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Conte fa e disfa, come Dio. E a Milano, nella considerazione, i due si stanno allineando: mai l’Inter aveva fatto 31 punti in 12 giornate. Ma dal paradiso all’inferno il passo resta breve. Soprattutto dal girone di Champions a quello, infernale, dei lussuriosi. Perché Conte è questo, un allenatore che vuole sempre di più: da sé stesso, dai calciatori, dalla società. Per lui non esistono stagioni di transizione, non c’è tempo da perdere. L’obiettivo è uno solo: la vittoria. Il percorso è lineare, retto, dritto al punto. Un po’ come le sue richieste di mercato.
Cagliari è lo snodo cruciale. È passato, presente e futuro. Ma anche rimpianti: di quello che è stato (Nainggolan), di quello poteva essere (sempre Radja) e di quello che invece è (Barella). Conte chiedeva goal dai centrocampisti, e li ha ottenuti: Vecino prima, e Barella poi, hanno rimontato le casacche gialle del Verona; ma le altre maglie canarino, quelle di Dortmund, avevano bisogno di altro. “Esperienza”, secondo Antonio. Quella che aveva in casa con Nainggolan e che ha lasciato partire con nonchalance. Un po’ come quando regali il sale al vicino che te lo chiede solo in prestito perché pensi che non ti serva più. La pasta (i risultati) riesci a farla lo stesso, ma il sapore resta insipido. E intanto, i tuoi vicini, si godono il pranzo (Nainggolan, due goal e tre assist). Vero Cagliari?

Autore

Classe 2000. Capisce da piccolo di aver più cuore che tecnica: smette con il calcio giocato e passa a teorizzarlo. Oltre a pensare di riempire la pancia, cerca di colmare l’anima vivendo di sport e valori morali, che non gli danno da mangiare ma lo fanno arrivare a posto con sé stesso ai pasti

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