La Bombonera è uno stadio incastrato all’interno di un quartiere, La Boca, un tempo rifugium peccatorum di immigrati, la maggior parte dei quali italiani.

Quel quartiere, che lambisce la modernità senza toccarla mai, era anche la culla di un’altra squadra di Buenos Aires. Il nome poteva e doveva essere “Rio della Plata”, ma il calcio era una roba da inglesi, così come il commercio marittimo, e alcuni operai della Boca videro al porto una nave sulla quale c’era scritto “River Plate“. Sembrò suonare bene, scelsero il bianco e il rosso e fondarono quella che sarebbe diventata La Maquina tra la fine dei ’40 e l’inizio dei ’50, quando quello sudamericano era l’unico calcio possibile.

Muñoz – Moreno – Pedernera – Labruna – Loustau. Il quintetto d’attacco più forte di tutti i tempi secondo molti, la terrificante delantera che fece meritare al River Platequel soprannome per la sconfortante facilità di gioco con la quale regolava gli avversari.

Ma alla Boca non tutti si sentivano rappresentati dal River e così un giorno, sempre al porto, qualcuno vide una nave svedese, si innamorò del giallo e del blu e diede a quella squadra il nome del quartiere. Aggiunse la parola Junior per non venir meno all’idea che se si parlava di calcio, bisognava inglesizzare la faccenda. E Boca Junior fu. Qualche anno dopo, il River cambiò quartiere. L’ultimo trasferimento fu quello nel quartiere Nuñez, abitato da gente benestante e ben vestita. Per i tifosi del Boca, e di sicuro in senso dispregiativo, i tifosi del River diventarono Los Millionarios.

Il Dna delle due squadra si è sviluppato inevitabilmente intorno a questa contrapposizione. Da una parte i ricchi, fighetti, benestanti, dall’altra la gente del popolo. Da una parte uno stadio moderno, dall’altra una costruzione vecchia incastrata tra le case. Da una parte il bel gioco, dall’altra il tackle duro. Da una parte Ramon Diaz, dall’altra Martin Palermo. Uno capace di segnare solo gol brutti, ma di trascinare un popolo intero. Il River ama vincere i campionati e soffre nelle coppe (quando il gioco si fa duro), il Boca snobba i campionati e ama la tensione delle Coppe. Francescoli contro Caniggia. E ancora, da una parte Passerella, dall’altra, per poco tempo Diego Armando Maradona. Rimasto però sempre tifoso del Boca.

Intorno a questa epica si è costruita una rivalità che è forse unica al mondo: così vicini, così distanti. Il fiume di gente che dalla Boca si riverserà alla Bombonera per assistere alla partita di andata della finale di Coppa Libertadores accompagnerà questa attesa con il silenzio, la preghiera laica, il vociare sconnesso. Inutile pensare che sarà una festa. Sarà una battaglia da prendere molto seriamente. Perché da questa parti una partita contro i Millionarios è una questione serissima.

 

Autore

Doppiofedista del marketing e della narrativa, usa la parola storytelling che le contiene tutte. Per non farsi mancare nulla, è doppiofedista anche nel calcio: pensava che l’Inter era la passione che gli sarebbe passata crescendo. Forse non è mai cresciuto.

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