C’è chi è stato un piccolo giocatore in grandi squadre e chi un grande giocatore in piccole squadre. E Massimo Maccarone fa parte del secondo gruppo, di chi in provincia ha costruito una carriera e una storia. Lui, in Toscana, è diventato l’eroe di Siena e Empoli. Realtà che si trovano a sgomitare per restare in A o per salirci e dove, Big Mac, ha dato il meglio di sé, ergendosi a matador e simbolo. Pensare che quel ruolo, a inizio carriera, se lo sentiva troppo stretto, credendo di meritare altro.

Nato a Galliate, cresce nelle giovanili del Milan per non esordirci mai. Grandi campioni, un Kluivert da cui attingere (per sua stessa ammissione) e il primo approdo ad Empoli. Lì trova Di Natale e insieme fanno faville: in due anni collezionano 26 gol a testa portando gli azzurri in Serie A. Il 2002 segna il punto di svolta della sua carriera; Terim, allenatore del Milan, vorrebbe vederlo più da vicino, la dirigenza non è della stessa idea. Alle buste, l’offerta più alta è dell’Empoli. Massimo desidera altro e, dopo la convocazione in nazionale, bussa il Middlesbrough.

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Le due magiche notti con il Boro

Abbiamo acquistato il calciatore italiano che più assomiglia a Del Piero. Maccarone gioca meravigliosamente bene: ha un gran potenziale e qui potrà farci crescere

La grande occasione, la rabbia per non vestire la maglia rossonera e il misurarsi con uno dei campionati più belli del mondo. I presupposti ci sono tutti, forse i paragoni sono esagerati, ma funziona così: Maccarone, a 23 anni, vuole solo dimostrare. Pronti, partenza e via. 3 gol nelle prime 5 partite, al Riverside Stadium si comincia a sognare. Poi l’infortunio, la perdita della titolarità e il rientro da esterno destro d’attacco. Le cose prendono una piega sbagliata, il centro dell’attacco è più lontano e la curiosità su di lui scema: Vyduka diventa l’attrazione principale per i supporter del Boro.

Se da una parte il fato toglie, dall’altra dà. E Big Mac, fondamentalmente, viene ricordato per due partite, due spezzoni di gara che lo hanno consegnato alla memoria del club: i quarti e la semifinale di Europa League. È lì che comprende il suo destino, è lì che capisce di essere l’uomo su cui fare affidamento quando tutto è in salita ed è sempre lì che scatta la scintilla: il calore del pubblico, l’euforia dei compagni, la gioia di aver compiuto l’impresa.  E poco importa parte sinistra o destra della classifica, l’essenziale è riassaporare quelle emozioni.

Il Basilea vince in casa e si presenta al Riverside andando in vantaggio. La situazione è più che compromessa, ora serve l’impresa. Vyduka sembra non pesare 91 kg, volteggia e si muove con la delicatezza di un colibrì. 1-1, poi 2-1 e magia di Hasselbank rende l’impossibile possibile. McLaren si guarda intorno, in panchina c’è Maccarone. Lo butta nella mischia, sempre sull’out di destra.

È emblematico il fotogramma che precede il gol vittoria: tutta la squadra, sbilanciata in avanti, è intenta ad occupare il centro area, nella speranza di spizzare una palla vitale. Completamente libero c’è BigMac, isolato da tutto e tutti. Ma lui ci crede, dopo una carambola esce un tiro che, deviato dal portiere, finisce proprio sul suo destro. Lo stadio esplode, il commentatore urla a squarciagola “MASIMO MACARONE, MASIMO MACARONE…GOOOOL”. E la corsa pazza, la maglia che vola, tutti che lo rincorrono, lo stadio che si unisce in un metaforico abbraccio collettivo. È il suo momento e, nel ritorno della semifinale, si ripete.

Boro ancora sotto, sempre in casa, partendo nuovamente dalla panchina. Entra, sigla una doppietta e porta tutti in finale. Il momento d’oro dura poco meno di due tempi di gioco, per lui non c’è più posto. Ma, come detto, serve riassaporare quelle emozioni.

Siena e Empoli, il faro delle “piccole”

È in Toscana dove dà il suo meglio e dove riesce a esprimere ogni sua qualità. Per capirlo serve fare delle pause quasi naturali, serve sbagliare e prendere coscienza di sé. A Palermo, Parma e Samp le cose non vanno, a Siena sì. Con i bianconeri torna grande, diventa leader e ancora: quattro salvezze consecutive, tutte passate dai suoi gol.

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Poi il vecchio amore ad aspettarlo, come Ulisse dopo il suo lungo viaggio. A Empoli trova una casa e una famiglia e per loro scende di categoria. Segna il gol decisivo in una finale playout, poi li riporta in A e ne diventa un punto nevralgico. Incanta con Tavano, fa crescere talenti come Verdi e Saponara, si mette a disposizione dei mister e non si tira mai indietro. Un giocatore simbolo che, dopo aver rifiutato il proprio destino, lo abbraccia e lo ringrazia. Così BigMac è diventato un calciatore amato da tutti, per il suo spirito combattivo e per la dedizione con cui ha sempre portato avanti la causa della “provinciale”.

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