“Con dei compiti precisi, a coprire certe zone, a giocare generosi…”. Sta tutta qui l’importanza di chiamarsi Marco Parolo, nella più abusata delle descrizioni.

Una vita da mediano passata a dare calci e a inserirsi con un tempismo da metronomo in area di rigore quando tutta la fantasia della tua squadra si riversa in un assist per te. Che un secondo prima hai anticipato l’attaccante avversario a 90 metri da quell’istante.

Nel calcio esistono due tipi di giocatori: quelli che noti quando sono in campo, perché risolvono la partita con una giocata, e quelli di cui l’assenza, per il gioco della tua squadra, è come assenza di ossigeno.
Marco Parolo, classe ’85, rientra nella seconda categoria. Uomo spogliatoio, simpatia dirompente a detta dei compagni, e mai una parola fuori posto davanti le telecamere.

Due polmoni mai scarichi al servizio della squadra, tatticamente imprescindibile per ogni allenatore che ha incontrato lungo il suo percorso, e un piede educato capace di metterla proprio dove serve nei momenti di difficoltà. Anche in tribuna, all’occorrenza.

Una carriera spesa nel calcio di provincia prima di approdare nella società che l’ha consacrato, la Lazio, e con la quale dopo apparizioni alterne si è conquistato anche una maglia da titolare in Nazionale. Il primo trofeo alzato in carriera, i tanti chilometri percorsi nei campi di mezza Europa e una maglia a fine partita bagnata di sangue e di sudore. Sempre.
Faccia da bravo ragazzo e una cattiveria agonistica degna dei grandi campioni. L’intelligenza di saper leggere il momento e la forza sulle gambe anche quando tutti sembrano aver esaurito l’ossigeno. Questo è, Marco Parolo.

5 Febbraio 2017. Marco Parolo esulta per i 4 goal segnati contro il Pescara.

 

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Cresciuto a suon di pizza, calcio e fogli sparsi sulla scrivania. Amo in egual misura il rumore delle dita che battono sulla tastiera e il turno infrasettimanale, il boato allo stadio dopo un gol e il tè a casa durante gli anticipi delle 18.

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