Chi non ha mai visto una delle tante imprese di Batman? Quel supereroe mascherato, che dopo aver assistito all’assassinio del padre ha deciso che avrebbe combattuto per tutta la vita le ingiustizie. Non da solo, però: si è sempre portato dietro quel Robin, il teenager assistente del cavaliere oscuro. La verità, infondo, è che nessuno abbia mai voluto essere Robin, come canta Cesare Cremonini.

A chi non è capitato di canticchiarla? Certo, Bologna è lontana da San Sebastián, ma probabilmente risuonano le note di “Nessuno vuole essere Robin” non solo in Via d’Azeglio, ma anche vicino al Municipal de Anoeta, dove ogni weekend scendono in campo i biancazzurri della città, i giocatori della Real Sociedad. Nei Paesi Baschi, però, tendono a modificare il protagonista della poesia del cantautore bolognese: nessuna storia d’amore, nessun fido aiutante di un supereroe per le strade di Gotham City; in Spagna, nessuno vuole essere Martin.

Sfoggiato in vetrina: Ødegaard il predestinato

Tutto parte a Drammen, piccola cittadina nel sud della Norvegia; tra giacimenti di zinco e nickel, industrie per la lavorazione di legname e metalli e centri per la pesca del salmone, in questa ridente località norvegese vivono circa 60.000 anime, compresa la famiglia di Hans Erik Ødegaard, ex calciatore con più di trecento presenze nei campionati del Paese scandinavo. Hans era diventato allenatore delle giovanili, iniziando la sua carriera proprio a Drammen, dove aveva iniziato a giocare da giovane.

Tra una partita e l’altra, però, arriva il gol più importante: in casa Ødegaard, il 17 dicembre 1998, arriva Martin, che fin da piccolo si appassiona allo sport praticato dal padre, che nel frattempo era stato protagonista della scalata dello Strømsgodset e del Sandefjord, modeste realtà calcistiche norvegesi. Sì, Martin segue le orme del papà, peccato che bruci in fretta le tappe di crescita nel mondo del calcio.

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Il ciuffo biondo c’è, un po’ meno la robustezza del papà, un vero e proprio bulldozer in campo; Martin, al contrario del padre, è esile ed aggraziato: sull’erba si muove come un ballerino all’Operahuset, il Teatro di Oslo. Ha visione di gioco, dinamismo e grinta, quella che permette di spiccare tra gli innumerevoli talenti del panorama calcistico mondiale. E indovinate un po’? È esattamente quello che succede.

Dopo essere diventato il più giovane debuttante nella storia del massimo campionato norvegese (con la maglia dello Strømsgodset, la stessa prima squadra professionistica del padre), Martin attrae a sè gli occhi di mezza Europa: lo vogliono in Germania, in Inghilterra, persino in Spagna. Si vocifera di un certo interessamento del Real Madrid, ma lui non ci pensa. Macina record su record: presenza da titolare prima dei 16 anni, marcatore più giovane della storia dell’Eliteserien, doppietta a due mesi di distanza dal 16esimo compleanno. Ma lui continua a non pensare a quelle voci: “Figuriamoci se finisco al Real Madrid”, avrà detto una sera mentre giocava a Football Manager, il videogioco calcistico dove ora era presente anche lui.

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Foto beIN Sports

Figuriamoci…

Dicono che il tempo passi in fretta quando ci si diverte; beh, Martin non solo si divertiva, ma iniziava a fare i conti con una realtà dal sapore dolce, un lieto fine arrivato ancora prima dell’inizio della sua storia. Quel “figuriamoci” diventa un “è tutto vero”, perchè neanche un anno dopo il suo debutto in Norvegia, lo Strømsgodset annuncia di aver liberato il proprio gioiello per fargli spiccare il volo, direzione Madrid.

I grandi palcoscenici non lo spaventano, perchè nell’agosto precedente aveva già giocato una partita intera con la maglia della propria Nazionale, ma il Bernabeu rimane il Bernabeu… Ah, giusto, ci siamo dimenticati un piccolissimo ed irrilevante particolare: il suo primo ingresso in campo con la camiseta blanca arriva sostituendo il mostro sacro della squadra, quel Cristiano Ronaldo fino a poco prima idolatrato da casa. Robin sostituisce Batman, ma nessuno continua a non voler essere Robin.

Sul ragazzo arrivano troppe pressioni, difficili da sopportare in un’età in cui si inizia a diventare grandi per la prima volta. Lui, però, è già cresciuto fin troppo: le valutazioni sul suo conto si sprecano, così come le aspettative riguardo al futuro delle Merengues. A Madrid, però, sanno come comportarsi con le proprie stelle: Martin parte in prestito, tornando ad uno stretto marittimo di distanza dalla sua Norvegia.

