L’Inter che in classifica guarda dall’alto la Juventus è durata tre minuti, il tempo che Dybala impiega per incrociare sul secondo palo la palla dell’uno a zero bianconero. Da lì in poi è Golia (la Juventus) a guardare dall’alto verso il basso Davide (l’Inter).

Gap enorme

La Juventus non lascia le briciole, figuriamoci il trono. A chi si aspettava di vedere la regina abdicare, prego ripassare. A San Siro non c’è stata storia, se non quella che si ripete anno dopo anno: Juventus che domina e trionfa, Inter che soffre e arranca.

Vince chi costruisce (Juventus) e non chi porta palla (l’Inter). Ha la meglio chi aggredisce alto (la squadra di Sarri) e non chi arriva in ritardo sulle seconde palle (i ragazzi di Conte). Si aggiudica il match chi pesca il jolly da un vasto mazzo di carte (Higuain) e non chi fa di necessità virtù (Vecino e Bastoni per Sensi e Godin, infortunati). In altre (e poche) parole: vincono i più forti. Da sempre una legge del calcio. Ma andiamo con ordine.

Il match

Prima di arrivare all’uva (i tre punti), i lupi bianconeri prendono sotto controllo le viti  (le chiavi del match): 4-3-3, linea difensiva a ridosso della metà campo e le tre punte a pressare a uomo sui tre centrali nerazzurri. L’Inter, così soffocata, si vede costretta a trovare i suoi attaccanti solo per vie aeree. Ma la tattica del buttare palla su non porta i suoi frutti: Lukaku e Lautaro, lasciati soli nella vasca dei piranha bianconeri, finiscono per ingigantire la statistica dei palloni persi.

L’unico scorcio di sole in una serata di tuoni l’Inter lo trova dagli undici metri, col rigore che con freddezza trasforma Lautaro. E se la Juventus sposa la filosofia del bel gioco, l’Inter va incontro alla legge di Murphy («Se qualcosa può andar male, lo farà»): prima si infortuna Sensi, poi Godin. A corto di cambi e di fiato, i nerazzurri continuano sulla falsariga della partita da spettatore non pagante, fino a quando il film già visto (col copione, per colpa dell’Inter, mai imparato) della sentenza argentina che cala il sipario su San Siro.

La storia si ripete

La Juventus è ricca, non solo di portafoglio. È ricca perché ha tutto quello a cui si può ambire: il Gioco di Sarri, la fame di Conte, il talento dei titolari e dei panchinari. “Quando il sarrismo entrerà nelle vene dei bianconeri, la Juventus inizierà a fare davvero paura”. Detto fatto. I lampi di gioco visti solo a sprazzi ad inizio campionato sembrano già un lontano ricordo.

L’Inter, dal canto suo, dopo Barcellona sbaglia il secondo esame. Il Camp Nou aveva dato una sentenza (nerazzurri non all’altezza) e una lezione (l’importanza delle panchine lunghe). San Siro lo ha riconfermato, in toto. Dopo Vidal e Dembelè, ecco Higuain. Le lunghe panchine fanno vincere nel lungo periodo. E mentre Conte si arrangia con quel che può, Sarri estrae l’asso dal mazzo di carte (Higuain per Bernardeschi) e l’argentino tira fuori il coniglio dal cilindro (il goal da tre punti).

La Juventus vince e ritorna, da capolista, a vedere il mondo a colori. L’Inter, dopo Barcellona, resta ancora in bianco. E questa volta si aggiunge un po’ di nero…

 

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Autore

Classe 2000. Capisce da piccolo di aver più cuore che tecnica: smette con il calcio giocato e passa a teorizzarlo. Oltre a pensare di riempire la pancia, cerca di colmare l’anima vivendo di sport e valori morali, che non gli danno da mangiare ma lo fanno arrivare a posto con sé stesso ai pasti

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