CALCIO ESTERO

La Cina del pallone

Una versione piuttosto accreditata riguardo l’origine dei piani di sviluppo del calcio in Cina affianca due nomi apparentemente distanti tra loro e senza il benché minimo punto di contatto. Stiamo parlando di Xi Jinping, segretario generale del Partito Comunista Cinese e Presidente della Repubblica popolare cinese, e Totò Schillaci, attaccante che raggiunse l’apice in carriera durante le notti magiche di Italia ’90. È sufficiente una ricerca sul web per vederla ripresa da più fonti e raccontata grosso modo allo stesso modo. E non vogliamo certo sottrarci. Il nesso è presto spiegato.

Il bomber siciliano, superata la sbornia mondiale e a valle di una parentesi poco soddisfacente in maglia Inter, fu tra i primi campioni occidentali a scegliere la via dell’Oriente. Più precisamente quella del Giappone e in particolare dello Jubilo Iwata, che introdusse Totò in J. League nella seconda metà del 1994, accogliendolo da star, e venendo ripagato da 56 reti in 78 partite, diverse delle quali valsero anche un titolo nazionale nel ‘97. Il palmarès dell’attaccante palermitano, però, c’entra parzialmente. È solo a un suo gol dal dischetto contro i Verdy Kawasaki infatti che viene fatto risalire, tra cronaca e leggenda, il momento in cui Xi Jinping – allora 41enne – prese coscienza del ruolo strategico del calcio come veicolo economico, commerciale e politico.

Schillaci (in basso a destra) e le Glorie Azzurre in un'amichevole contro la selezione della J-League
Schillaci (in basso a destra) e le Glorie Azzurre in un’amichevole contro la selezione della J-League (Fonte: Imago Images)

Il resto lo hanno fatto probabilmente la partecipazione al Mondiale del 2002, favorita a dirla tutta dalla mancanza di Giappone, Corea del Sud (entrambe nazioni ospitanti) e Australia nei gironi asiatici di qualificazione alla Coppa, e la consapevolezza delle potenzialità – se non altro statistiche – offerte da un Paese di 1,4 miliardi di persone, se ben indirizzate verso la pratica di una disciplina così celebre in tutto il pianeta.

E così il calcio è entrato ufficialmente nell’agenda di governo a partire dal 2016. Un programma che, non a caso, Xi Jinping ha presentato parlando dei “tre sogni della Coppa del Mondo“, ovvero degli obiettivi di tornarci quanto prima, ospitarne un’edizione e arrivare a vincerla. Un piano che si colloca tra due date: il 2030 e il 2050, ventennio nel quale la Cina intende imporsi come una delle migliori nazionali asiatiche e tra le più forti al mondo.

Numeri e piani

I piani governativi, dunque, sono stati indirizzati su due fronti in particolare: la promozione della pratica calcistica, soprattutto tra le nuove generazioni, e la realizzazione di infrastrutture per provare ad accogliere e raggiungere fasce di popolazione sempre più ampie. Piani che trovano sostanza e rappresentazione soprattutto attraverso tre numeri: 20.000, come le accademie che la Repubblica popolare cinese intende istituire, 70.000, come i campi da gioco attesi, e 30 milioni, corrispondenti agli studenti divisi tra scuole primarie e secondarie da avviare al calcio.

I campi, in particolare, sono stati preferiti piccoli, in erba sintetica, a uso non esclusivo ma aperti al pubblico, e il più possibile vicino ai centri abitati: presupposto quest’ultimo non agevole, in considerazione del sovraffollamento dei centri urbani cinesi. Un accorgimento che si va ad aggiungere ad altri, soprattutto rivolti all’ambito scolastico, per far passare il messaggio che la pratica sportiva non sia una perdita di tempo e che nel tempo libero ci sia spazio anche per un altro sport da praticare in strada, oltre al basket e al ping pong.

C’è, però, un altro numero di rilievo e che riguarda, in particolare, una lacuna non secondaria nella macchina organizzativa del calcio in Cina: il riferimento è alla mancanza di allenatori qualificati. Un problema, per ovviare al quale, il Partito Comunista ha provveduto ad assumere professionisti europei che negli ultimi anni hanno contribuito a formare circa 60.000 preparatori qualificati. Un processo che, a più alti livelli, si è tradotto in un’infornata di tecnici, soprattutto italiani, che da un lustro a questa parte hanno movimentato la Super League cinese.

Lo scorso anno gli italiani sotto contratto erano Fabio Cannavaro che, accompagnato in panchina dal fratello Paolo, ha vinto il campionato con il Guangzhou, e Roberto Donadoni. Prima di loro, sotto la Muraglia, si sono visti anche Fabio Capello, Alberto Zaccheroni, Ciro Ferrara e soprattutto Marcello Lippi. Proprio l’ex ct della Nazionale italiana ha trovato in Cina una seconda casa e una seconda giovinezza: con il Guangzhou vince tre campionati, una coppa nazionale e la prima Champions League asiatica di una squadra cinese; a seguire, poi, arriva anche la chiamata della Nazionale cinese, dove resta per tre anni ricoprendo anche il ruolo di direttore tecnico.

Fabio (in primo piano) e Paolo (sullo sfondo) Cannavaro al Guangzhou Evergrande
Fabio (in primo piano) e Paolo (sullo sfondo) Cannavaro al Guangzhou Evergrande (Fonte: Getty Images)

El Dorado del pallone

Gli allenatori non sono gli unici ad aver varcato i confini cinesi per contribuire all’affermazione del calcio come sport nazionale: attratti da ingaggi da favola, sono soprattutto i calciatori ad aver acceso un faro mondiale sulla Chinese Super League. La scorciatoia scelta dalla federazione per rendere immediatamente competitivo il campionato e far crescere contestualmente movimento e interesse di un’intera Nazione.

