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CALCIO ESTERO

Mazzarreide

È il marzo 2014, Walter Mazzarri entra in studio sulle note de Il meglio deve ancora venire di Ligabue; ha un completo blu e la camicia azzurra con righe bianche aperta sul collo, il solito capello apparentemente disordinato e un viso non ancora rubizzo. Da poco è uscita la sua autobiografia, che spiega anche la canzone scelta: “Il meglio deve ancora venire”.

Lo studio intorno a lui è quello di Quelli che il calcio e nel generale caos si parla di Jonathan, di Guarin, della sua Inter che iniziava a trovare una forma. A un certo punto fa persino capolino una perfetta imitazione di Massimo Cacciari.

Tra tutte le chiacchiere che accompagnano questa bizzarra intervista il discorso arriva sul suo rapporto con i presidenti. Proprio in merito al rapporto con l’allora presidente interista Erick Thohir parlerà, molto vagamente, della differenza linguistica rispetto ai suoi dirigenti passati, alludendo a una conoscenza non perfetta dell’inglese. L’intervista va avanti ancora per una decina di minuti tra risate e complimenti ma noi che ci guardiamo indietro possiamo fare questo esercizio e andare un anno e poco più nel futuro.

Siamo nell’estate del 2016; l’Inter di Mazzarri non è andata bene come ci si sperava e dopo un anno di riposo è arrivata la chiamata del Watford. Gli Hornets hanno messo in piedi una buona stagione di debutto in Premier League e vogliono provare ad alzare ulteriormente il livello.

A luglio i social del Watford pubblicano la sua prima intervista. L’esperienza visiva è straniante: il suo volto è rigido, la parlata quasi robotica e l’inglese rivedibile; si potrebbe quasi sospettare che stia leggendo qualcosa sopra la telecamera.

Il video si apre con un leggero tremolio della camera; dopodiché lui inizia a parlare di quanto apprezzi il modo di lavorare del club. “Actions speak louder than words” dirà in questa stessa intervista. Nel mentre il montaggio propone una carrellata di immagini degli allenamenti quasi tutte in slow-motion (o almeno è lecito credere).

Quasi per onestà ammetterà di star ancora lavorando sul suo inglese – che comunque stava studiando da un anno – dicendo che però non avrebbe influito sugli allenamenti. Nonostante questo, però, porterà con sé un interprete nelle conferenze stampa per, dice lui, “dare pieno rispetto alle domande”. Tutti questi concetti sono racchiusi in un minuto e poco più di video che allo spettatore sembrano però eterni.

All’esordio in Premier League il Watford di Mazzarri si presenta, ovviamente, in campo con il suo tradizionale 3-5-2. In porta il titolare è il redivivo brasiliano Gomes e davanti a lui Sebastian Prödl come perno centrale della linea a tre; il gigante austriaco è protetto sui due lati da un figlioccio di Mazzarri come Miguel Britos e dall’enorme nordirlandese Craig Cathcart. I due esterni sono molto ben assortiti, a sinistra la scelta ricade su un profilo più tecnico come José Holebas mentre a destra opta per un esterno iper-atletico come Nordin Amrabat, fratello maggiore di Sofyan.

La linea di centrocampo è una sorta di diga umana. In mezzo va un altro preferito di Mazzarri come Valon Behrami; vicino a lui Adlène Guedioura agisce come supporto con compiti principalmente difensivi. La mezzala sinistra è un giocatore di orientazione principalmente difensiva come Étienne Capoue ma che in questo caso è l’uomo deputato ad arricchire un reparto avanzato di buon livello, con Odion Ighalo e Troy Deeney che si alternano nelle ricezioni spalle e fronte alla porta.

Quando si butta l’occhio sul resto della rosa spuntano fuori nomi dimenticati come Stefano Okaka e Mauro Zárate. All’epoca ancora in rampa di lancio era invece Isaac Success, ora impiegato come super-sub dall’Udinese. Infine, per la quota storica, nelle rotazioni a centrocampo era presente Ben Watson, autore del gol del Wigan nella finale di FA Cup del 2013.