Olanda terapeutica

È nei Paesi Bassi che Martin ritrova la giusta serenità: al Madrid Castilla le cose non andavano neanche male, ma le luci della ribalta erano tutte su di lui, ancora fin troppo giovane per prendersi sulle spalle la seconda squadra di una delle compagini migliori del mondo. In ordine arrivano tre annate in prestito: Martin parte dalla Spagna a 18 anni e ci torna a 20, dopo aver acquisito esperienza e trucchi sul campo, raccolti grazie ai migliori tecnici della scuola olandese.

Nelle prime due stagioni all’Heerenveen le cose vanno non vanno per il verso giusto: Martin segna solo 3 reti in 45 presenze e in molti iniziano ad etichettarlo come l’ennesimo “bollito” di casa Real. Ødegaard, però, è abituato alla glacialità: queste parole fredde non lo scalfiscono, tant’è che nel suo terzo anno in Eredivisie sboccia come un tulipano a metà aprile.

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Foto Bleacher Report

Esulta come Ronaldinho, sull’onda delle movenze brasiliane del Gaucho; Ødegaard trascina il Vitesse a ritmo di samba, nonostante il sangue sia scandinavo: 11 gol e 12 assist in 39 presenze tra campionato, playoff di Europa League (dove marca il tabellino per la prima volta in carriera) e coppa d’Olanda. Mica male per il bollito.

Veterano 21enne

Quando torna sul suolo iberico sono cambiate diverse cose: Cristiano Batman Ronaldo non c’è più e Martin non può essere arruolato nel Castilla. Zidane, però, non se la sente di conferirgli le chiavi della trequarti, nonostante il francese stia dimostrando di voler rinnovare le Merengues (citofonare a casa Rodrygo per conferma). Il primo volo all’aeroporto Adolfo Suárez della capitale spagnola è per i Paesi Baschi: la Real Sociedad cerca un trequartista che sappia manovrare il gioco, di fornire creatività e che non abbia paura di indossare la maglia dei Txuri-urdin; Martin accetta, ovviamente.

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Foto Getty Images

La sua stagione è la definizione del riscatto personale: finora sono arrivati 3 gol e 4 assist in 15 gare, ma parlare di numeri sembra fin troppo riduttivo. È lo stakanovista della squadra di Imanol Alguacil, che dall’inizio del campionato l’ha sempre schierato alle spalle della punta; ha saltato due gare per una tendinite, tornando disponibile contro quel Real Madrid che in estate non ha voluto puntare su di lui. Eppure i numeri ad inizio ottobre parlavano chiaro, persino quelli che riguardavano l’incidenza difensiva di Ødegaard: il norvegese recuperava 1,6 palloni a partita, distaccando di diversi decimi i centrocampisti madridisti ed uno degli incontristi migliori della Spagna, Sergio Busquets.

Oggi la Real Sociedad è a tre lunghezze dal terzo posto ed una buona fetta del merito va data ad un norvegese che oggi mangerà un’altra fetta, quella della torta del suo 21esimo compleanno. Sembra una vita che sia sulle vetrine del calcio europeo, eppure solo da oggi può essere considerato un adulto in tutto il mondo.

Nessuno, però, a distanza di cinque anni dall’esordio in Norvegia, vuole essere Martin. O meglio, tutti vorrebbero trovarsi al suo posto, ma nessun saprebbe mantenere i nervi saldi sotto quel ciuffo biondo; nessuno sarebbe capace di fare un passo indietro dopo aver toccato il cielo con un dito, anzi, con una sostituzione al Bernabeu; nessuno, sostanzialmente, farebbe a cambio con la vita di Martin Ødegaard, il faro che illumina il cammino della Real Sociedad.

Cremonini dice che siamo “tutti con il numero 10 sulla schiena e poi sbagliamo i rigori”. Beh, Martin non ha il codino e di cognome non fa Baggio, non ha il numero 10 sulla schiena e non ha mai sbagliato un rigore nella propria vita, nè dentro nè fuori dal campo. La morale, però, rimane quella: nessuno vuole compiere gli anni oggi, nessuno vuole essere Martin.

Autore

Classe 2000. Il classico nome romano per un pavese di origini calabresi; geografia a parte, aspira a guadagnarsi da vivere raccontando le storie degli sport che ama, dal calcio al basket. È destinato a soffrire: tifa Inter.

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