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Euro 2020(+1) e quella voglia di riscatto che può essere decisiva

Dalle difficoltà alla gloria: ecco i precedenti che potrebbero spingere la Nazionale azzurra verso un Europeo da protagonista.

Alzi la mano chi non ha fatto fatica ad addormentarsi la notte del 13 novembre 2017, una delle più tragiche della storia calcistica italiana. La mente traboccante di domande prive di risposta, troppe per essere ignorate. Una dolorosa consapevolezza che si fa spazio: noi, al Mondiale in Russia non ci saremo. Di colpo ogni cosa perde di significato, si frantumano i nostri progetti, tutte le “notti magiche” che avremmo passato in buona compagnia davanti alla TV, a tifare e a sognare.

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Eppure quella data, nonostante tutti gli strascichi emotivi e una straziante estate vissuta da spettatori, ha portato anche a degli effetti positivi: è servita per avere la piena consapevolezza che qualcosa andava cambiato. Necessariamente.

Per primo il CT, da sempre il miglior capro espiatorio (ma che effettivamente stavolta qualche colpa ce l’aveva). Silurato Ventura, arriva Roberto Mancini.

L’uomo che ha sempre avuto un occhio di riguardo per i più giovani. Chi, meglio di lui, poteva coordinare un ricambio generazionale allora più che mai fondamentale?

In due anni, il tecnico jesino ha stupito tutti: dopo gli addii di Buffon, Barzagli e De Rossi in seguito alla disfatta di San Siro, ha congedato anche altri veterani come Parolo e Candreva, da anni al centro dei vari progetti. Confermati come titolari dei giovanissimi, Gigio Donnarumma e Federico Chiesa, ha fatto esordire 24 (24!) nuovi giocatori con la maglia azzurra: tra questi, Nicolò Zaniolo e Sandro Tonali, che al momento della sua chiamata non avevano giocato nemmeno un minuto in Serie A. Un luminare.

Tra meno di un mese, questa squadra giovane e collaudata, con 10 vittorie su 10 conquistate nel girone di qualificazione, avrebbe aperto l’Europeo itinerante a Roma, contro la Turchia. Se non fosse stato per il Covid-19, che ha rimandato tutto al 2021.

Roberto Mancini ha tranquillizzato tutti, promettendo che le possibilità di una vittoria italiana non varieranno. Anzi, saranno superiori, visto l’anno di esperienza in più sulle spalle dei ragazzi e il recupero completo di Zaniolo, la cui partecipazione sembrava a serio rischio per un infortunio rimediato in gennaio.

Ma c’è un altro fattore dalla parte della Giovane Italia: la voglia di un intero popolo di riscattarsi quando questo brutto incubo sarà finito, il desiderio di tornare a sognare, proprio quando la realtà non lo permette.

E non sarebbe la prima volta.

Una convocazione incomprensibile 

Siamo nel 1982. Si aspetta solo l’inizio del Mondiale, che quest’anno si svolgerà in Spagna. Impossibile prevedere come andrà a finire: tante, troppe le squadre potenzialmente candidate al titolo. C’è l’Argentina, campione in carica, questa volta con un Maradona in più; il Brasile con un centrocampo di marziani (Falcao, Cerezo, Socrates e Zico); la Germania Ovest di Rummenigge e la Francia di Platini; la Polonia, guidata da Zbigniew Boniek, può essere una sorpresa.

L’unica che non viene considerata è l’Italia. E non può essere altrimenti viste le aspre critiche accumulate dal CT Enzo Bearzot nell’ultimo biennio, incentrate sulla noiosità e sull’immobilismo tattico del gioco.

enzo bearzot

Nel girone di qualificazione, in cui gli Azzurri si sono classificati secondi alle spalle della Jugoslavia, le prestazioni della squadra sono oscillate tra alti e bassi. Ovviamente la stampa si concentra specialmente su questi ultimi: emblematiche sono le critiche rivolte al CT subito dopo la vittoria per 2-0 in casa del Lussemburgo, contro il quale ci si aspettava un risultato più “rotondo”.

Bearzot, ora basta! O il commissario tecnico cambia rotta, o lascia la Nazionale. (Gazzetta dello Sport)

E ancora:

È giunto il momento in cui la Federazione ha il dovere di porsi seriamente una domanda: se sia il caso di continuare a lasciare la Nazionale nelle mani di Enzo Bearzot. La nostra impressione è che, qui in Lussemburgo, siano sprofondate nella follia e nella vergogna le ottuse teorie immobilistiche del commissario tecnico. (Corriere della Sera)

Ma il momento in cui l’impopolarità di Bearzot raggiunge il proprio apice è quello delle convocazioni per il Mondiale. Oltre a confermare ancora una volta Dino Zoff (40 anni e orfano dello smalto di un tempo), la decisione più sconcertante arriva in attacco: Enzo esclude Roberto Pruzzo, bomber della Roma e capocannoniere delle ultime due edizioni della Serie A, per chiamare con sé Paolo Rossi. Una follia.

