Ho avuto momenti in cui mi sono detto: “Ma chi me lo fa fare?”. Mi ricordo una sequenza incredibile: arrivo agli Allievi nazionali del Treviso e il Treviso fallisce. Vado in C2 a Vercelli e l’anno dopo fallisce, poi vado all’Ivrea e fallisce, poi all’Atletico Roma in C1 che fallisce, l’anno dopo vado a Ravenna e fallisce anche il Ravenna. In un anno ho dovuto superare due fallimenti.

Un giramondo dal cuore sudamericano. Una storia tragicomica che mescola gol e delusioni. Tecnica e cattiva sorte.

Cresciuto calcisticamente nelle giovanili della Juve di Zidane e nel mito di Alex Del Piero, Gianluca Lapadula è l’attaccante che tutti vorrebbero per dedizione e sacrificio in mezzo al campo. Una carriera segnata dalla sfortuna ma che non ha mai intaccato la sua voglia di emergere.

Mi dicevano che dovevo studiare, ma io non ne volevo sapere: l’istruzione era per il club una componente importantissima nella crescita di un suo atleta delle giovanili, quasi più del saper giocare bene a calcio. Ho la terza media e nel tempo ho capito il significato e il valore di quell’impostazione.

Non un figlio di papà, però. No. Un uomo che conosce la fatica del lavoro e che lo dimostra ogni volta che indossa gli scarpini.

Aiutavo qualche volta mio zio ai mercati, aveva le bancarelle di dolciumi. I miei genitori hanno invece un bel negozio di fiori non molto distante dal glorioso Filadelfia. Qualche volta facevo le consegne per loro.

Una stagione, quella in corso, che gli aveva regalato solamente 30 minuti di campo in trenta giornate e che di colpo, con il gol decisivo che spesso cambia intere carriere, ha rilanciato Lapadula nel giro del calcio che conta. Permettendo al suo Genoa di non perdere terreno nella corsa alla salvezza e consentendo all’attaccante torinese di uscire, definitivamente forse, dal periodo di crisi che lo stava inseguendo ormai da tempo. Da quella stagione al Gorica che sembrava averlo consacrato per sempre.

L’annata in Slovenia è stata per me piena di gloria. Abbiamo vinto la coppa nazionale contro uno squadrone come il Maribor, composto da quasi tutti nazionali. Sono stato protagonista segnando 14 gol in 32 partite. Al Gorica ho acquisito maggior consapevolezza di me stesso, l’anno nel calcio sloveno mi ha dato sicurezza.

Il ritorno in Italia sembrava essere il preludio ad un futuro da predestinato. Il Teramo prima, il passaggio al Pescara dopo il fallimento del Parma, il tutto condito dall’unica cosa che Gianluca sa fare veramente: gol.

Finalmente poi la chiamata di una big, il Milan.
Un amore che però fatica a sbocciare per colpa, guardando con occhio lucido le prestazioni dei rossoneri in quegli anni, sicuramente non sua.

Che sia finalmente esaurita la dose di sfiga?
Noi siamo con te Gianlù, sei tu la nostra sorpresa della settimana.

 

 

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Autore

Cresciuto a suon di pizza, calcio e fogli sparsi sulla scrivania. Amo in egual misura il rumore delle dita che battono sulla tastiera e il turno infrasettimanale, il boato allo stadio dopo un gol e il tè a casa durante gli anticipi delle 18.

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