E se all’inizio questi flussi internazionali coinvolgevano soprattutto giocatori a fine carriera, come già in Giappone e in America in epoche diverse ma pur sempre recenti, con il passare degli anni si è assistito al tentativo delle società di alzare l’asticella puntando giocatori all’apice della carriera. Un tentativo riuscito, come hanno dimostrato gli arrivi di elementi del calibro di Oscar (25 anni), Alex Teixeira (26), Ramires (28), Witsel (29), Pato (27), Gervinho (28), El Shaarawy (26), che si sono andati ad aggiungere ai vari Hulk (che a dicembre, dopo oltre cinque anni che lo hanno trasformato in un assoluto idolo per i cinesi, ha annunciato che non rinnoverà il contratto con lo Shanghai SIPG), Paulinho, Jackson Martinez, Modeste, Arnautovic, Hamsik, Lavezzi e il nostro Pellè, giocatori più maturi (quasi tutti trentenni), ma ugualmente con molte stagioni davanti a sé.

Un El Dorado del pallone che ha iniettato fiumi di denaro nelle casse delle società di appartenenza dei suddetti giocatori (si pensi ai 60 milioni incamerati dal Chelsea per Oscar, o ai 56 circa dello Zenit per Hulk) e arricchito gli stessi con stipendi “irrinunciabili”.

Decisioni che all’inizio alcuni calciatori hanno provato a motivare nei modi più inverosimili e il più delle volte ipocriti (tra chi chiamava in causa le scelte di vita e chi provava a porre l’attenzione sul “campionato affascinante, in rapida crescita, comunque competitivo“, ecc), salvo poi optare per un più apprezzabile bagno di onestà. Più sinceri soprattutto gli arrivi di “seconda generazione”.

Oscar, in particolare, non ha lasciato spazio a dubbi dicendo pane al pane e vino al vino, generando grande buz, soprattutto sui social media.

Tutti i giocatori che accettano la Cina lo fanno per guadagnare tanto e aiutare la propria famiglia. Mi criticano per la mia scelta, ma io non voglio fare come quei calciatori che vivono di ricordi, voglio solo non essere povero quando sarò vecchio.

Un'esultanza di Oscar in maglia Shangai SIPG
Un’esultanza di Oscar in maglia Shangai SIPG (Fonte: Getty Images)

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Alex Witsel, nel frattempo rientrato in Europa alla corte del Borussia Dortmund, che parlando della sua preferenza per l’Oriente, nonostante la corte serrata della Juventus, nel 2017 disse:

Una scelta molto difficile perché da una parte c’era una grandissima squadra e un top club come la Juventus, ma dall’altra c’era un’offerta irrinunciabile per il futuro della mia famiglia.

E come dargli torto considerando i 18 milioni netti a stagione per quattro anni, con l’aggiunta di due di bonus al momento della firma?

Il calcio in Cina dà i primi scricchioli?

L’epoca delle vacche grasse, però, sembra agli sgoccioli, o comunque in rapida evoluzione verso una dimensione meno “dopante” per il mercato e meno rischiosa per le casse societarie dei club. La federazione cinese, infatti, ha introdotto un tetto per i salari e ridotto a quattro il numero degli stranieri tesserabili per squadra, con un limite di tre schierabili contemporaneamente.

Il flusso di arrivi resta costante, ma se non altro calmierato in termini economici. Peraltro, le spese degli ultimi anni hanno anche sortito effetti devastanti su tutto il movimento; la Chinese Football Association ha annunciato che quasi il 20% delle squadre di calcio professionistiche del Paese sono state squalificate per difficoltà finanziarie.

Sono undici in tutto su un movimento che ne conta 64: quattro di seconda divisione e sette di terza, a cui si aggiungono il Tianjin Tianhai (ex squadra allenata da Cannavaro, nelle cui fila ha militato anche l’ex milanista Pato) e il Liaoning FC di Super League che hanno manifestato evidenti difficoltà finanziarie, tanto da alzare bandiera bianca al momento di dover corrispondere gli stipendi.

Sarà anche per questo che il governo cinese punta a strutturare un movimento che possa auto-finanziarsi e raggiungere l’indipendenza economica. L’obiettivo è creare un’industria del calcio, come avviene soprattutto in Occidente, che diversifichi l’economia, crei nuovi consumi e al contempo posti di lavoro.

Una dimensione che avrebbe un bacino potenziale di circa 300 milioni di cinesi, gli stessi che – a detta di un recente studio – avrebbero guardato il calcio almeno una volta a settimana nell’ultimo anno. Di questi, circa 250 milioni hanno indicato questa disciplina come la loro preferita ed è a loro che il governo cinese guarda per un nuovo importante sviluppo.

E con quella base, in caso di riuscita, ci sarebbero pochi rivali al mondo.

I giocatori della Cina festeggiano una vittoria contro Hong Kong
I giocatori della Cina festeggiano una vittoria contro Hong Kong (Fonte: Getty Images)
Autore

Barese di nascita, milanese di adozione, bolognese per lavoro. Neo-papà di Carlotta e marito di Valentina. Come chi nasce al mare ho solo tre lati e una mente aperta. Comunicatore aziendale, appassionato di fantacalcio, un trascorso da giocatore/coach di basket, ora runner.

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