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Nel luccicante e scintillante calcio di copertina fatto di pop star più che atleti, la normalità fa più effetto dell’originalità. La morbosa ricerca dell’esagerazione schiava del commercio di immagine ha scambiato i significati di normale e diverso, con l’esuberanza di stili stravaganti che ormai è convenienza diffusa e la regolarità che invece è diventata un concetto raro. Nella nuova generazione del pallone fatta di sgargianti treccine e di fisici statuari diventati tele per tatuaggi, l’incontaminata frangetta e l’adolescenziale acne di Joao Felix sublimano il portoghese alla stregua di una Pleria Sterna, perla normale all’apparenza ma rara e selvaggia nell’essere.

Joao Felix: ragazzo normale, talento straordinario

Raccontare Joao Felix limitandosi alla superficie rischia di farci cadere nella scontata retorica che ha recentemente contaminato lo storytelling. La storia del giovane talento portoghese non è una favola di rinascita dalle ceneri di un’infanzia difficile ma, come il suo essere, è una storia normale di un ragazzo normale affetto da problemi tremendamente normali. Ecco, forse far rientrare Felix nella cerchia del regolare è un tantino esagerato quasi come dire che Van Gogh fosse un artista pazzo e non un visionario; tuttavia il suo passato e la sua storia raccontano di paure e di insicurezze che ognuno di noi potrebbe provare o aver provato nella propria vita.

Viseu, il luogo in cui nasce, è una piccola quanto curata cittadina, mentre Carlos e Maria, i suoi genitori, sono due insegnanti amanti del proprio lavoro e uniti nello spirito familiare. Nessun luogo sperduto né una difficile situazione accompagnano, quindi, l’infanzia di Felix, che cresce coccolato e amato dai genitori e dal fratellino Hugo di 5 anni più piccolo. Se affetto e risorse non mancano, Joao sviluppa comunque una sfacciata timidezza e una forte insicurezza che lo portano a trovare la felicità solo con il pallone tra i piedi e nella vita in famiglia. Parla pochissimo, gioca tanto, specie con Hugo, un amico oltre che un fratello di cui si fida ciecamente. Scambiarsi il pallone con lui, unico strumento di espressione per un ragazzino quasi ammutolito dalla timidezza, è una vera e propria apertura al mondo esterno.

Joao Felix ai tempi del Porto.

Il morboso rapporto e la grande confidenza con la sfera a rombi, tuttavia, portano anche i primi problemi (se i provini in grande società possono essere definiti come tali). In una sorta di balzo temporale, quindi, il nostro viaggio nella vita del portoghese ci porta ai suoi tredici anni, un’età che inevitabilmente rappresenta un checkpoint per il suo futuro nel mondo del calcio. Joao, infatti, con il pallone ci sa fare ma la paura di osare lo portava a sguazzare tranquillamente nei campi provinciali di Viseu. Nonostante gli infiniti pianti del ragazzino restio a lasciare casa, papà Carlos decide di fargli sostenere un allenamento nella vicina Porto.

In un’età in cui si può già essere considerati grandi, Joao arrivò al campo mano nella mano con il papà e con i lacrimoni agli occhi. Allacciati gli scarpini e preso confidenza con il pallone, il provino prosegue in maniera egregia convincendo senza riserve gli allenatori dei Dragoes. Una comunicazione che dovrebbe essere accolta con tremenda felicità viene invece recepita con una disperazione affogata nelle lacrime: l’ossessione per il pallone, infatti, non vale quanto la serenità del nido famigliare da cui Joao Felix, un fanciullino pascoliano ante litteram, non vuole staccarsi.

Joao Felix con l’inseparabile fratello Hugo.

L’importante ruolo della famiglia, quindi, oltre che nell’educare sta nel lasciar partire i propri figli. Papà Carlos, dopo aver preso coraggio, fa una proposta al figlio: una sola notte in ritiro con la promessa di andarlo a riprendere nel caso le cose non vadano bene. In una “notte di lacrime e preghiere”, parafrasando l’eterno Venditti, il ragazzo quasi folgorato da una visione capisce che la sua strada deve essere quella: un percorso che non può che essere affrontato con coraggio. Decide quindi di rimanere al Porto per giocarsi le sue carte, non sapendo che il banco dei Dragoes non gliene darà mai la possibilità. Gli anni in biancoblù, infatti, sono difficili e privi di quella protezione e di quell’affetto di cui finora Felix aveva abusato in famiglia.

Gli allenatori delle giovanili non riescono a comprenderlo, non si fidano delle sue capacità e non lo considerano nelle gerarchie, giustificando le loro scelte con l’impossibilità di conciliare una corporatura esile a un calcio che viaggia su altri ritmi. “Il suo fisico gracile non è adatto al nostro lavoro”: una frase scontata quanto insensata, troppe volte smentita per essere ancora utilizzata eppure ancora abusata da troppi allenatori. A salvarlo da un Porto colmo di negatività, arrivano le forti e confortanti ali delle Aquias di Lisbona, quel Benfica storico rivale che decide di prelevarlo (dopo la parentesi alla Padroense), in quanto ammaliato dalle sue capacità. Un “amore reciproco”, dettato dalla splendida filosofia calcistica che caratterizza i rossi capitolini.

