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La prestazione fornita a Barcellona in occasione del Clasico terminato 0 a 0 ha ufficialmente sancito l’inizio dell’era di Federico Valverde. Da ormai diversi mesi il centrocampista uruguagio appariva con continuità nell’undici titolare del Real Madrid, ma per qualità, quantità e personalità è stata la partita di mercoledì sera ad aver dissipato ogni dubbio sul suo valore.

Quello tra Valverde e il Real Madrid è un amore sbocciato ormai diversi anni fa, quando il classe ’97 giocava ancora nell’U17 dell’Uruguay. Al tempo al Real venne sconsigliato il suo acquisto in quanto attraverso alcuni accertamenti medici gli era stata trovata una forma di rachitismo che, secondo l’opinione medica, ne avrebbe condizionato lo sviluppo fisico. La direzione sportiva dei blancos ha però agito diversamente, acquistando il ragazzo subito dopo la vittoria del campionato uruguagio con il Peñarol.

Valverde è arrivato nella squadra più importante del mondo con alle spalle pochissime partite tra i professionisti, e a quindi passato i primi due anni in Spagna ad immagazzinare esperienza. Prima nel Real Madrid Castilla e poi in prestito al Deportivo La Coruña, El Pajarito ha preso confidenza con il calcio europeo, sviluppandosi in maniera impetuosa anche fisicamente. Con Zidane quest’anno ha guadagnato centralità nel progetto tecnico, sfruttando i vari esperimenti del tecnico francese per mettersi in mostra. In nemmeno metà stagione ha superato il minutaggio complessivo della scorsa, mettendo insieme anche 4 partite da titolare in Champions League.

Nel ruolo di mezzala destra ha trovato il suo habitat naturale, affermandosi come centrocampista box to box (definizione affibbiatagli dal suo allenatore) e scalzando dai titolari Luka Modric. Ciò che ha fatto innamorare Zidane è la sua capacità di incidere su entrambi i lati del campo, caratteristica quasi indispensabile per un centrocampista moderno di alto livello. Valverde, alla visione di gioco evidente sin dai tempi del Peñarol, ha abbinato fisicità, che gli permette di spezzare le linee avversarie con conduzioni palla al piede e di poter dire la sua in ogni contrasto, e ha affinato le letture senza palla.

In questa situazione di gioco prima riceve e indirizza rapidamente il pallone verso Benzema e poi, nel momento in cui lo stesso francese perde la sfera, aggredisce il portatore di palla avversario sfruttando le leve lunghe per fermarlo.

Con Casemiro alla sua sinistra forma una diga quasi insuperabile al centro del campo, permettendo a Toni Kroos di occuparsi unicamente di tessere il gioco. Anche in questo Valverde non è però da meno: la presenza del tedesco limita i suoi tocchi di palla e lo porta ad occupare la zona di campo quasi a ridosso delle punte nelle fasi di attacco posizionale, ma le sue doti di ottimo distributore di gioco sono riconosciute e riconoscibili, tanto che a Valencia ha sostituito Casemiro nel ruolo di vertice basso.

L’upgrade che la presenza di Valverde permette di fare al centrocampo del Real Madrid è rappresentato dagli strappi palla al piede di cui si rende sempre protagonista e dalla capacità di alzarsi in pressing e coordinare l’intero centrocampo. Nel momento in cui ha campo da attaccare abbassa la testa,  aziona la sua incredibile falcata e sbriciola il centrocampo avversario, creando quella superiorità che con Modric in campo i blancos possono ricercare (e il più delle volte trovare) solo attraverso palleggio e connessioni tecniche.

In fase di pressione è quasi sempre il primo a lanciarsi sul portatore di palla avversario. Le gambe chilometriche lo aiutano nel fondamentale dell’intercetto: Valverde è un centrocampista difficilissimo da superare, i numeri parlano di circa 0,6 dribbling subiti a partita.

In questa stagione è anche andato a segno due volte, mettendo in mostra quella che è forse la freccia più affilata della sua faretra: il tiro in porta. Valverde ha sempre avuto ampi volumi di tiro per un centrocampista, avvicinandosi anche all’1,5 a partita. Da quest’anno ha però aggiunto alla potenza un’incredibile precisione, evidenziando doti balistiche notevoli.

La giocata più bella dell’intero Clasico: su un pallone spazzato da Lenglet Valverde ruota il corpo verso la sfera e con una volèe elegantissima lascia partire un destro che si spegne a due dita dal palo.

La produzione offensiva ci indirizza verso il tema margini di miglioramento, che per il prodotto del Peñarol sono ampi. Come già anticipato precedentemente, la presenza di una mezzala onnipresente in prima costruzione come Toni Kroos porta Valverde a posizionarsi ad un’altezza differente. Servendoci dei numeri, rispetto a Valverde il tedesco effettua mediamente più del doppio dei passaggi a partita.

Questa mancanza di responsabilità nel primo palleggio tende ad equilibrarsi nel momento in cui il pallone arriva sulla trequarti, dove anche a Valverde viene richiesta una particolare sensibilità per servire gli attaccanti. In questo fondamentale è ancora un po’ carente: nelle situazione in cui ha tempo e spazio per valutare la giocata migliore risulta poco preciso, quando invece deve affidarsi unicamente all’istinto è molto più efficace.

Precedentemente abbiamo sottolineato come la giocata più bella del Clasico sia stata frutto del destro di Valverde, allo stesso modo va annotato che sempre lui ha sprecato la più limpida potenziale occasione della gara. Partendo dalla sua area di rigore il Real supera la prima pressione del Barcellona, Isco imbecca Valverde oltre il centrocampo blaugrana e l’uruguagio galoppa verso il limite dell’area. Lo stesso Isco taglia alla sua destra e attacca la porta, ma Valverde lo ignora sfruttando il suo movimento per accentrarsi ulteriormente. In quel momento potrebbe servire Bale alla sua sinistra ma esita troppo e si ritrova costretto a dover premiare l’accorrente Mendy. L’apertura è però imprecisa e nonostante la sfera torni tra i piedi del Pajarito, le condizioni per creare un grosso pericolo non ci sono più, tanto che l’azione si conclude con un tiro di Bale sull’esterno della rete.

Situazione diversa nella gara di Champions League contro il Psg: servito sulla destra Valverde conduce e poi scarica su Carvajal. L’uruguagio però non si ferma: si inserisce in area di rigore rubando il tempo alla difesa, conclude lo scambio con Carvajal ed effettua il celebre pase de la muerte a vantaggio di Isco.

A poco più di due anni dal suo arrivo in Spagna, Federico Valverde si è trasformato da un ragazzino su cui aleggiavano dubbi relativi allo sviluppo fisico ad uno dei prospetti più interessanti del calcio mondiale. Tutto questo è avvenuto in un contesto bisognoso di un ricambio generazionale dopo un lungo ciclo di vittorie e per merito di un allenatore, Zinedine Zidane, coraggioso nel prendere (anzi, riprendere) le redini di questo processo. Sul fatto che Valverde potesse diventare il futuro del Real Madrid qualcuno avrebbe potuto scommetterci, ma che a soli 21 anni diventasse il presente dei blancos a svantaggio del Pallone D’Oro 2018 non era pronosticabile.

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