Ora ci dovete dare tempo, possiamo vincere il titolo in quattro anni. Se non sarà così andrò ad allenare in Svizzera.

Semplice, schietto e sorridente. Il Klopp dell’ottobre 2015 non è poi tanto diverso da quello di oggi.

Arrivato in una delle panchine più prestigiose del mondo, si ritrova al dodicesimo posto in campionato in una situazione, sportivamente parlando, quasi drammatica. Lo scivolone e l’abbandono di Steve-G, il campionato perso per un soffio e una rosa che, con ogni probabilità, aveva speso ogni energia la stagione appena passata.

Jurgen, conscio della situazione e con estrema razionalità, non fa né proclami né promesse: “ci dovete dare tempo”.

Il primo anno perde una finale d’Europa League, poi conquista la Champions, arriva in finale e, al fatidico quarto anno, riporta la coppa dalle grandi orecchie a Liverpool. Oltre un decennio dopo l’ultimo successo europeo, infrangendo record su record e incantando mezzo mondo con la sua filosofia.

Klopp ha costruito la SUA squadra, mattone dopo mattone, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Forgiato dalle sconfitte e temprato dalle troppe delusioni. L’etichetta di miglior perdente della storia è stata polverizzata l’1 giugno in quel di Madrid o, probabilmente, in un rovente 7 maggio.

7 Maggio 2019

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La partita già entrata nella storia, il manifesto del calcio di Jurgen. In un clima surreale, senza Firmino e Salah, contro il Barcellona di Leo Messi forte delle tre reti di vantaggio, il Liverpool ha semplicemente regalato spettacolo. Due eroi d’eccezione (Origi e Winjaldum), una perla di Alexander-Arnold e uno statuario Alisson: i quattro protagonisti di una delle rimonte più emozionanti e, nel contempo, più imponderabili della storia.

A muovere i fili e a dare speranza c’è stato semplicemente lui, Jurgen Klopp. Lo stesso che in conferenza pre-partita, con la sua naturalezza, ha detto:

ho tempo fino a domani per motivare i miei e vedere cosa migliorare…non ci dobbiamo paragonare a nessun altro…abbiamo dimostrato di non mollare mai.

Un monito, un avvertimento e un’ulteriore carica ai suoi ragazzi, anche per chi fino a quel momento era stato ai margini della rosa.

Non sappiamo cosa abbia realmente detto nello spogliatoio, quali corde sia andato a toccare o quanto abbia motivato i Reds. Sappiamo, però, che la squadra è entrata determinata, con il solito pressing asfissiante, con la solita cattiveria negli occhi e spirito di abnegazione. Un unico grande macchinario mosso da tanti ingranaggi, sincronizzati tra loro e senza la minima voglia di arretrare di un singolo centimetro. Wijnaldum scivola in panchina, abbandonando l’esperimento falso nueve, concedendo spazio a Shaqiri e Origi. Osare, osare, osare. Un unico diktat, un unico risultato possibile. Tante le verticalizzazioni, tante le occasioni e tanti i gol. Georgino, poi, entra e spacca la partita. Altra scelta azzeccata, con quel pizzico di fortuna mancato in tutti questi anni.

Se il campo ci ha raccontato di una prova esaltante di Origi e tutto il Liverpool, noi vi suggeriamo di riflettere sulle scelte del “miglior perdente della storia” e sulla volontà di andare fino in fondo con la sua filosofia. Sempre e comunque.

La strategia vincente

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Il suo modo di fare calcio ha colpito ed emozionato tutti, il suo progetto e la sua meticolosità nel prendere decisioni forti sono passati in secondo piano. A media e tifosi ha richiesto una buona dose di pazienza, alla dirigenza completa fiducia: data e ripagata. Dietro il sorridente Klopp, dietro al suo gegenpressing e la sua teatralità c’è molto, molto di più.

Gli acquisti degli ultimi tre anni si sono rivelati dei veri e propri fattori capaci di condurre la squadra ai vertici del calcio europeo. Da questo si riesce a comprendere come la società abbia dato carta bianca al manager tedesco, fidandosi di ogni sua mossa e scelta: i 9 milioni spesi per Robertson, l’acquisto di Manè e Wijnaldum sono stati i primi tasselli di un puzzle più ampio. Ogni giocatore fatto e finito per adeguarsi e cucirsi addosso la filosofia dell’ex Dortmund. Pochissimi sono andati sotto le aspettative (Naby Keita per citarne uno), molti hanno superato qualsiasi aspettativa: Van Djik su tutti. Chi dava del pazzo a Klopp per gli 84 milioni spesi, si è dovuto arrendere dinanzi alla manifesta superiorità del centrale olandese. Mai dribblato, chirurgico negli interventi e fondamentale nel dettare i tempi alla squadra.

Jurgen ha calcolato, studiato e vinto. Poco importa se ci sono voluti vent’anni, se il cammino è stato impervio o se gli obiettivi sono sfumati all’ultimo giro di boa: l’importante è farcela. Prima o poi.

Auguri, Mr. Klopp.

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