“Oh uagliò, domenica viene il Milan al San Nicola, andiamo?”

“Zzì, me raccomanno domani, ce sta Totti nostro che ce saluta. Porta a sciarpa d’a Roma e n’sacco de fazzoletti”

“Frà, domenica Ciro Mertens ne fa due, sta senza penzier!”

“Gli interisti sabato sera non la spuntano mica al San Siro, stanne certo!”

Bello, anzi bellissimo quando qualche tempo fa alla partita domenicale della propria squadra del cuore ci si preparava dal lunedì. I notiziari sportivi, gli allenamenti, l’ipotetica formazione, le scelte del mister, la chiamata a tutti gli amici della curva, l’incontro per gli striscioni e le coreografie, i cori, gli sfottò all’avversario, la maglietta autografata del bomber della squadra, la notte insonne e la colazione con gli amici prima del match, l’ansia pre-partita, le code per entrare nello stadio col biglietto in mano, il Borghetti, le grida all’annuncio dello speaker della formazione, l’inno della tua squadra, il minuto di silenzio, il fischio d’inizio.

La tipica settimana del vero tifoso italiano, quello viscerale, che della propria squadra ne faceva ragione di vita, insomma il tifoso che senza la propria squadra del cuore non viveva.

Se vi state chiedendo se ho scritto al passato intenzionalmente, la risposta è sì, c’è assolutamente bisogno di parlare all’imperfetto. Perché? Perché ormai (purtroppo) il calcio sta cambiando sotto tanti punti di vista e ciò scaturisce anche una trasformazione involontaria del tifoso e del modo di vivere questo sport.

Non si può negare il fatto che si va allo stadio con uno spirito diverso (certo, il tifoso viscerale c’è e ci sarà sempre, tranquilli), più combattivo, freddo e se vogliamo, più violento. Ormai gli episodi di violenza negli stadi e razzismo sono molteplici e ciò scaturisce anche una minore affluenza di gente rendendo la bellezza del calcio più “povera”.

Il tifo non è più lo stesso. Sarà anche per il fatto che ormai i club sono sovrastati da aspettative di presidenti multimilionari che acquistano squadre come fossero caramelle e l’anno seguente la rivendono. Come caramelle. Acquistate, scartate, appena gustate e gettate perché amare, senza sapere che il retrogusto più delicato e dolce viene dopo.
I club vengono acquistati da gente straniera affinché siano utili al profitto della propria attività. Praticamente delle aziende. E delle aziende non ci si può appassionare.

UN’AZIENDA NON PUÒ ESSERE UN CLUB DI CALCIO. Anzi, UN CLUB DI CALCIO NON PUÒ ESSERE UN’AZIENDA. Un club di calcio è passione, storia, emozioni, pianti, vittorie, sconfitte, abbracci, sfottò, vita.

Malgrado ciò noi tifosi non abbiamo perso lo spirito che ci contraddistingue. Ci crediamo ancora perché amiamo il calcio e amiamo la nostra squadra del cuore. Continuiamo ad andare allo stadio con gli amici, ad esultare per un gol del nostro bomber, ad insultare simbolicamente l’arbitro e a festeggiare.
Tutto ciò è una cosa bellissima. Troppo. Finché qualche anno fa è subentrato un elemento che ha cambiato il nostro essere tifosi. Un gioco frutto di fantasia per molti, fissazione per gli altri.

È con estremo piacere ed orgoglio che vi presento il FANTACALCIO, o se vogliamo, l’anticalcio.

Il fantacalcio: cos’è, dove, quando, perché

A quanti di noi è capitato di esultare per un gol del proprio idolo? A tutti, credo. Ma a quanti di voi è capitato di esultare per un gol di un calciatore della squadra antagonista alla vostra, per poi pentirsene un istante dopo? Il fantacalcio, cari miei, è la rovina del vero tifoso. Il fantacalcio è un gioco frutto di fantasia (come suggerisce anche il nome) sullo sport del calcio. In sostanza consiste nel creare una squadra a proprio piacimento prendendo in considerazione tutti i giocatori della Serie A, schierare una formazione ideale ogni qual volta c’è una giornata di Serie A e fruirne dei bonus o malus dei giocatori (gol, assist, cartellini rossi, autogol, ecc…). Col passare degli anni è diventata una vera tendenza e grandi e piccoli ogni anno, alla fine del vero calciomercato, si ritrovano per fare un’asta (chiaramente simbolica, in quanto si offrono dei “fantamilioni”) e creare la propria squadra.