Il primo gol ufficiale del Watford di Mazzarri arriva da un inserimento di Capoue su una sponda di Deeney. L’avversaria è un Southampton che in campo poteva schierare, tra gli altri, Virgil Van Dijk, il quale rimarrà piantato a guardare proprio il gol di Capoue. La partita è mazzarrismo nel senso più distruttivo del termine: il gol del vantaggio è l’unico tiro da dentro l’area degli Hornets contro gli undici dei Saints che però si scontrano con un Gomes in grande giornata.

E infatti, quasi per contrappasso, sarà un’uscita a vuoto del brasiliano, disturbato da un duello aereo tra Yoshida e Holebas, a mettere la palla sul sinistro di Nathan Redmond per il gol del pari. Il Southampton domina nel senso più vero del termine e solo l’estremo sacrificio di Ben Watson su Shane Long lanciato verso la porta eviterà il meritato 2-1. Per aggiungere ironia al tutto il rosso che riceverà sarà di forma circolare, una cosa che comunque non si vede così spesso.

Insomma, l’esordio è stato abbastanza buono; il Southampton era una squadra più forte e un punto non si butta via. Lui però non si accontenta e, prima del suo debutto casalingo, dice di aver visto solo venti minuti di quello che voleva.

La prima a Vicarage Road di Mazzarri, invece, è contro Antonio Conte, appena arrivato al Chelsea e ancora in fase di rodaggio. Il Watford si presenta contro i Blues con la stessa formazione di una settimana prima e ancora una volta ad aprire le marcature è un inserimento di Capoue. Qui Guedioura riceve da rimessa laterale sul lato corto dell’area e serve un cross estremamente arcuato. La difesa del Chelsea, tutta stretta nel centro, si perde il movimento di Capoue che porta avanti la palla con il petto e scarica un sinistro fortissimo sul primo palo.

Il Chelsea farà molta fatica a far saltare la linea del Watford e anche stavolta a rompere il giocattolo ci pensa Gomes, che intorno all’ottantesimo non riesce a bloccare un tiro da fuori di Hazard. La respinta è corta e comoda per l’appoggio di Michy Batshuayi. Il secondo gol del Chelsea è invece un disastro collettivo, con una palla persa da Guedioura sulla trequarti offensiva mandata sui piedi di Diego Costa dal genio di Cesc Fabregas.

La prima vittoria del Watford arriverà un paio di settimane dopo contro il West Ham; il vero capolavoro, però, arriverà alla giornata seguente, quando a Vicarage Road arriva il Manchester United di Mourinho. Rispetto alle prime uscite il Watford ha leggermente cambiato forma. Sulla destra il nuovo arrivato Janmaat ha preso il posto di Amrabat mentre a centrocampo è stato inserito il Tucu Pereyra, dando forma a un 3-4-1-2 in cui Pereyra va a prendere il mezzo spazio destro e Ighalo quello sinistro; in tal senso la qualità del Tucu è vitale.

Il Watford produce soprattutto da giocate estemporanee e la prima mezz’ora è un trionfo di lancioni e cross. Il primo gol arriva dopo trenta secondi fatti esattamente della materia appena citata ma stavolta il cross arriva sui piedi del solito Capoue che si era appostato al limite dell’area. Dal destro del francese esce un tiro molto forte che sbatte su De Gea e si infila in porta. Il pari arriva dopo l’ora di gioco e ha una sua comicità nel modo in cui un colpo di testa di Rashford rimpalla sul corpo di Behrami. Venti minuti dopo sul campo mette piede un altro pretoriano del Napoli di Mazzarri: Juan Camilo Zuñiga.

