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CALCIO ESTERO

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Le mezze stagioni non ci sono più, si stava meglio quando si stava peggio e i 31 anni di oggi non sono più quelli di ieri. Robert Lewandowski, venerdì sera, ha polverizzato la difesa dell’Hertha infilando la consueta doppietta e dimostrando che l’età è solo un numero. Scatti, bordate, cattiveria, reattività ed estrema lucidità: il polacco, superata la soglia dei 30, non sembra aver perso il suo smalto, ma, nolente o volente, dovrà iniziare a fare i conti con l’avvicinarsi del periodo di declino, con gli ultimi due-tre anni della sua carriera da top player.

I 17 trofei (tanti, tantissimi) di squadra “bastano” a consacrarlo fra i migliori giocatori del ventunesimo secolo? O forse, solo forse, il palmares di Robert cela un lato oscuro mascherato e insabbiato dai fiumi di gol siglati ogni anno?

(Quasi) nessuno lo conosceva quel sabato 22 luglio di due anni fa; a Shenzhen, il Milan batteva per 4-0 il Bayern di papà Carlo Ancelotti: esordiva Bonucci ed i nuovi acquisti Kessie e Çalhanoğlu facevano illuminare gli occhi dei tifosi rossoneri. Il protagonista di quell’amichevole di fine luglio, però, era un altro. Veniva dalla Primavera ed era un vero Diavolo, con il rossonero che scorre nelle vene: il figliol prodigo, Patrick Cutrone.

Ora ci dovete dare tempo, possiamo vincere il titolo in quattro anni. Se non sarà così andrò ad allenare in Svizzera.

Semplice, schietto e sorridente. Il Klopp dell’ottobre 2015 non è poi tanto diverso da quello di oggi.

Arrivato in una delle panchine più prestigiose del mondo, si ritrova al dodicesimo posto in campionato in una situazione, sportivamente parlando, quasi drammatica. Lo scivolone e l’abbandono di Steve-G, il campionato perso per un soffio e una rosa che, con ogni probabilità, aveva speso ogni energia la stagione appena passata.

Quante volte vi è capitato sentir dire “ma che modi strani che hanno questi musulmani”? Certo, pregare cinque volte al giorno o digiunare per buona parte delle giornate nell’arco di un mese sono abitudini neanche lontanamente vicine alla cultura dei popoli occidentali. Capita di vedere islamici nelle ore più calde del giorno prendere un tappetino, rivolgersi verso la Kaʿba (il luogo sacro dell’islam) e pregare. Pregano, pregano e pregano, ovunque: nei parchi, nei cantieri, in centro città, ad Anfield. Sì, un musulmano prega anche ad Anfield.

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