Joao Felix con la sua amata famiglia al completo.

Porto e Benfica, infatti, oltre che storiche rivali sono portatrici di due scuole di pensiero diametralmente opposte: a Oporto si è quasi ispirati dal pensiero di Kiergegaard, in cui l’importanza del singolo la fa da padrone, mentre a Lisbona sponda Benfica, sembrerebbero stravedere per Hegel, data la forte ammirazione per il concetto di collettivo. Come un discepolo hegeliano, Joao Felix capisce che l’affetto tanto ricercato può trovarlo in un gruppo coeso e unito e che il suo talento individuale può esaltarsi solo in queste condizioni. E così sarà. Joao Felix cresce, stupisce e incanta prima in Youth League, dove perde la finale contro il Red Bull Salisburgo, e poi in prima squadra, dove in 43 partite mette a referto 20 gol e 11 assist.

Una di queste reti, in particolare, viene siglata contro il Porto: un mix di vendetta e riscatto impagabili. “Sottovalutato un sacco, ho detto sì va bene. Sta arrivando il mio momento, sarò sì crudele”: probabilmente il pensiero di Felix dopo il gol alla sua ex squadra ma parole di Ernia, una delle penne più importanti del recente rap italiano che qualcosa di riscatto ne sa. Proprio come lui.

 

Il fascino della purezza

Riflettendo su quale concetto potesse riassumere le qualità di Joao Felix, dopo averlo osservato giocare la scelta è ricaduta sul termine “purezza”. Non è stata una scelta particolarmente originale, in quanto l’Atletico Madrid, il club che l’estate scorsa lo ha acquistato per 126 milioni di euro, ha innestato la sua campagna di presentazione proprio sulla cristallinità della classe del portoghese, definendolo per l’appunto “puro talento”. Nonostante la ripetizione, è quasi impossibile non utilizzare il termine purezza per definire Joao Felix, perché oltre ad esserlo in campo, è caratterialmente un puro d’animo.

Ricollegandoci al bellissimo video di presentazione del giocatore, le riprese sono state girate al Prado di Madrid, famosissimo museo della capitale spagnola. Un timido quanto goffo Felix passeggia per le sale di questo luogo di culto artistico osservando il genio di Bosch nel suo splendido trittico del “Giardino delle delizie” e ammirando altri frutti del genio umano. Alla stregua di artisti della cornice, pura rappresentazione dell’innato talento, Joao è pittore su tela verde invece che bianca e per questo non è fuori posto in un luogo iconico come il Prado. L’arte spesso è rivestita di una patina tanto bella quanto priva di concretezza, Joao invece sa essere bello a vedersi quanto decisivo nel risultato.

Nasce come eclettico fantasista capace di rare visioni ma non disdegna il ruolo di finalizzatore come sottolineano le cifre: un gol ogni 80 minuti alla sua prima stagione da titolare non sono cifre comuni, neanche da Cristiano Ronaldo, idolo e modello del portoghese. Nella trequarti avversaria Felix è un giocatore cinico quanto intelligente, capace di fare le cose giuste al momento giusto. Abile e delicato palla al piede, aggressivo e pungente in area di rigore, Felix culinariamente parlando può essere paragonato ad una fetta di Sacher: delicata e raffinata all’esterno quanto pungente nella sostanza, grazie all’inaspettata nota di marmellata che stempera la classe del cioccolato.

Le qualità da piani alti di Joao Felix, inevitabilmente, hanno acceso l’attenzione dell’élite calcistica d’Europa, con club come i due Manchester e le due regine spagnole Barcellona e Real Madrid interessate al giocatore. Al momento della scelta del nuovo club, il portoghese, anziché, optare per i raffinati quanto spietati salotti dell’aristocrazia del pallone ha deciso di arruolarsi nell’esercito cholista dell’Atletico Madrid. Scegliere di macinare chilometri, di bagnarsi nel sudore figlio della garra e di far parte di un gioco combattivo come quello del Cholo è stata una decisione frutto dell’esigenza di sentirsi parte di un gruppo unito e coeso: la stessa scelta che lo aveva portato al Benfica, dopo la triste e spietata esperienza al Porto. Questa opzione, anacronistica per un ragazzo della sua età, contribuisce a cristallizzare l’immagine di giovane vecchio che ci siamo fatti di Joao Felix.

Timido, inconsapevole e dotato di valori e sentimenti antichi, il numero 7 è per qualità un uomo da copertina ma per volontà un ragazzo da secondo piano che trova nel collettivo la sua fonte di realizzazione. Joao Felix è quel soffio di normalità in un mondo frenetico e schiavo dell’originalità, un ragazzo che vive di amore e fiducia, che con la sua semplicità sembra provenire da un’altra epoca. E forse è per questo che ci piace così tanto.

Autore

19 anni, mantovano di origine ma milanese di adozione. Grande amante del pallone, che sia a spicchi o a rombi poco importa. Frequento il primo anno di Scienze Politiche alla statale di Milano cullando il sogno di diventare giornalista sportivo. Mi piace raccontare lo sport in tutte le sue sfaccettature assaporando i suoi aneddoti e i lati più nascosti.

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