Il colombiano entra poco dopo che lo United aveva sfiorato il vantaggio e lo fa al posto di Capoue, ereditandone anche i compiti. Chi ha visto le esperienze italiane di Mazzarri post-Napoli ricorderà degli esterni portati al centro praticamente ovunque; si è partiti con Jonathan a Milano, poi Ansaldi a Torino e infine Dalbert a Cagliari. Questa volta però la mossa paga.

Un minuto dopo l’ingresso del colombiano, Amrabat serve in profondità Pereyra che col destro gira di prima il pallone al centro. Quasi per magia quel pallone termina la sua corsa sul destro proprio di Zuñiga, che col destro lo manda sul palo lontano. Nella carrellata di replay che seguono la regia offre anche l’immagine di Mazzarri che scatta dalla panchina, urla e agita le braccia. Dieci minuti dopo sarà ancora Zuñiga a prendere in mano il destino del Watford, facendosi stendere in area da Fellaini e prendersi il rigore, poi trasformato da Deeney per il 3-1.

In conferenza stampa Mazzarri sorride, si gira e chiede al suo interprete: “Come si dice? Good afternoon?” E poi ripete, con una pronuncia rivedibile. Gli chiedono della reazione, parla dei tifosi e quando li nomina guarda misteriosamente il cielo. Su Zuñiga dirà:

Ha solo il problema di riacquisire la condizione migliore ma è un giocatore esperto e che conosco molto bene e che sa gestire la palla.

Dopo le due vittorie contro West Ham e Manchester United, il Watford non riuscirà più a mettere in fila due vittorie consecutive fino a gennaio inoltrato; in mezzo, però, piazza una bella vittoria sul Leicester campione in carica.

A gennaio un mercato abbastanza stanco porta via un deludente Ighalo dalle mani di Mazzarri, che per sostituirlo farà il nome di M’Baye Niang. Insieme all’ex Milan a Watford arriva anche un giocatore di qualità come Tom Cleverley. Quello che viene fuori da questo mercato è una squadra strana. Da questo momento in poi Mazzarri inizia ad alternare linee a tre e a quattro indifferentemente senza reali soluzioni di continuità.

La prima vittoria del 2017 arriva all’Emirates ed è la classica giornata in cui l’Arsenal decide di far fare bella figura a qualcuno. Il vantaggio lo segna l’ex Tottenham Kaboul con una punizione di seconda. Il tiro del francese è molto potente, la barriera si smaterializza e Cech si lancia disperato su un pallone che sa di non poter prendere in alcun modo. Il 2-0 arriva pochi minuti dopo con una rimessa laterale battuta semplicemente troppo male da Gabriel Paulista; qui il recupero lo fa Capoue che deve quindi solo correre dritto ed entrare in area, dove manda a vuoto i due che provano a contenerlo e calcia. Cech stavolta para ma sulla respinta l’appoggio di Deeney è fin troppo facile. Per tutto il primo tempo il Watford va più vicino al 3-0 di quanto l’Arsenal vada vicino al 2-1.

Nella ripresa Mazzarri dipinge la sua Gioconda. L’Arsenal si piazza al limite dell’area del Watford e inizia il suo assedio; il gol, abbastanza bizzarro, di Iwobi arriverà dopo circa quindici minuti di ripresa. Gli Hornets non provano nemmeno a giocare e il calcio di inizio dopo il gol dell’1-2 viene mandato direttamente in fallo di fondo. In 45 minuti l’Arsenal completa 320 passaggi e produce 17 tiri, il Watford intero non supera i 47 passaggi riusciti. Nonostante questo, il muro degli Hornets riuscirà a resistere fino alla fine, in pieno stile Mazzarri.

Dopo la partita gli viene chiesto, in modo abbastanza cinico, se sia stata la miglior partita della sua carriera ma lui subito aggiusta il tiro:

Io qualche partita nella carriera l’ho fatta bella, una proprio contro una squadra inglese col mio Napoli, contro il Chelsea.