Col passare degli anni, abbiamo capito che il Fantacalcio può avere PRO e CONTRO: stare con gli amici, rimanere in contatto con persone che vivono anche a migliaia di chilometri da te, esultare per dei gol o episodi in particolare, scoprire sorprese o talenti, risate, sono tutti elementi che fanno del Fantacalcio (o più brevemente il “Fanta”) un gioco davvero bello e divertente. Ma c’è un però. È un gioco in cui, a volte, c’è seria competizione, le famose “gufate”, scommesse anche in denaro, insomma, viene preso un po’ troppo sul serio.

Non sono infatti rari episodi di litigi tra amici di vecchia data o discussioni sui vari regolamenti del Fantacalcio. Perché ormai è diventato un principio: scommettendo, o anche solo per la gloria, o pur sacrificando i veri impegni della vita, il Fantacalcio vogliono vincerlo tutti.

Comunque è un gioco che nel corso degli anni si è espanso sempre di più. Ogni partecipante attende la giornata di Serie A con ansia per tutta la settimana, pensando e rimuginando sulle strategie di gioco e come riuscire a battere il suo/suoi avversari.

Se vi ricordate poc’anzi ho scritto che un fantallenatore ha cambiato per sempre il proprio essere tifoso. Sì perché purtroppo al Fantacalcio si è costretti a “tifare” anche i giocatori che non fanno parte della propria squadra del cuore ma che sono stati acquistati in fase d’asta e che quindi ora fanno parte della propria rosa. Quindi è molto comune esultare per un gol di un giocatore che viene siglato contro la propria squadra del cuore. Una situazione a dir poco pittoresca.

Dopotutto è un gioco davvero intrigante per gli appassionati di calcio tanto da soffrirne la sua mancanza. Nei periodi in cui gioca la Nazionale (per qualificazioni a competizioni europee o mondiali o per semplici amichevoli), come ben sappiamo la Serie A non si svolge e quindi neanche il Fantacalcio. Ed è questo uno dei momenti critici per un fantallenatore perché si ha l’impressione che questo gioco abbia creato una sorta di dipendenza.

Ma soprattutto perché capita spesso che i giocatori di rientro dalle nazionali tornino malconci o con qualche acciacco di troppo tanto da mettere a rischio la convocazione per le squadre di club, ed è proprio qui che sorge la disperazione dei fantallenatori: sì, perché il giocatore infortunatosi in Nazionale è proprio il tuo. L’infortunio è l’incubo dei fantallenatori. E quindi partono i famosi “pianti” (ovvero esortare il proprio avversario alla vittoria come gesto scaramantico magari sperando in una vittoria personale), gufate e tanto altro.

Anzi, a discapito del vero tifo, c’è gente che gioca a più di un Fantacalcio in un intero anno. Roba da “veri professionisti”.

Insomma, ormai ci giochiamo tutti. Ed è bellissimo. Ormai quasi non importa che la propria squadra del cuore subisca una sconfitta, l’importante è che al Fantacalcio i giocatori giochino bene e prendano almeno il “6”.

Cari amici, fiduciosi del fatto che non abbandoniate il vostro essere veri tifosi e la passione per la vostra squadra del cuore, come nella nostra rubrica dell’Angolo del Gufo vi diciamo che:

Al fanta gufare non è importante, è l’unica cosa che conta.

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Autore

Classe ’91. Nato ad Andria, città celebre (o forse) per il Castello sulla moneta da 1 cent, giro l’Italia suonando il pianoforte e incidendo anche un album. Completamente infatuato della buona musica e del calcio emozionale e “Brasileiro”. “..mi piace pensare la traiettoria di un calcio di punizione come una lunga scala cromatica che raggiunge l’ottava più alta nel sette”. Ah, sono un infermiere.

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