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La nostra vita comincia a finire il giorno in cui restiamo in silenzio sulle cose che contano“. Parole non banali.

Adesso non importa chi le abbia pronunciate, lo sveleremo dopo parlando del personaggio in questione. Adesso, ciò che ci interessa, è riflettere su queste parole. E su quello che sta avvenendo in Turchia.

Ma quali sono le cose che contano?

Arrigo Sacchi dice che “il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti”. Lo sport, in generale è un qualcosa che conta. Capace di spostare equilibri e determinare dinamiche, anche a livello socio-economico. Ma il calcio ancora di più. Il calcio muove le masse, lavora su numeri elevatissimi rappresentando un veicolo potentissimo anche sotto il punto di vista politico.

Quello che sta succedendo nello stato invisibile del Kurdistan è un qualcosa su cui non si può stare in silenzio. Rischiamo di far finire la nostra vita, perché restiamo in silenzio su un qualcosa che conta.

Il genocidio di cui Erdogan (e la Turchia) si sta rendendo protagonista, reprimendo un popolo capace di combattere l’ISIS (per conto dell’Europa tutta) nelle regioni del Kurdistan, è un qualcosa su cui le forze internazionali non possono tacere.

Essere uno sportivo in Turchia

Il comportamento e la vicinanza che i calciatori della selezione nazionale turca stanno mostrando in questi giorni nei confronti dei recenti fatti bellici hanno fatto molto discutere.

Si fa presto a giudicare dall’esterno. Il saluto militare con cui appoggiano l’avanzata turca contro i Curdi è certamente un gesto di dubbio gusto. Essere un rappresentante della bandiera turca però oggi può rappresentare un peso. Un’onore, quello di vestire la maglia della propria nazione, trasformatosi in un duro prezzo da pagare. La mancata libertà di pensiero e la repressione della mente.

Non lo sappiamo per certo, ma non possiamo escludere la difficoltà dei calciatori di mostrare opposizione alle volontà del governo.

D’altronde abbiamo esempi diversi che dimostrano che avere un pensiero contrastante e andare contro le volontà di Erdogan sono diventate negli anni azioni che hanno un prezzo da pagare elevatissimo. Torniamo alla prima frase, e più puntualmente al soggetto che l’ha pronunciata.

La nostra vita comincia a finire il giorno in cui restiamo in silenzio sulle cose che contano.

Enes Kanter è stato fino a qualche stagione fa un buon giocatore NBA. Lo è ancora, oggi ai Boston Celtics. Ma da qualche anno la sua carriera sportiva è passata in secondo piano rispetto alle vicende politiche che lo hanno coinvolto.

La sua storia (raccontata magistralmente da La Giornata Tipo) fa capire perché i calciatori turchi si sentano obbligati a stare dalla parte di Erdogan, e quale paura può affliggerli nel solo pensare di esprimere il loro vero pensiero nei confronti del loro dittatore.

Sport & Politica

La commistione tra sport e politica è sotto gli occhi di tutti. Gli atleti, oggi, grazie al gran seguito che hanno online e offline diventano dei veri e propri rappresentanti politici di questa o quella fazione.

Nelle ultime settimane, oltre al caso Turchia, il mondo dello sport è stato scosso da un altro fatto non di minore rilevanza. Siamo dall’altro lato dell’oceano, nel magico mondo della NBA. Il campionato di basket più famoso al mondo sta fronteggiando un avvenimento, diventato politico, molto delicato.

Houston, abbiamo un problema.

Il tweet di Daryl Morey, uno dei più stimati GM della lega, ha messo in difficoltà la sua squadra (i Rockets) e tutto il mondo NBA. La sua posizione, espressa in maniera indipendente e tramite il suo profilo personale Twitter, ha creato non poco scompiglio nei rapporti con la Cina. Minando anche la popolarità dei Rockets costruita nel corso degli ultimi 20 anni anche grazie al campione Yao Ming.

Tweet di Daryl Morey

La reazione della Cina non si è fatta attendere. Houston Rockets oscurati in TV e sponsor americani eliminati dal campo in segno di protesta contro le parole del GM Morey.

Altro esempio di come lo sport abbia grande influenza su quelle che sono le politiche e le dinamiche sociali a livello internazionale.

Ancora la Turchia

Tutto il mondo deve schierarsi contro la Turchia. Non possono farlo i calciatori turchi. Lo dimostrano il caso Kanter e anche altri esempi come quello di Hakan Sukur. L’ex attaccante dell’Inter e del Galatasaray è costretto a vivere a Palo Alto dopo aver provato a dissentire con le posizioni di Erdogan tramite un tweet nel 2015. Totale mancanza di libertà di pensiero e di opinione. Totale repressione.

Per tale ragione, oggi, essere un calciatore turco somiglia tanto ad essere un calciatore dello Zaire nel 1974. La paura nei confronti di Mobutu (che spinse Ilunga a respingere la punizione di Rivelino in maniera “inconsueta”) tanto somiglia a quella che oggi un rappresentante della bandiera turca può provare nei confronti di Erdogan.

E allora, dove non possono arrivare i calciatori devono arrivare le istituzioni.

Quale la scelta migliore per colpire realmente la politica di (M)Erdogan (come definito da Travaglio ieri su Il Fatto Quotidiano)?

Bisogna isolare la Turchia. E bisogna farlo con gesti concreti. L’intervento della politica (fine a se stesso) di ritirare la fornitura di armi è un primo passo ma ancora insufficiente.

La necessità è quella di isolare economicamente il governo turco. Con decisioni politiche e con la possibilità di utilizzare lo sport come veicolo.

Via la finale di Champions da Istanbul!

Ma soprattutto via la Turchia dall’Europeo 2020. Una scelta forte, coraggiosa, politica. Perché anche lo sport è politica. E il suo potere deve essere utilizzato nel modo giusto. Non possiamo pensare che i giocatori turchi si schierino contro Erdogan. Non possono farlo. E allora devono intervenire le istituzioni con scelte forti che lascino il segno.

Per avere ancora fiducia nello sport, e nel calcio. Sognando un’altra Danimarca.

Come in quell’Europeo del 1992 in cui Laudrup e Schmeichel fecero sognare la Sirenetta di Copenaghen. Qualificandosi alla competizione grazie all’esclusione della Jugoslavia per ragioni belliche.

Perché alla fine il calcio vince sempre sul male!

Autore

Classe 1993. Nato a Messina (Sicilia) lo stesso giorno di Cristian Zapata e Gabigol. Eredidando dal primo la vena realizzata e dal secondo la capacità di difendere. La prima volta allo stadio? Messina-Ternana, 1-1. Goal su punizione di Buonocore e pareggio di Miccoli. Ma vi assicuro che il primo avrebbe potuto fare più strada del secondo

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