Agli inizi degli anni ’90, vivere in Armenia non era esattamente una passeggiata. Si stava combattendo la guerra del Nagorno Karabakh, che aveva ridotto la popolazione armena a condizioni di vita precarie, per dire un eufemismo. Zero acqua, zero luce, petrolio e gas. Di certo, il calcio era l’ultima delle preoccupazioni, ma al contempo era una delle pochissime distrazioni per quel popolo.

Fino al 2000, l’Armenia era il Terzo Mondo d’Europa: le condizioni si erano stabilizzate (purtroppo) rispetto all’inizio della guerra contro azeri e turchi ed il pil pro capite raggiungeva cifre irrisorie. Come dicevamo? Il calcio: la forza del pallone riesce a far illuminare gli occhi anche quando letteralmente tutto va storto. Succede nel 1998: vittorie storiche contro Albania ed Irlanda del Nord, anche grazie al bomber Éric Assadourian. Fino ad oggi, però, l’andamento della Nazionale ha avuto una costante ben precisa: risultati insoddisfacenti, vuoi per il calibro per le avversarie e vuoi per il tasso tecnico della squadra, non esattamente tra le migliori Nazionali d’Europa. In 27 anni di vita, l’Armenia non si è mai qualificata per nessuna grande rassegna iridata.

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Come arriva l’Armenia alle qualificazioni?

Un disastro: non me ne voglia Armen Gyowlbowdaġyanc’ (no, non mi sono addormentato sulla tastiera), ma il cammino dei suoi uomini verso le qualificazioni per Euro 2020 non può che descriversi in questo modo. Nelle gare valevoli per la qualificazione a Russia 2018 conquistano un punto, contro il Kazakistan. Sì, su 5 gare.

Inoltre, il 13 ottobre scorso fanno il regalo di Natale anticipato a Gibilterra: sconfitta contro la neo Nazionale e tutti a casa. La sensazione è che non sia solo il cognome del CT ad essere impronosticabile, ma anche la prestazione dei giocatori stessi. L’altalena armena continua a dondolare.

Il Gruppo J

Cos’è cambiato, allora? Be’, per l’Italia, domani sera, non sarà una passeggiata: l’Armenia arriva da un ottimo momento di forma. Dopo le iniziali sconfitte per mano di Bosnia e Finlandia, la formazione guidata da Armen Gyowlbowdaġyanc’ è riuscita a battere per 3-0 il Liechtenstein e ad espugnare lo Spyros Louīs di Atene, dove gli ellenici sono stati sconfitti per 2-3. Stasera, ad Erevan, stai attenta, Italia.

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Il mister

Chissà quanto durerebbe una partita di Scarabeo se fosse inserito il cognome dell’attuale selezionatore della Nazionale giallorossoblù. Subentrato a Vardan Minasyan, l’ex attaccante armeno sembra esser riuscito ad incanalare i suoi uomini nei binari giusti, quelli che portano dritti ad EURO 2020. Di certo, l’Armenia non dovrà prepararsi ad una lotta con l’Italia di Mancini, fin troppo superiore a tutte le compagini del gruppo J, ma con la Finlandia allenata da Markku Kanerva, al momento a +3 dagli armeni. Difficile, ma non impossibile. Nel frattempo, però, direi che distrarre il CT dell’Armenia con una partita a Scarabeo non sarebbe male: ce lo vedo El Shaarawy che compone un bel “voglio tornare in Italia”.

La promessa

Il Renzo Tramaglino d’Armenia ha un nome ed un cognome: Sargis Adamyan. Be’, essere paragonato ad uno dei personaggi più celebri della tradizione letteraria italiana non è cosa da poco, ma lasciatemi spiegare. Avete presente Renzo? Inizia il romanzo come un giovane timido e facilmente manipolabile, ma alla fine è un uomo coraggioso e pronto ad affrontare qualsiasi peripezia per sposare la sua Lucia: ecco la scalata al successo, il cosiddetto percorso di formazione. Prendete la scalata di Renzo e trasportatela nel panorama calcistico tedesco: ecco a voi Adamyan, il futuro della Nazionale armena.

Essere definiti una promessa a 26 anni può anche sembrare irrispettoso, ma in fin dei conti è nel calcio che conta solo da questa stagione. Sì, nonostante le sue doti tecniche, atletiche e realizzative, questa è la prima stagione in Bundesliga per Sargis. Partito dall’Under-19 dell’Hansa Rostock, l’ala sinistra armena ha successivamente conquistato la prima squadra, giocando in 3. Liga, la Lega Pro di Germania. Un saliscendi continuo, prima in Regionalliga Nordost con il TSG Neustrelitz, poi, spostandosi solo territorialmente e non di categoria, con il TSV Steinbach Haiger. L’anno scorso, finalmente, arriva il boom in 2. Bundesliga: 15 gol ed 11 assist in 33 partite con la maglia del SSV Jahn Regensburg, che gli hanno valso la chiamata dell’Hoffenheim. Da quel ramo del lago di Como è in arrivo Sargis Adamyan: quest’impresa s’ha da fare.

