CALCIO ITALIANO MINUTO DI RECUPERO

Come Inzaghi ha avuto la meglio sull’Inter e su Conte

Moduli a specchio, ma diverse interpretazioni e differenti giocatori. Prendiamo i tre di centrocampo: Milinkovic-Savic, Leiva e Luis Alberto da una parte; Barella, Brozovic e Vecino dall’altra. Nella conta di chi fa il falegname, nel senso fisico, e di chi invece fa l’artigiano, che quel legno lo lavora con delicatezza, non c’è stata storia: Lazio avanti di almeno un uomo in mezzo al campo, la stessa lunghezza del risultato finale.

Il problema che ti crea la Lazio è che quando le blocchi una fonte di gioco, c’è n’è subito un’altra pronta a impostare o a lanciare. E l’Inter, al gioco della talpa, che provi a prenderla da una parte e ti sbuca dall’altra, non è mai riuscita a trovare soluzioni.

Ma questa è anche la vittoria di Inzaghi, che spinto dall’entusiasmo del ritrovato pareggio ha messo velocemente in campo due pedine fino a quel momento sedute in panchina: Correa e Lazzari. Non a caso tra i cambi e il gol del 2-1 sono passati soltanto sei minuti, due in meno di quanto ci ha messo Conte per inserire Eriksen e Moses (77’). Anche nella sfida a scacchi tra i due allenatori, non c’è stata storia.

Non è sbagliata la scelta di Vecino dal 1’, un’opzione fisica contro un centrocampo altrettanto fisico. Casomai la carta Eriksen giocata così tardi da Conte. Possibile che il danese abbia soltanto quattordici minuti nelle gambe? Appunto per il tecnico nerazzurro: il primo tiro di Eriksen ha portato al gol di Martinez, annullato per fuorigioco. Da ricordare non è la rete invalidata, ma l’occasione che il danese ha creato in un fazzoletto, proprio come Milinkovic dall’altra parte (che ha deciso il match).

In definitiva, tra l’Inter e lo scudetto c’è la convivenza della coppia Eriksen-Brozovic, la stessa che con diversi interpreti (il croato e Sensi) ha fatto le fortune della prima parte di stagione nerazzurra, salvo poi l’infortunio dell’italiano che ha mandato in infermeria anche il gioco di Conte.

 

Autore

Classe 2000. Capisce da piccolo di aver più cuore che tecnica: smette con il calcio giocato e passa a teorizzarlo. Oltre a pensare di riempire la pancia, cerca di colmare l’anima vivendo di sport e valori morali, che non gli danno da mangiare ma lo fanno arrivare a posto con sé stesso ai pasti

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