Rossi è infatti reduce da una squalifica di due anni, causata dal suo coinvolgimento, seppur involontario e indiretto, nel primo grande scandalo italiano del calcioscommesse, quello del Totonero del 1980 che ha portato, tra gli altri provvedimenti, alla retrocessione in B di Milan e Lazio.

Le qualità dell’attaccante pratese sono indiscusse: con il Lanerossi Vicenza ha sorpreso tutti, vincendo la classifica cannonieri del campionato 1977/1978 con 24 gol e trascinando, nella stessa stagione, la squadra ad un impensabile secondo posto da neopromossa.

Bearzot poi lo conosce già bene, avendolo allenato anche nei Mondiali del 1978. I due si sentono continuamente durante la squalifica: Paolo promette di lavorare sodo e di mantenersi in forma, allenandosi con la Juventus, squadra che nel frattempo lo ha acquistato.

Ma i dubbi sulla condizione fisica (e anche psicologica) di un giocatore tornato in campo solo un mese prima del Mondiale, dopo uno stop di due anni, sono più che motivati.

 Questo è il clima in cui inizia l’avventura azzurra in Spagna. La situazione peggiora ulteriormente quando i primi risultati danno ragione ai contestatori: nella prima fase a gironi, la squadra non va oltre tre pareggi ( 0-0 con la Polonia, 1-1 contro Perù e Camerun). Gli 11 in campo sembrano privi di idee e di qualsiasi determinazione. La ferocia delle critiche nei confronti di CT e Pablito costringono ad imporre la novità del silenzio stampa.

È una bestemmia mandarlo in campo. In queste condizioni un atleta si spedisce in montagna. C’è da chiedersi quali conoscenze di sport abbia gente convinta di poter cavare qualcosa da un atleta ridotto nelle condizioni di Rossi. 

Ma poi arriva la svolta, quella in cui nessuno credeva più, neanche i più utopisti.

Nella sfida contro il fortissimo Brasile, nella seconda fase a gironi, arriva il primo gol di Pablito, a cui ne seguiranno altri due nella stessa partita. 3-2 per l’Italia, tripletta di Rossi. 

Il primo gol al Brasile, lo ricordo come il più bello della mia vita. Non ho avuto il tempo di pensare a nulla: ho sentito come un senso di liberazione. È incredibile come un episodio possa cambiarti radicalmente: niente più blocchi mentali e fisici. Dopo quel gol, tutto è arrivato con naturalezza. (Paolo Rossi)

Da quel momento inizia un altro Mondiale. Paolo segna altri due gol in semifinale contro la Polonia e spalanca le porte per la finale del Santiago Bernabéu, contro la Germania Ovest.

La partita, finita per 3-1, dimostra la superiorità e la maggiore compattezza degli azzurri, facendo risaltare le intuizioni di Bearzot di schierare titolari Lele Oriali e soprattutto il ventenne Beppe Bergomi. Quest’ultimo è infatti protagonista nel gol del 2-0 di Marco Tardelli, che esulterà con un urlo liberatorio diventato poi il simbolo non solo di quella competizione, ma, in generale, dello spirito e della passione calcistica del popolo italiano. E della capacità di non arrendersi mai.

marco tardelli esultanza

Dal tribunale al tetto del mondo

Una situazione simile, forse ancora più grave, si presenta, 24 anni dopo, alla vigilia dei Mondiali 2006, in Germania. Dopo mesi di indiscrezioni in cui già si presagiva che sarebbe successo qualcosa di terribile, il 2 maggio iniziano ad essere pubblicate le prime intercettazioni telefoniche, che daranno vita al processo giudiziario più famoso dello sport italiano, quello di Calciopoli. Le indagini rivelano una fitta rete di contatti e di accordi tra i diversi organi calcistici: la FIGC di Franco Carraro, l’AIA (Associazione Italiana Arbitri), il consiglio di amministrazione della Juventus, capeggiato dalle figure di Luciano Moggi e Antonio Giraudo, nonché altre società, come Milan, Fiorentina e Lazio. L’accusa attribuita ai dirigenti è quella di aver influenzato i risultati di diverse partite, tramite pressioni su giocatori e arbitri. Ruolo chiave della vicenda è stato quello svolto dalla GEA, una potente società di procura diretta da Alessandro Moggi, figlio di Luciano, avente come assistiti diversi calciatori di Serie A e B.

