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Marco Verratti da Manoppello, Pescara, è il classe 1992 dal talento più puro che il calcio italiano ha prodotto. Ha fatto però, la fine dei grandi brand del distretto della moda tricolore: Italian sound, quindi Made in Italy, ma “proprietà” francese.

Marco Verratti, anche se passano gli anni, rimane sempre di moda. Insomma, è un regista con idee calcistiche sempre di tendenza.

Con una media superiore ai 60 palloni toccati a partita, giocate sopraffine, tocchi di suola e oltre il 95% di precisione nei passaggi, Marco Verratti è l’architetto del PSG e della Nazionale Italiana, e sul web i video delle sue giocate tentacolari si sprecano. Marco passa da un roulette 360 a un tackle, per poi rialzarsi e guidare un contropiede a regola d’arte.

Per titolarla come un famoso video- Youtube: Marco Verratti, when football becomes art.

Il vizietto del cartellino

Sì, un vizio del quale sembra non poter fare a meno, come un dazio da pagare per l’eccessiva tecnica delle sue giocate, o per le umiliazioni che infierisce agli avversari una partita sì e l’altra pure. Come una virtuale sigaretta, un vizio quello del “falletto” che vìola il regolamento, duro a morire.

Di lui, lato tecnico, si è già detto tutto e forse gli aggettivi sono finiti. Magari sono da ricaricare in caso di approdo in un campionato più allenante. Ma sono i continui cambiamenti della sua carriera e della vita privata a scandire la sua storia personale.

Da Marco Verratti a “Marco Verrattì”: il cambiamento 

Partiamo dai numeri di maglia. Dal 10 che brillava nella sua culla pescarese, alla corte di Zeman, al 24 dell’esordio transalpino, fino al più maturo numero 6 delle stagioni successive al Parco dei Principi. Il numero 2 portato da Marco alla prima partita con gol in Olanda, all’Amsterdam Arena nel 2012, e il 6 in nazionale, che fa il paio con quello dorato della Ligue 1, binomio quello tra nazionale e Lega francese che gli ha garantito la vittoria del Pallone Azzurro nel 2015.

Poi il cambio di sponsor tecnico. Una carriera iniziata sulle stimmate dei più grandi, da Pelè a Maradona, con Puma ai piedi e poi, anche qui, un cambiamento. La firma per Nike, lo swoosh più famoso al mondo, e con il brand Jordan hanno creato una scia di entusiasmo che ha investito molti dei tesserati all’ombra della Torre Eiffel, con Marco Verratti diventato un vero e proprio  ambasciatore dell’azienda americana.

Altri cambi, che hanno fatto scalpore nella sua vita sono sfociati sul personale. In generale, il protagonista della nostra storia ama farsi corteggiare per poi cedere. Ed ecco che ha ceduto un paio di stagioni fa alla corte di Mino Raiola, che lo ha portato nella sua scuderia con conseguente divorzio con lo storico procuratore pescarese Donato Di Campli, che lo aveva scoperto e lanciato ai tempi della Primavera nei delfini abruzzesi e lo aveva accompagnato fino ai piedi del Louvre, salvo poi essere “tradito” per un procuratore più avvezzo a certe trattative al rialzo come l’italo americano, in grado di “scucire” un rinnovo da 9 milioni solo qualche giorno fa per Marco Verratti.

I cambiamenti continuano nella vita di Marco, il parigino di Pescara, che ha da poco anche cambiato compagna di vita, la modella francese Jessica Aidi, attirando evidentemente anche i favori dei motori di ricerca che sono ben più indicizzati delle 290 presenze in sei anni di blu-PSG, di cui 54 nella competizione regina, la Champions League, che sogna di alzare per completare il suo palmarès. Sì, Perché Marco è il giocatore più decorato della rosa parigina, avendo al suo attivo ben 22 titoli, tutti domestici, mentre nella sua bacheca si continua a spolverare tra le Coupe De La Ligue e le sei Ligue 1, per lasciare posto alla “coppa dalle grandi orecchie”.

Noi ovviamente non possiamo che augurare a Marco, ormai lo chiamiamo per nome dopo aver raccontato la sua storia, di alzarla l’estate prossima a Istanbul, e poi di ricaricarsi per portarci avanti a EURO 2020. Lui, l’ennesimo nome del Made in Italy di proprietà francese.

Autore

Classe ‘87, cresciuto con un padre calciofilo, si accorge del calcio solo a 7 anni durante il mondiale di USA ‘94 perché incuriosito nel guardare tutti quegli adulti gioire e poi piangere davanti al televisore da un momento all’altro. Infatuato, vede la sua prima partita allo stadio in quello stesso anno e decide che da grande farà il calciatore. Il più maturo innamoramento per il marketing e la comunicazione prima e, il matrimonio-riparatore con i social network, dopo, diventano il suo lavoro a tempo pieno, ma con un occhio fisso al prossimo turno di campionato.

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