Sono passati 5452 giorni da quel giorno, quasi 15 anni dall’ufficiosa festa nazionale greca, il 4 luglio 2004. Davanti alla bolgia di 62.865 spettatori (di cui, ovviamente, la maggior parte portugueses), all’Estádio da Luiz di Lisbona, al 57’ minuto di gioco arriva la perfetta combinazione dei due Aggelos: Mpasinas mette in mezzo un calcio d’angolo insidioso e Charisteas insacca. Il risultato? La Grecia è campione d’Europa per la prima volta nella sua storia e ad Atene festeggiano come ad Adrianopoli nel 1829, quando il Paese aveva raggiunto l’agoniata indipendenza dall’Impero ottomano.

Oggi gli eroi di quell’impresa calcistica sono nel cuore di ogni cittadino greco: Karagounis, Katsouranis, Charisteas, fino ad arrivare al CT tedesco Otto Rehhagel; nella giornata odierna, la Nazionale greca cerca un’altra impresa: all’olimpico di Atene arrivano i bad boys italiani di Roberto Mancini. L’obiettivo? Festeggiare come quel 4 luglio.

Come arriva la Grecia alle qualificazioni?

In questi 15 anni le gioie si sono alternate ai dolori per la Nazionale ellenica. Alla vigilia delle qualificazioni per il Mondiale in Germania, tutti davano la Grecia come favorita nel suo gruppo 2, che includeva, oltre agli ellenici, Ucraina, Turchia, Danimarca, Georgia, Kazakistan e gli acerrimi rivali dell’Albania. Proprio contro le Aquile arrivò il primo tonfo dopo la gioia dell’Europeo: a Tirana è 2-1 per i nemici albanesi, che sono al settimo cielo.

L’anno successivo, nella Confederations Cup, gli ellenici furono sconfitti persino dal Giappone, non proprio una corazzata piena di Pelè e Garrincha. Dopo l’ultimo posto maturato in quella competizione, i greci non riuscirono a prendere un altro aereo in direzione Berlino: Ucraina, Turchia e Danimarca la precedono nel gruppo 2, che condanna la formazione di Rehhagel a rimanere fuori dall’aereoporto: questione di check-in mancati.

Ad Euro 2008 ed al Mondiale in Sudafrica, i Greci risultarono ancora una volta estremamente lontani da quella compagine da favola che aveva sorpreso tutti in Portogallo: in entrambe le competizioni, infatti, furono eliminati ai gironi. In Brasile, nel 2014, la svolta: la Grecia supera per la prima volta nella sua storia la fase ai gironi di un Mondiale, alle spalle della Colombia trascinata da James Rodríguez; agli ottavi trovano i nostri amici costaricani, che li buttano fuori ai rigori.

Dopo il miracolo in salsa brasiliana, però, per la Grecia inizia un incubo senza fine, dal quale nemmeno Claudio Ranieri (CT degli ellenici fino a novembre 2014) è riuscito a svegliarsi: 11 vittorie su 34 partite disputate dall’eliminazione rimediata contro il Costa Rica. Cara Grecia, qualificarsi ad Euro 2020 è fondamentale.

Il Gruppo J

La Grecia, tutto sommato, è partita bene: la formazione guidata da Aggelos (un altro?) Anastasiadīs ha collezionato finora 4 punti, grazie allo 0-2 in casa del Liechtenstein e del pareggio 2-2 contro una solida Bosnia, guidata dal metronomo Pjanić.

La Grecia, inoltre, è solida: la difesa regge, con il neo campione di Portogallo Vlachodimos, capitan Sokratis e l’italiano Manolas, a centrocampo si alterna solidità a fantasia, con Samaris e Fortounis, mentre Donis si regge sulle spalle il peso dei gol ellenici.

Stasera, l’Italia non deve prendere sottotono questa Grecia, perchè può far male in un non così ostico gruppo J.

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Il mister

Come abbiamo potuto vedere, in Grecia, da quel 4 luglio di 15 anni fa, adorano gli angeli, tant’è che dopo la vittoria dell’Europeo sono nati centinaia e centinaia di Aggelos. Tra questi piccoli non poteva ovviamente esserci Aggelos Anastasiadīs, classe ’53 di Salonicco. Bandiera della sua squadra del cuore, il PAOK, Anastasiadīs vanta nel palmarès 2 campionati greci e 4 coppe di Grecia, di cui una vinta da allenatore, con indovinate quale squadra? Sì, è banale: il PAOK.

Anastasiadīs ama viaggiare, ma preferisce rimanere entro i confini della sua Grecia: in patria ha allenato 8 squadre, oltre ad essere stato CT di Cipro. Oggi è passato dall’isola alla penisola: tocca portare questa Grecia al primo Europeo itinerante della storia.

La promessa

Nasce a Blackburn, cresce ad Atene, matura in Italia e vive in Germania: non state leggendo le avventure di Jules Verne in mongolfiera, state semplicemente tracciando i luoghi chiave nella biografia di Anastasios Dōnīs, figlio dell’ex centrocampista Giorgos. Oggi papà Dōnīs allena il Panathinaikos, ma nel 1996 vestiva la maglia numero 21 dei Rovers: ecco perchè l’astro nascente del calcio ellenico è nato nel Lancashire.

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Il numero 15 della Grecia è il prototipo di attaccante moderno: veloce, agile ed allo stesso tempo ottimo attaccante boa, che fa salire spesso le ali: lo fa allo Stoccarda con il compagno di reparto Nicólas González, lo fa in Nazionale con Pelkas e Fortounis. Attenta Italia, Dōnīs ha il vizio del gol.

La stella

Lo abbiamo lasciato all’ultima partita di Daniele De Rossi davanti al suo pubblico, quella vittoria contro il Parma che ha significato poco per la classifica dei giallorossi ma rimarrà per sempre nei cuori dei tifosi della Lupa. Anche lui piangeva: un’altra bandiera se ne va, un’altro senatore che l’aveva accolto come un fratello fin dal primo giorno a Trigoria lasciava Roma.

Mai un sorriso, sempre composto ed elegante: fin dalla prima gara contro la Fiorentina, sotto la guida di Rudi Garcia, Kostas è sembrato un veterano della retroguardia giallorossa. Sembra chiaro di chi stiamo parlando, vi serve un indizio? Il 10 aprile 2018 è diventato il decimo re di Roma, dopo Totti (l’ottavo) e DDR16 (il nono): calcio d’angolo di Under, Manōlas svetta e sigla il 3-0 che manda la Roma per la prima volta nella sua storia in semifinale di Champions.

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156 presenze con la Roma, 39 con la Nazionale maggiore: Manōlas è sul taccuino di un qualsiasi top club che punta ai massimi livelli. Lui, però, ama Roma e alla domanda “Io leader?”, ha risposto con un naturalissimo “Qui alla Roma lo siamo tutti”: il numero 44 più forte passato dalle parti dell’Olimpico, Kōnstantinos Manōlas.

Stasera, ad Atene, gli uomini di Anastasiadīs cercheranno una delle imprese maggiori nella storia del calcio ellenico: battere l’Italia di Mancini significherebbe primo posto nel girone e boom di autostima, che è forse l’unico ingrediente che manca all’eterogeneità della Grecia.

Cambia lo stadio, cambiano i calciatori, ma gli Angeli rimangono. La Grecia ci crede: che un aiuto arrivi dal cielo?

Autore

Classe 2000. Il classico nome romano per un pavese di origini calabresi; geografia a parte, aspira a guadagnarsi da vivere raccontando le storie degli sport che ama, dal calcio al basket. È destinato a soffrire: tifa Inter.

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