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La stella

Cosa ti definiscono 134 gol e 107 assist in 424 partite in carriera, il primato di gol (27) in Nazionale e 19 trofei, alla veneranda età di 30 anni? Sicuramente una risposta c’è: se sei nato ad Erevan (e ciò ti rende armeno), sei il calciatore armeno più famoso di tutti i tempi. E pensare che porti un cognome pesante sulle spalle, quel Mkhitaryan che ha fatto sognare i tifosi dell’Ararat negli anni precedenti all’implosione dell’Unione Sovietica. Poi, il destino decide di girare la carta sbagliata: tumore al cervello ed un piccolissimo Henrikh rimasto orfano, che ha sempre voluto essere come papà Hamlet:

L’anno dopo la sua morte, ho cominciato ad allenarmi per diventare un calciatore. Lui era la mia motivazione, il mio idolo. Mi dicevo: “devo correre come lui, calciare come lui”.

Be’, sinceramente non ho mai osservato le gesta del primo bomber di casa Mkhitaryan, ma se calciava nello stesso modo del figlio dev’essere stato veramente speciale.

8 anni dopo la scomparsa di papà, Henrikh si mette in proprio: il P’yownik, la sua prima squadra, gli fornisce il primo contratto da professionista, percependo il suo primo stipendio. Probabilmente è un segno di riconoscenza per essere rimasto legato alla sua Armenia dopo aver sfiorato il Brasile. Aspetta, ci stiamo perdendo.

Il tutto è molto semplice: avete presente Hernanes, Oscar e Lucas? Due si sono persi nel dimenticatoio, mentre uno è stato l’eroe della North London che supporta gli Spurs in quel magico 2-3 della Johan Cruijff Arena. Tutti e tre hanno giocato con il Ronaldinho d’Armenia, poichè Henrikh, a quattordici anni, ha fatto un provino per il San Paolo. Saudade armena per il piccolo fuoriclasse.

A neanche 20 anni ha già conquistato 6 trofei, ma ci mette poco ad arricchire ulteriormente il palmarès. Dopo essere diventato il capitano più giovane della storia del Metalurh Donetsk, Mkhitaryan passa sulla sponda arancionera del Donec, firmando con lo Shakhtar: con la formazione allenata da Mircea Lucescu vince 3 Campionati ucraini, 3 Coppe d’Ucraina ed una Supercoppa d’Ucraina, segnando 44 gol in 103 partite (25 in 29 presenze nell’ultimo anno). Il nero rimane, ma subentra il giallo: Henrikh si imbarca sul primo volo per Dortmund e firma con il Borussia, con cui vince due Supercoppe di Germania e forma uno dei trii più esplosivi della Bundesliga: lui, Aubameyang e Marco Reus fanno venire gli incubi alle difese avversarie.

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Gli ultimi 3 anni, l’armeno delle meraviglie li passa in Inghilterra, ma a casa della Regina sembra un altro giocatore: poca classe, pochi sprazzi di fantasia e, soprattutto, pochi gol ed assist. Con la 22 dello United vince sì tre trofei (Europa League, Community Shield ed EFL Cup), ma sembra solo l’ombra dell’Henrikh visto in Armenia, Ucraina e Germania: solo 13 gol in 63 gare. Non ci siamo.

Lo United lo manda a Londra, sulla sponda Gunners del Tamigi, ma l’avventura di Mkhitaryan all’Arsenal viene ricordata principalmente per la controversia sulla finale di Europa League contro il Chelsea. Vi ricordate la guerra del Nagorno Karabakh? Ecco, gli armeni combattevano turchi ed azeri, che quel conflitto non se lo sono mai dimenticati.

La finale della scorsa Europa League si giocava a Baku, capitale dell’Azerbaigian; indovinate chi non è potuto essere della partita? No, non Maurizio Sarri per eccessivo consumo di tabacco, ma l’armeno letale, che, forse, avrebbe contribuito al successo dell’Arsenal, travolto dai Blues. Ora, per Henrikh, arriva l’avventura italiana: è il grande colpo di mercato della Roma di Fonseca, successore di Lucescu nel suo Shakhtar. Domani troverà alcuni dei suoi nuovi compagni di squadra: Mancini, Cristante e Pellegrini. Prima il dovere, poi la Lupa. Parola del volto di un’Armenia che vuole il riscatto.

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Gli anni del disastro economico sono passati ed il calcio, ormai, non è solo una consolazione. L’Armenia del CT impronunciabile e dei terribili laterali ci aspetta. Che inizino le danze al Vazgen Sargsyan di Erevan: Armenia-Italia è tutta da vivere, senza distrazioni.

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Autore

Classe 2000. Il classico nome romano per un pavese di origini calabresi; geografia a parte, aspira a guadagnarsi da vivere raccontando le storie degli sport che ama, dal calcio al basket. È destinato a soffrire: tifa Inter.

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