Jugoslavia: nata per unire, morta per dividere. È così, non c’è definizione migliore per descrivere lo Stato nato alla fine della prima guerra mondiale e venuto a disgregarsi alla fine del XX secolo. Alla fine della Grande Guerra, che aveva visto l’Impero Austro-ungarico tra le file dei vinti, svariate personalità della scena politica e letteraria slava, da serbi a croati passando per gli sloveni, spinsero per l’indipendenza dei loro territori dagli austroungarici. Fu in questo modo che nacque la Jugoslavia, lo Stato simbolo della rivincita slava.

Alla fine degli anni ottanta, però, emersero tutte quelle differenze nascoste dietro la parola “slavo”, ossia quelle dissimili radici culturali che fanno sì che un croato sia diverso da un serbo e viceversa, pur essendo accomunati dalla matrice slava. I contrasti divennero sempre più aspri, finchè non arrivò il 25 giugno 1991: la Croazia si dichiarò indipendente dalla Jugoslavia, dando inizio ad uno dei conflitti più disastrosi nella storia del Vecchio continente, la Guerra d’indipendenza croata.

Morivano soldati e civili, via terra e nei cieli, dai quali piovevano ordigni esplosivi in continuazione; nelle città si vedevano solo terrore e distruzione in mezzo a litri di sangue, spesso versato dai cittadini comuni. È in questo clima surreale che cresce il giovane Mario, figlio di Jelica e Mato Mandžukić.

Vivono a Slavonski Brod, sulla sponda croata del fiume Sava, che sull’altro argine bagna la Bosnia-Erzegovina. Le industrie della città vengono in poco tempo spazzate via dai bombardamenti e l’economia locale crolla. I Mandžukić, allora, decidono di abbandonare le proprie terre per spostarsi in Germania, a Ditzingen, presso Stoccarda. La guerra termina 4 anni dopo, e Mario, compiuti i 10 anni d’età, può iniziare a fare gol nelle porte dei campi del suo Marsonia, squadra di Slavonski Brod.

Il piccolo Mario torna in Croazia

In poco tempo conquista Zagabria, in tutte e due le squadre della capitale: prima fa innamorare i tifosi dell’NK Zagabria, poi spezza il loro cuore passando ai rivali della Dinamo, vetrina che lo fa conoscere al calcio mondiale. Nonostante il trascorso nelle due rivali della capitale, chi lo teme maggiormente è di Spalato e tifa l’Hajduk, squadra nella quale ha iniziato la propria carriera uno dei più talentuosi attaccanti jugoslavi (che dopo la guerra è diventato croato), Alen Bokšić.

Mario, nei primi anni della propria carriera, viene spesso paragonato ad Alen; effettivamente, i due hanno molto da condividere: nascono entrambi vicino all’acqua (il primo sulle sponde del Sava, il secondo in riva al mare, a Makarska), fiutano il gol da ogni parte dell’attacco ed entrambi hanno fatto gioire i tifosi juventini, il primo vincendo uno Scudetto, una Coppa Intercontinentale ed una Supercoppa Europea ed il secondo collezionando 9 trofei tra Scudetti, Coppe Italia e Supercoppe Italiane. Ma torniamo a Zagabria.

Mario Mandzukic Bayern Monaco Riserva di LussoAlla Dinamo, Mario diventa infallibile: praticamente segna 1 gol ogni due partite. Svariate squadre nei maggiori campionati europei si accorgono di lui e Mario crede che sia arrivato il momento di abbandonare nuovamente la Croazia, questa volta senza bombe che piovono dalle nuvole. Ma dove va? Bè, lo dicevano anche i Maya, “tutto è ciclico”: Mario torna in Germania, questa volta a Wolfsburg, a più di cinque ore dalla sua vecchia casa tedesca nei pressi di Stoccarda. Coi Lupi, Mario trova spazio solo nella seconda parte di stagione, quando arriva sulla panchina biancoverde Felix Magath, figura fondamentale nella crescita del calciatore e soprattutto dell’uomo Mario Mandžukić: è in questo periodo che emergono la sua grinta e la sua aggressività, caratteristiche grazie alle quali è nato il suo soprannome (coniato dal bosniaco Salihamidžić), Strassekämpfer: guerriero di strada. Mario picchia.

Mandzukic nella leggenda

Nel suo secondo anno in maglia Wolsburg, Mandžukić si consacra definitivamente, concludendo la stagione con 12 gol e 10 assist in 32 partite. La metà classifica gli sta stretta, ormai il croato è un giocatore da alti piazzamenti: nell’estate 2012 passa al Bayern, squadra con la quale scriverà la storia: nella sua prima stagione ai bavaresi, lo streetfighter vince il campionato tedesco con sei giornate d’anticipo (finiranno a 91 punti, record in Bundesliga), vince la Coppa di Germania e frantuma in finale di Champions i sogni di gloria dei rivali del Dortmund. Come se non bastasse, al primo triplete della storia del calcio tedesco, i Die Roten aggiungono anche la Supercoppa UEFA ed il Mondiale per Club: il Bayern è leggenda, ed un pezzo di storia è stato scritto da un rifugiato di guerra con la voglia di spaccare a suon di reti le porte avversarie.