La notizia sconvolge l’intero mondo sportivo: per squadre come la Juventus si parla di radiazione o di retrocessione in chissà quale categoria (alla fine scenderà in Serie B).

Anche la Nazionale, pronta ad affrontare la Coppa del Mondo subisce l’onda d’urto dello scandalo. Franco Carraro si dimette e al suo posto viene nominato un commissario straordinario, Guido Rossi. Gianluigi Buffon è indagato, quindi la sua convocazione rimane incerta. Molti chiedono a gran voce il licenziamento del CT Marcello Lippi, visto il coinvolgimento del figlio Davide, socio e amico di Moggi Jr.

Ma Guido Rossi è chiaro: fiducia al mister. Il quale, da parte sua, sa bene come comportarsi. Dal primo allenamento cerca di costruire uno “schermo” protettivo per difendere i 23 convocati dalla tempesta che avveniva all’esterno. In più, dribblando le domande dei giornalisti riguardanti l’argomento scommesse, continua a ribadire che “tutti i guai che stanno avvelenando il calcio italiano finiranno per essere un catalizzatore di energia”.

E, come sappiamo tutti, così sarà.

Nonostante, ancora una volta, le iniziali critiche (come quelle seguite al pareggio con gli Stati Uniti), il torneo dell’Italia sarà spettacolare. Gigi Buffon da bersaglio diviene eroe: due soli gol presi (un autogol di Zaccardo e il rigore di Zidane in finale), più una storica parata su un colpo di testa dello stesso francese. Il capitano Fabio Cannavaro si conferma come il difensore (e non solo) più forte al mondo, vista la vittoria del Pallone d’oro. Nesta, infortunato, viene sostituito da Marco Materazzi, l’azzurro più decisivo in finale, con il gol e la testata ricevuta da Zidane. Fabio Grosso, terzino del Palermo, sblocca la semifinale contro la Germania al 119’ e segna il quinto e ultimo rigore in finale. Da non credere. 

Una squadra completamente fuori da ogni schema e logica, come dimostra la folle azione che porta al 2-0 di Del Piero in semifinale, al 121’. Nel momento in cui tutte le squadre si sarebbero chiuse in difesa del prezioso vantaggio. Solo pensandoci, è inevitabile sentir partire le voci di Caressa e Bergomi in sottofondo. Sì, Bergomi, presente ancora una volta, adesso dalla tribuna stampa.

Il cielo è azzurro sopra Berlino.

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Il cielo è stato azzurro su Madrid e Berlino, quando nessuno se l’aspettava. Quando tutti erano concentrati a puntare il dito e a criticare, quando le difficoltà e le tempeste che scoppiavano all’esterno volevano avere il sopravvento.

Ma l’Italia ha saputo dimostrare di esserci, ha trasformato quei fischi e quelle avversità in stimoli per esprimere al meglio le proprie qualità. Anzi, ancora di più. Perché a guidarli non c’erano solo le capacità tecniche e quelle tattiche, ma qualcosa di più grande: quello spirito inspiegabile a parole, che si può riassumere solo nell’immagine dell’urlo di Tardelli.

Ecco perché Mancini e i suoi ragazzi partiranno con una marcia in più in vista dell’Europeo. Troppo spesso negli ultimi mesi l’Italia ha vissuto momenti terribili, di paura e di apprensione, e sta attraversando un momento di crisi epocale. Stavolta anche, e soprattutto, al di fuori dell’ambito calcistico. Anche le altre nazioni stanno attraversando la pandemia di Covid-19 e le relative conseguenze, ma credo che nessuna porti sulle spalle un carico emotivo così grande come quella italiana. Il calcio è stato da sempre considerato l’oppio dei popoli, una distrazione inutile utilizzata dai poteri forti per camuffare la realtà difficile e ingiusta in cui la gente vive. Ma ora più che mai abbiamo bisogno di quella maschera, di quel velo che possa strapparci un sorriso. O un urlo di gioia. E la Nazionale italiana sa sempre come fare.

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Autore

Salentino classe 2001, fantasioso più che fantasista e non particolarmente dotato tecnicamente. Da qui la scelta di godersi il calcio dalla prospettiva del commento. Oggi studia Lettere Moderne presso Unibo, ma ciò che lo farebbe sentire veramente realizzato sarebbe vivere della sua passione.

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