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“Il mondo in una giostra di colori e il vento accarezza le bandiere. Arriva un brivido e ti trascina via e sciogli in un abbraccio la follia”. La giostra è il Mondiale italiano del 1990.

Le bandiere sono quelle dello stadio Olimpico di Roma che sventolano prima di Italia-Austria. Sono queste le premesse della folle storia di Schillaci in azzurro.
Totò fa fatica a segnare in B con il Messina. Ha 24 anni quando sulla panchina dei siciliani arriva Zeman. E lui inizia a far gol: 23 in 35 partite.
 Abbastanza per meritare la Juve: 21 gol su 50 presenze, 15 su 30 in campionato, una Coppa Italia e una Coppa Uefa.

Abbastanza per meritare la nazionale: ma solo a corredo della coppia titolare. A Italia ’90 per il ct giocheranno Vialli e Carnevale. Lui sarà la #riservadilusso
Al debutto contro l’Austria, Schillaci è tranquillo in panchina quando arriva il brivido di un’estate italiana: Vicini lo butta dentro al 75’, lui segna al 79’. Vialli crossa, lui di testa tra i difensori alti due metri.

La prima di sei volte in 28 giorni, fino al rigore nella finalina contro l’Inghilterra. Miglior marcatore, miglior giocatore, al secondo posto nella classifica del Pallone d’Oro tra Matthaus e Brehme.
Sei gol al mondiale, come sei sarà il massimo delle reti a campionato nelle quattro stagioni a seguire tra Juve e Inter. Prima di andare in Giappone. Ad occupare una panchina sicuramente più ricca. Prima di salutare le panchine italiane che, quella sera di giugno, lo avevano lanciato in una lucida follia, inseguendo un gol in notti magiche.

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