“In the middle!” urla Sarri dalla panchina. “In mezzo! Resta lì”. Kovacic è nato per stare al centro. Delle critiche, degli elogi, della guerra (è scappato nel 2007 dai Balcani) e del suo essere calciatore. Fa parte di lui restare nel bel mezzo delle situazioni. Non può farne a meno.

ASCESA

In Italia gli allenamenti sono noiosi, alcune sedute si svolgono senza pallone. Io ho bisogno di altro. È per questo che sono emigrato all’estero.

Il calcio non è matematica, e nemmeno scienza. Ma qualcosa di empirico lo possiede. Mateo è un regista-centrocampista che, come da definizione, opera soprattutto centralmente nel terreno di gioco. E così come ricalca quelle zolle in campo, lo stesso lo fa fuori dal rettangolo verde: Kovacic è rimasto negli anni un calciatore nel limbo dell’inconsistenza, tanto bravo tecnicamente e tatticamente da poter avanzare metaforicamente sulla trequarti così come difficilmente inquadrabile caratterialmente da esser costretto a regredire, sempre simbolicamente, sulla linea dei difensori.

Mateo Kovacic spogliatoio chelsea riserva di lusso
Anche nello spogliatoio del Chelsea, Kovacic ricalca perfettamente la posizione interpreta in campo: giocatore centrale tra attacco (Hazard, alla sua destra) e difesa (Rudiger, alla sua sinistra)

La parabola della sua carriera è molto più grigia di quelle vivacizzanti traiettorie che disegna in campo: Dinamo Zagabria (che è il club che lo lancia nel calcio dei grandi), Inter, Real Madrid e Chelsea. Sembra un climax ascendente il suo percorso, ma in verità rimane calante. Per le prestazioni, certo, ma anche per una mancanza di continuità da parte sua che hanno provato ancora una volta che arrivare in alto “step by step” è sempre meglio che bruciare le tappe.

DISCESA

Regista intuitivo, capace di capire tutto in anticipo tranne che cosa ne sarà del suo futuro, Kovacic rimane uno di quei giovani campioni finiti al Real Madrid ancor prima di diventare fuoriclasse. È il tempo che ha bruciato lui, non il contrario.

Tempismo e capacità di inserimento rimangono due prerogative fondamentali per diventare registi nel mondo del calcio e rimanere tali, ad alto livello, per tutta la carriera sportiva. Ma queste due peculiarità, Kovacic, che le esegue con precisione magistrale in campo, non è riuscito a portarle fuori dal rettangolo di gioco. E così, a 21 anni, il passaggio al Real Madrid è diventato letale per la sua crescita.

Nell’estate del 2016 il Real Madrid ha sborsato ingenti somme per averlo. Ma ha pagato, di questo, anche lo stesso Kovacic: esagerati (col senno di poi) i 40 milioni di euro giunti nelle casse dell’Inter. Ha voluto scommettere sul ragazzo di Linz (nato in Austria da genitori croati) il club di Florentino Perez, portando fin dall’inizio le aspettative dei tifosi e dei media alle stelle. Ma sobbarcarsi sulle spalle le responsabilità, che siano le attese degli altri o il desiderio di dominare il gioco della squadra, rimangono pur sempre compiti da regista.

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Mateo Kovacic è il giocatore più inutile della Premier League.

Ha sentenziato in settimana la testata Four Four Two, vista la stagione fino ad ora fallimentare in maglia Blues di Kovacic, contornata da 43 presenze, nessun goal e soltanto due assist. E diventano così normali le conseguenze. Per il calciatore scappato da Madrid con l’intento di recuperare sé stesso si allontana sempre di più il discorso del riscatto da parte del Chelsea, che così lo obbliga a tornare da dove lui più di tutti voleva fuggire per trovare minuti di gioco, ovvero alla Casablanca.

Ma continuità di rendimento a parte, Kovacic rimane calcio. Quello puro, quello di cui i bambini si innamorano. Il suo baricentro basso non solo gli permette di rubare più facilmente il tempo all’avversario con una finta di corpo, ma anche di tenere i piedi per terra, come ha sempre fatto. Perché Kovacic sa da dove è partito. Deve solo capire dove può arrivare.

Autore

Classe 2000. Capisce da piccolo di aver più cuore che tecnica: smette con il calcio giocato e passa a teorizzarlo. Oltre a pensare di riempire la pancia, cerca di colmare l’anima vivendo di sport e valori morali, che non gli danno da mangiare ma lo fanno arrivare a posto con sé stesso ai pasti

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