Dirà pochi secondi dopo di non vivere di ricordi, salvo poi menzionare le sue vittorie contro Manchester United e Leicester. Già nella seconda domanda gli viene chiesto conto della gestione del secondo tempo e lui finirà per incolpare i numerosi infortuni della sua squadra. Qualche giorno dopo, parlando della seguente partita contro il Burnley, Mazzarri dirà di aver dedicato la vittoria contro l’Arsenal a Graham Taylor. In maniera quasi profetica aggiungerà anche di aver “palpato nell’aria che il momento in cui non girava niente stava cambiando“.

Il giorno dopo il Watford andrà a battere il Burnley per poi rimanere due mesi senza una vittoria. In questa serie negativa spicca un’assurda partita contro il Southampton, persa 4-3 e sul cui tabellino sono finiti, tutti assieme, Manolo Gabbiadini, Dušan Tadić e Stefano Okaka.

Ritornerà a vincere ad aprile e saranno tre vittorie pesanti – contro Sunderland, WBA e Swansea – per mettere in ghiaccio la salvezza. Quella contro lo Swansea sarà anche la sua ultima vittoria della stagione visto che nelle ultime sei partite arrivano sei sconfitte tra cui un altro 4-3, stavolta contro il Chelsea già campione, e  un 5-0 subito in casa dal Manchester City.

Mazzarri protesta con gli arbitri nella partita contro il City.
Per fortuna ha mantenuto le sue vecchie abitudini (Photo by Richard Heathcote/Getty Images – OneFootball)

Quando va a sedere in panchina contro i Citizens, Mazzarri sa già di essere alla sua ultima partita. Il 17 maggio il sito del Watford annuncia che “dopo aver discusso gli obiettivi e le aspirazioni del club, è stato deciso che Mazzarri avrebbe lasciato il club al termine della stagione”.

Sul Guardian, Simon Burnton traccia un dipinto abbastanza avvilente di Mazzarri, evidenziando come a Napoli fosse stato capace di migliorare i suoi giocatori offensivi e creare squadre capaci di divertire e segnare tanto, ma che al Watford abbia mostrato poco di entrambe le cose.

Che il personaggio non fosse proprio ben conciliabile con la realtà britannica era prevedibile, lo stesso Burnton farà riferimento alla sua malsana tendenza alla lamentela soprattutto per quanto riguarda la sfortuna. Molti tabloid hanno invece optato per la mano pesante contro di lui. Il Daily Mail ha lungamente sostenuto come i giocatori si fossero stancati di essere guidati in italiano – cosa che Mazzarri stesso aveva smentito a inizio stagione – arrivando fino a minacciare di chiedere la cessione in massa in caso di riconferma.

Neanche un giorno dopo la stampa diffonderà delle dichiarazioni abbastanza piccate dello stesso Mazzarri:

Questa squadra non ha le ambizioni che avevano i club nei quali sono stato prima. Ho cercato di passare loro una mentalità vincente […] ma non è stato possibile

Queste parole verranno smentite il giorno dopo dallo stesso Mazzarri che sulla sua esperienza al Watford non tornerà mai più, avendola forse rinchiusa in un qualche cassetto della sua memoria.

Il modo migliore per leggere il Watford di Mazzarri non è tanto quello di una stagione fallimentare, quanto piuttosto di un colpo di genio di un uomo che iniziava a essere stantio. Lasciare il continente per entrare in una realtà intrinsecamente ostile a un personaggio come lui per uscirne più completo senza però mai riuscirci veramente. Questa contrapposizione di singolarità ha prodotto una realtà più che mai assurda e surreale, gli inglesi la definirebbero un fever dream ed effettivamente è difficile trovare un termine migliore.

Autore

Nasce a Roma nel 1999. Tifoso di Roma e Arsenal, dal 2015 scrive di calcio inglese. È fan dei calzettoni bassi, delle punizioni sopra la barriera e dei falsi terzini

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