Colori, danze, allegria. Si tratta di un’esperienza unica al mondo, da fare almeno una volta nella vita: veder percorrere per 700 metri gli sfarzosi carri brasiliani lungo il Sambodromo di Rio de Janeiro, sull’Avenida Marquês de Sapucaí. Non sempre, però, il Carnevale conferisce gioia e spensieratezza: citofonare a casa Barbosa Almeida per conferma.

La storia la si è già letta; anzi, si legge da sola: Gabriel Barbosa è uno dei tantissimi ragazzi delle favelas brasiliane a buttarsi in campo a calciare il pallone per non far indirizzare il proprio destino verso i binari della malavita sudamericana. Fin qui, tutto ok.

Cos’ha di speciale quel ragazzo? Be’, se a scoprirti è un due volte campione del Mondo con 733 partite con la maglia del Santos le cose cambiano. Cambiano di parecchio. All’improvviso passi dalle baraccopoli di São Bernardo do Campo alle giovanili del Santos. Perchè? Zito stava assistendo ad un 5 vs 5 proprio contro la squadra bianconera, in cui il piccolo Gabriel segna la bellezza di sei gol. La leggenda del calcio brasiliano non ci pensa due volte a portarlo al Vila Belmiro, tra il garrito dei gabbiani e l’odore salmastro del porto di San Paolo.

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Rampa di lancio

La strada è tutta in discesa: Gabriel si dimostra fin da subito un ottimo bomber, capace di attaccare gli spazi e trafiggere i portieri avversari con una facilità disarmante. Nonostante non siano mai stati raccolti dati ufficiali, pare che il giovane prodigio di casa Barbosa abbia segnato dai 400 ai 600 gol durante il percorso di avvicinamento alla prima squadra. Gabigol gli si addice.

Inizia ad allenarsi con i “grandi” a 16 anni, quando il Santos decide di cautelarsi: clausola monstre da 50 milioni di dollari inserita nel primo contratto da professionista dell’astro nascente del calcio verdeoro. Le big europee che avevano mostrato interesse per il giovane cresciuto nel quartiere popolare di Montanhão iniziano a tremare: il PSG, pronto a portarlo in Francia assieme a Lucas Moura (prelevato dai rivali del San Paolo), molla la presa. Così, Gabigol guadagna la fiducia di Claudinei Oliveira, all’epoca allenatore dell’Alvinegro praiano. Il primo gol con la maglia del Peixe (nonostante la mascotte della squadra sia una balena) lo sigla il 24 agosto 2013, con un sinistro rasoterra contro il Vitoria. Niente di strano, direte voi. Eh no, sbagliate di grosso: sei giorni prima Neymar aveva marcato il suo debutto con la maglia del Barcellona. Tempo di cambio generazionale dalle parti di San Paolo.

Non solo, Gabigol segna anche una delle tappe più importanti nella storia del club paulista: il suo nome è inciso affianco alla rete numero 12000 dei bianconeri, con uno dei due gol segnati contro il Botafogo. Nella sua prima grande avventura calcistica cambia numero diverse volte: prima il 17, poi il 63, il 7 ed il 10, quello con cui si fa conoscere alle grandi del calcio che conta: 24 gol e 12 assist in 83 gare per lui. Il momento è arrivato: dopo venti Carnevali visti in patria, bisogna festeggiare in maschera anche in Europa.

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Il grande salto

28 giugno 2016: Erick Thohir, dopo tre anni, vende l’Inter. Arriva il colosso cinese Suning, che vuole iniziare l’avventura in nerazzurro nel migliore dei modi: si punta su due giovani, protagonisti delle principali rassegne iridate estive, Euro 2016 e la Copa América Centenario. A centrocampo arriva Joao Mario ed in attacco si punta sul ragazzo di São Bernardo do Campo. Si fanno le cose in grande per l’ex Santos: Pirelli pubblica un video di presentazione che ricorda molto quello di Ronaldo il Fenomeno; sotto le note di “O mia bela Madunina”, la classica nebbia milanese nasconde il Cristo Redentore, ma all’improvviso arriva Gabi che porta il sole a ritmo di palleggi e samba. Che siano i primi sentori di saudade?

L’Inter investe 30 milioni di euro per portarlo in Italia, ma si vede costretta ad ometterlo dalla lista per l’Europa League a causa del fairplay finanziario, migliore amico dell’Inter dal Triplete in poi. Nonostante ciò, i tifosi lo acclamano in diverse occasioni: c’è grande entusiamo nella Milano nerazzurra. D’altronde l’ultimo grande attaccante dell’Inter nato in Brasile non era così scarsino..

Gli ingranaggi, però, fanno fatica a funzionare armonicamente. L’esordio arriva nella gara casalinga con il Bologna (16′ per lui, con lampi di classe e dribbling ubriacanti), ma la strada d’avvicinamento al primo Carnevale milanese è piena di buche. Nelle successive diciotto partite, colleziona solo 4 presenze, con 35′ complessivi. Il suo amato Carnevale, però, sembra venirgli incontro: l’Inter in tenuta sprite è bloccata sullo 0-0 contro un ostico Bologna, ma ci pensa Gabriel. Niente di eccezionale, ma si tratta pur sempre del suo primo gol in Europa, il primo con la maglia nerazzurra. Il primo e l’ultimo.