A proposito di guerra, Mario si rende protagonista di un caso mediatico riguardante la sua Croazia. Il 17 novembre 2012, dopo aver siglato il gol dell’1-1 contro il Norimberga, esulta insieme a Xherdan Shaqiri compiendo un saluto militare: il gesto è dedicato ad Ante Gotovina e Mladen Markač, generali croati nella sanguinosa guerra d’indipendenza contro la Jugoslavia ed assolti dalle Nazioni Unite il giorno precedente: tutto è ciclico.

La sua avventura in maglia rossa si conclude dopo l’ennesimo litigio con il neo allenatore dei bavaresi Pep Guardiola, che con il suo tiki taka aveva lasciato in panchina il nativo di Slavonski Brod fin troppe volte. Mario riparte, ma di lì a poco dovrà nuovamente fare i bagagli. La sua nuova esperienza all’Atletico Madrid, infatti, non decolla mai, nonostante le entusiasmanti premesse cresciute a dismisura fin dal suo arrivo all’Aeroporto Adolfo Suárez di Madrid; “Mandžukić si troverà benissimo con il gioco del Cholo, ricco di agonismo ed abnegazione”, titolavano i giornali. Ed invece, nonostante 20 gol in 43 presenze, le sue prestazioni con i colchoneros sono deludenti. Dopo aver perso il posto a favore del talentuoso Antoine Griezmann, Mario lascia la Spagna. P.S.: non sarà l’ultima volta che Mandžukić sarà deluso a causa del petit diable. Vero, Russia 2018?

Torino diventa casa sua

Mario Mandzukic Bayern Monaco Riserva di LussoTutti, e dico tutti, hanno quest’immagine ben chiara in mente. 3 giugno 2017, Cardiff, finale di Champions League, 27’ minuto di gioco: il Real Madrid è in vantaggio, Bonucci cerca un cross in mezzo all’area, ci arriva Alex Sandro che lo serve ad Higuaín, Higuaín per Mandžukić, che stoppa di petto e si inventa il gol della carriera. Navas non può nulla e la Juve ci crede, ma è tutto vano, poiché i bianconeri escono dal Millennium Stadium senza la coppa dalle grandi orecchie. È la fotografia degli ultimi anni della Juventus: il gol capolavoro sono tutti i trofei vinti entro i confini nazionali e la gioia del croato è la speranza di acciuffare la Champions; il risultato, però, vede la Juve uscire sconfitta. Ed il gol dello Strassekämpfer è destinato ad essere un’opera incompiuta, un Van Gogh venduto a pochi dollari all’asta: bellissimo, ma dimenticabile.

Arrivato a Torino il 22 giugno 2015, Mario vince tutto con le Zebre, tranne l’agoniata Champions League: 4 Scudetti (quello di quest’anno festeggiato già il 20 aprile), 2 Supercoppe italiane e 3 Coppe Italia. Ma, soprattutto, è entrato nel cuore dei tifosi bianconeri, grazie al suo sacrificio ed al suo spirito combattivo che l’ha contraddistinto fin dai primi calci al Marsonia.

Famoso per la sua serietà, Mario ha postato una foto su Instagram con questa didascalia nell’estate di due anni fa: “Allenarsi con indosso la maglia della Juve è un motivo per sorridere”. Che dite, si è innamorato del bianco e del nero? La risposta è su un piatto d’argento e non è mai stata così lontana da un no. Con molte probabilità, il croato chiuderà la carriera a Torino e non in Croazia, per la disperazione dei tifosi della Dinamo Zagabria.

In Croazia, però, non si possono lamentare: Mario è stato uno dei protagonisti più importanti nella cavalcata al sogno Mondiale per i Kockasti (gli “scaccati”, dalla tipica divisa della Nazionale croata), terminata solamente in finale contro una Francia a dir poco imbattibile. L’avventura di Mario con la maglia della propria Nazionale si è conclusa in Russia, dopo che l’attaccante ha pubblicato una lettera d’amore per il proprio Paese.

Se potessi giocherei per sempre per questa maglia sacra. Croazia, sei il mio orgoglio più grande. È stato un onore.

L’onore, ci verrebbe da dire, è tutto nostro: veder giocare Mario Mandžukić è sempre una goduria, che si stia guardando la partita da croati, da tifosi della Juventus o semplicemente da tifosi del bel calcio. E no, non perché sia un maestro con il pallone tra i piedi o perché non ti puoi aspettare mai la sua prossima giocata: Mandžukić gioca semplice, ma lo fa con il cuore e con tutta la voglia del mondo.

Non resta che fare gli auguri ad uno dei calciatori più significativi nella storia del calcio europeo; auguri all’uomo che non sorride mai se non per un gol, auguri al calciatore che ha messo sempre la squadra davanti alla propria prestazione individuale.

Auguri a Mario Mandžukić, lo streetfighter, che in più di dieci anni di carriera ha giocato a suon di botte e tacchetti, sempre con l’orecchio vigile ad una di quelle maledette bombe che hanno distrutto il suo Paese.

Mario mandzukic riserva di lusso croazia

 

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Autore

Classe 2000. Il classico nome romano per un pavese di origini calabresi; geografia a parte, aspira a guadagnarsi da vivere raccontando le storie degli sport che ama, dal calcio al basket. È destinato a soffrire: tifa Inter.

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