Il Grande Torino e una macchina del tempo dipinta di granata e d’azzurro

Domenica il Toro affronterà un fuoriclasse portoghese. L’ultima volta che l’ha fatto ha segnato la fine del Grande Torino.
Era il 2 maggio 1949, e la squadra di Valentino Mazzola volò a Lisbona per la partita celebrativa del capitano del Benfica, Francisco Chico Ferreira.

Oggi, un portoghese che può riportare i bianconeri in vetta all’Europa; ieri, un portoghese che incolpevolmente ha impedito al Torino di diventare ancora più Grande.

A volte immagino una storia senza Superga, con il Grande Torino che torna a casa e quel maledetto aereo che sorvola la Basilica di Superga nella tempesta e atterra senza problemi a Caselle, con i giocatori che scherzano di sollievo per lo scampato pericolo.

Il Grande Torino

Un sogno chiamato “Mondiali del ’50”

La stagione successiva il Torino si riconferma campione d’Italia. È l’anno dei Mondiali in Brasile, e la squadra azzurro-granata compie una cavalcata prodigiosa, arrivando il 16 luglio 1950 all’ultima partita con il Brasile al Maracanà di Rio de Janeiro.

Il Brasile schiera: Barbosa, Augusto, Bigode; Bauer, Danilo, Juvenal; Friaça, Zizinho, Ademir; Jair, Chico.

L’Italia risponde con Bacigalupo, Ballarin, Maroso; Loik, Rigamonti, Castigliano; Menti, Lorenzi, Amadei; Mazzola, Carapellese. 8 giocatori granata titolari, più le due riserve di lusso Gabetto e Ossola in panchina.

Primo tempo

Il Brasile parte subito deciso, sospinto dall’urlo dei 199.854 spettatori del Maracanà. La torcida è impressionante. I giocatori del Toro, abituati al loro piccolo Filadelfia, che conteneva al massimo 15.000 persone, si guardano intorno increduli. Rispetto alla loro compassata Torino, la torcida con trombe e petardi è un manicomio infernale. La squadra azzurra è disorientata, impaurita, respinge a fatica le ondate furiose della Seleção.

Negli spogliatoi Ferruccio Novo, presidente del Torino e CT della Nazionale, rincuora i suoi giocatori con una frase che si incide nei cuori di tutti gli azzurri:

Ragazzi, siamo usciti da una guerra, usciremo anche da questa bolgia.

Secondo tempo

Rientrati in campo, i giocatori hanno ancora nelle orecchie le parole immortali di Novo, ma dopo soli 78 secondi della ripresa il Brasile passa in vantaggio. Quello che arriva nell’area azzurra sembra un cross innocuo, ma Friaça si arrampica sulla gradinata più alta del Maracanà, e il suo colpo di testa va in rete.

Al 66’ l’Italia inizia a giocare a calcio. Carapellese fugge sulla sinistra mettendo a sedere il terzino verdeoro Bigode e serve al centro, dove arriva in velocità Mazzola che ha seguito in parallelo lo scatto del compagno per tutto il campo. Il numero 10 la mette dentro con la sua solita facilità. Ma non basta ancora.

Novo sa che il pareggio assegnerà la coppa ai brasiliani, così si gioca il tutto per tutto. Toglie lo stopper Castigliano e butta dentro il vecchio attaccante Gabetto, che con la sua tecnica e i suoi dribbling ha diritto di cittadinanza onoraria al Maracanà.

E al 79’ proprio Gabetto scappa via sulla fascia destra, duetta con Menti come fa da anni in maglia granata e dribbla secco il terzino avversario. Alza la testa, elegantemente impomatata come sempre. In area ci sono tre compagni azzurri che aspetttano il suo cross. Anche Barbosa, il portiere brasiliano, si aspetta il cross e accenna l’uscita per anticipare il prevedibile colpo di testa di uno degli attaccanti. È già al centro dell’area piccola. Errore madornale. Gabetto lo beffa. Il suo diagonale in porta è preciso come la riga dei suoi capelli brillantinati, secco come il suo fisico uscito dalla guerra e dalla fame. E beffardo come il ghigno di un italiano che va a vincere la coppa del mondo in casa dei favoritissimi.

L’Italia alza la coppa

Il Maracanà diventa silenzioso come un viale di Torino in una notte di febbraio. Non si sentono più i cori, i tamburi, i petardi. L’unico suono è quello delle ambulanze che arrivano a soccorrere gli spettatori colpiti da infarto, e sono parecchi.

Valentino Mazzola, capitano della nazionale italiana, riceve la coppa da Julies Rimet come se fosse un sacchetto della spesa. Nessuna solennità, nessuna festa, l’inno di Mameli non viene suonato perché non era neppure pensabile che l’Italia vincesse, così la banda non aveva gli spartiti.

Il viaggio con l’immaginazione continua…

Nelle stagioni successive il Torino continua a vincere.

L’Europa si rialza dalla guerra, e decide che è il momento di superare i confini anche per il calcio. Così nel 1955 nasce la Coppa dei Campioni.

E il Grande Torino scampato a Superga avrebbe cancellato o almeno ritardato il dominio continentale del Real Madrid. Proprio quel Real Madrid da dove arriva un fuoriclasse portoghese che domenica scenderà in campo allo stadio Grande Torino.

Ma questa è un’altra storia.

P.S.

L’altro eroe del Maracanà, Guglielmo Gabetto, dopo aver appeso le scarpe al proverbiale chiodo è intanto diventato osservatore per il Torino, e ha appena scovato un bel talentino nei campetti della provincia piemontese: un certo Gianni Rivera nelle giovanili dell’Alessandria. Il giovane Rivera si ritrova poco dopo a giocare in granata con Sandro Mazzola, figlio di Valentino, componendo la coppia di mezzali più tecnica e decisiva del calcio europeo del tempo. Il loro affiatamento è tale che Ferruccio Valcareggi, CT della nazionale Italiana, punta su questa coppia titolare per i mondiali di Messico ’70, senza dare ascolto ai giornalisti prudenti che predicano la staffetta fra Mazzola e Rivera per avere una squadra più accorta e difensiva.

E vent’anni dopo il Maracanazo, l’Italia di un altro Mazzola si ritrova in finale con il Brasile. Il Brasile di Pelé. E sarà un’altra vittoria. O, anche in questo caso, un’altra storia.

Autore

Torinese da generazioni, torinista da quando il Torino era ancora il Toro. Scrive storie per il marketing di cose buone o, come in questo caso, di cose buone che la storia ci ha portato via.

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