La gioia è sparita, l’allegria pure. L’unica maschera che vorrebbe indossare è quella di Mauro Icardi, solamente per essere osannato dai tifosi del Meazza: strana la vita, eh?

L’Inter non può far altro che farlo maturare altrove: un anno dopo il trasferimento record, la presentazione da Fenomeno, la nebbia e il Cristo Redentore, Gabigol sbarca in Portogallo. Sicuramente, a Lisbona non ha avuto problemi di lingua; i problemi, però, sono stati altri.

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Si torna sempre dove si è stati bene

Com’è possibile che un talento del genere si perda in questo modo? Be’, direte voi, il calcio ci insegna centinaia di storie simili: guardate Bojan Krkić, oggi in Canada, o Hachim Mastour, promessa mai sbocciata del vivaio rossonero. Eppure, Gabigol sembrava diverso. O forse lo è?

Sicuramente, quando è nelle condizioni psicologiche ottimali, dà il meglio di sè. Il tutto si riassume in un concetto semplicissimo: il Brasile è magico per Gabigol. L’avventura al Benfica, come accennato precedentemente, sarebbe stata l’ideale: la lingua, nel calcio moderno, conta molto, di conseguenza l’ex Santos avrebbe potuto incidere al meglio. Ritenta, sarai più fortunato: in un anno colleziona 4 presenze ed una sola rete. Stupore, incredulità e rimpianti che iniziano a tormentarlo.

Il rimpianto di aver lasciato la sua terra a 20 anni, la nostalgia di casa, quella sensazione di vuoto:

Ogni saudade è la presenza dell’assenza.

Gilberto Gil, celebre musicista di Salvador de Bahia, ha centrato pienamente il concetto di saudade: quell’emozione che si avvicina alla nostalgia, quella mancanza che spinge il brasiliano a cercare la via di casa. Gabi, quindi, torna in Brasile. E dove potrà mai tornare, se non al suo Santos?

La 10 bianconera è lì che lo aspetta: la Série A segna la sua rivincita, il suo nuovo punto di partenza, il suo miglior anno realizzativo. Arriva il titolo di capocannoniere (18 reti in 35 partite), la tripletta al Vasco da Gama da ala destra e, soprattutto, i balletti alla bandierina: è tornato Gabigol, con la samba che gli scorre nelle vene.

Giuda in rossonero

Gabriel ha il sinistro di Ganso, la tecnica di Neymar e la velocità di Lucas.

Wagner Ribeiro, il suo agente, lo definiva così prima del suo approdo all’Inter; a dirla tutta, forse, ha anche le labbra di Giuda. Quelle labbra che hanno baciato innumerevoli volte lo stemma del Santástico! ora si appoggiano su una maglia rossonera. Non più San Paolo, ma Rio de Janeiro; non più il 10, ma il 9, quello che lo rende un bomber di razza, una vera punta d’area di rigore. Sono ormai passati i tempi del Gabigol che si accentra per lasciar partire parabole perfettamente calibrate col sinistro; oggi, Gabriel Barbosa è l’Under-23 più prolifico del pianeta, con 111 gol in carriera. Il merito, va detto, è anche di Abel Braga, Marcelo Salles e Jorge Jesus, i tre allenatori di Gabigol nella sua avventura rubronegra.

Da quando ha messo piede sull’erba del Maracanã, ha deciso di non fermarsi più: tra Libertadores e Série A segna 17 gol e serve 4 assist in 21 partite. Gol pesanti, come quello al ritorno dei quarti di finale della Champions sudamericana, contro l’Internacional di Porto Alegre: certo, una rete a porta sguarnita, ma bisogna esserci. Negli ultimi mesi a Rio ha migliorato esponenzialmente il posizionamento in campo, sua grande pecca all’arrivo in Italia; l’exploit arriva il 14 luglio: doppietta e 3 assist contro il Goiás. 

Ora, il Flamengo ha un sogno: alzare la Libertadores dopo 38 anni e lo Scudetto del Brasileirão dopo 10 anni. Sogna di farlo con l’attaccante più in forma del Sudamerica, poichè è in dirittura d’arrivo il trasferimento a titolo definitivo di Gabigol al club mais querido do Brasil. Gabigol ha tra i propri piedi il destino del Flamengo, che oggi festeggia il proprio bomber.

Compie 23 anni uno dei più grossi punti interrogativi calcistici del nuovo millennio: vittima della saudade, rimarrà sempre in Brasile? Come disse Lucio Battisti, “lo scopriremo solo vivendo”. Vivendo e ballando, al Carnevale di Rio sui passi di samba. Quel Carnevale tanto amato dal ragazzo di Montanhão, ma che talvolta gli ha dato qualche dispiacere. La festa è cominciata: maschere indossate e gol decisivi. Presenta Gabigol.

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Autore

Classe 2000. Il classico nome romano per un pavese di origini calabresi; geografia a parte, aspira a guadagnarsi da vivere raccontando le storie degli sport che ama, dal calcio al basket. È destinato a soffrire: tifa Inter.

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