni Madueke (Chelsea) e i 120 pagati sempre dal Chelsea per Enzo Fernandez hanno un nome e un cognome – Roger Schmidt – ma non sono i primi, né saranno gli ultimi a rendere ricchi i propri club dopo essere stati plasmati dal tecnico tedesco. Il suo è un gioco spettacolare, offensivo, quasi spregiudicato, che produce una mole impressionante di occasioni da gol, un gioco corale che valorizza ed esalta le qualità dei singoli, anzi, di quei singoli che sono in grado di mettere la loro qualità al servizio appunto del gruppo, un gioco di cui a Lisbona vanno già pazzi e che hanno soprannominato Roger-ball. Ma andiamo con ordine.

È il 1 luglio 2022, data di inizio ufficiale della nuova stagione calcistica: il Marsiglia è reduce da una stagione con Jorge Sampaoli in panchina chiusa al secondo posto, un risultato che ha permesso all’Olympique di tornare nella fase a gironi della Champions League. Gli anni che hanno preceduto questo risultato sono stati molto complicati per la formazione provenzale, con continui cambi al vertice societario ed una situazione economica tutt’altro che florida.

È dal giorno in cui lui stesso annunciò a tutti che lasciava il suo incarico nello staff della Nazionale di Roberto Mancini che ho iniziato a fare i conti con la possibilità che stessimo per perdere definitivamente Gianluca Vialli. Per questo ho iniziato a pensare cosa raccontare, perché la storia e la carriera di Gianluca Vialli è piena di avvenimenti e situazioni straordinarie, ma soprattutto Gianluca Vialli è stato il nostro Virgilio che ci spiegava con le sue gesta dentro e fuori dal campo i cambiamenti del mondo del calcio.

Se è vero che nel calcio non devono bastare trofei e risultati a categorizzare i protagonisti del gioco, siano questi calciatori, tecnici o dirigenti, non bisogna lasciarsi trascinare da categorizzazioni affrettate su alcuni di essi, in particolare sui direttori d’orchestra. Negli ultimi anni si è formata sempre più solida e netta nell’opinione pubblica una suddivisione degli allenatori, esistente solo a livello retorico, che in italiano viene restituita con i termini giochisti e risultatisti, ma che forse la lingua inglese (nonché il gergo dell’informatica) esprime meglio con i concetti di top-down (riferito ai primi) e bottom-up (riferito ai secondi). Al di là della questione lessicale, che pure meritava questa necessaria precisazione (e meriterebbe uno specifico approfondimento, ma non è questa la sede), c’è uno schieramento di fondo per il quale, se a torto o ragione ce lo dirà la storia, si è creata una sorta di estremizzazione tra i due concetti e tra le due fazioni, per cui spesso e volentieri si guarda al dito e non alla luna. Nel corso dei dieci anni da tecnico della Francia, Didier Deschamps è passato spesso sotto le forche caudine dell’accusa di chi lo ritiene incapace di far fiorire l’immenso talento di cui dispone la selezione tecnica francese. Ma quanto è giusto accanirsi contro l’ex centrocampista della Juventus?

Dieci anni fa, secondo qualcuno, sarebbe dovuto succedere qualcosa di sconvolgente. Qualcosa che avrebbe trasformato radicalmente l’umanità, sul piano spirituale o fisico. Nel 1975 Frank Waters parlò di una distruzione in seguito a eventi catastrofici; Adrian Gilbert e Maurice Cotterell insistettero, vent’anni dopo, a considerare l’arrivo di un’Apocalisse meno distruttiva ma altrettanto influente, concentrandosi sul senso etimologico della “rivelazione” che cela il termine biblico. In entrambi i casi, i filosofi del movimento New Age hanno dichiaratamente sposato e condiviso la profezia Maya: il 21 dicembre 2012 finirà il mondo. O scomparirà del tutto o cambierà in modo irreversibile. Un punto senza ritorno. Eppure non c’è stato nessun Giorno del Giudizio, nessun evento straordinario o memorabile. Alcun sostengono semplicemente che si siano sbagliati i calcoli, che si siano contati i giorni sbagliati. Yosef Berger, stimato rabbino del monte Sion, pensa che avverrà a breve. Lo Zohar, antico libro ebraico, parla chiaro: Moses ben Maimon ha profetizzato l’apparizione di diverse stelle. Senza alcun pregiudizio nei confronti della secolare tradizione israelita, stiamo pur tranquilli. Non sarà la fine del mondo, neanche stavolta.

Manoppello e Cappelle sul Tavo distano una trentina di chilometri circa sulla cartina geografica. Entrambi facenti parte della provincia di Pescara, il primo è un borgo montano, mentre il secondo un paesino agricolo nei pressi di Montesilvano. I due comuni non hanno molto da spartire, se si fa eccezione per la provincia di appartenenza e le piccole dimensioni, ma ultimamente ci sono due figure che li hanno resi più vicini che mai, anche se solo figurativamente. Da Manoppello proviene Marco Verratti, questo è oramai abbastanza noto ad un pubblico abbastanza appassionato di calcio; da Cappelle, invece, arriva un altro Marco, che di cognome fa Delle Monache e di ruolo gioca un po’ più avanti dell’omonimo centrocampista del Paris Saint-Germain. Entrambi sono cresciuti nella squadra di riferimento del loro territorio, nella quale il secondo attualmente milita. Ma allora, accanto alla semplice ma poco indicativa assonanza onomastica e di origini (geografiche e calcistiche), che cos’hanno da spartire i due? Per capirlo, bisogna affacciare lo sguardo su due punti di vista.

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