Tempo e rimpianto. Due concetti che scandiscono la vita dell’uomo. Distanti ma vicini. Diversi ma così uguali. Il secondo deriva, in un certo senso, dal primo come risultato di un cocktail fatto di indecisione, scelte sbagliate e sfortuna. Tempo e rimpianto. Del primo ne hai un tremendo bisogno, del secondo vorresti decisamente farne a meno. Entrare nell’infinito tunnel dei “se” e dei “ma”, infatti, bolla l’uomo come incompiuto, debole o sfortunato, aggettivi e sentenze che nessuno vorrebbe vedere accostato alla sua persona. Tempo e rimpianto. Due concetti che Alexandre Pato conosce bene, odia e detesta con tutto il cuore.

Il primo lo tormenta da tutta la vita, il secondo lo ha conosciuto nel 2014 e non la ha più mollato (e forse non lo mollerà mai più). Il concetto di rimpianto nasce e deriva a fronte di una presenza abbondante e visibile di talento e Pato di certo ne era rappresentazione pura e naturale. Tanto le sue qualità erano scintillanti, nette e assolute quanto la sua caduta è stata un precipitare. Oggi al raggiungimento della soglia dei 30 anni arrivano i primi bilanci: duri, malinconici e crudeli. Nella malinconia che infesta chi, come me, ha avuto il piacere di ammirarlo dal vivo e ne era calcisticamente innamorato, è giusto celebrarlo e condannarlo per le sue imprese e per i suoi errori.

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Riserva di lusso, quest’oggi, racconterà la sua storia proprio tramite le diverse tappe del tempo della sua vita: dalla gioventù, alla consacrazione alla sua triste caduta. Perché tutti devono sapere quello che Pato sarebbe potuto essere ma che non è mai stato.

Un dribbling alla sfortuna 

Pato Branco è una cittadina nello stato del Parana, al confine tra Argentina e Paraguay. 760 metri sopra il livello del mare, agricoltura e duro lavoro sono la costante di una popolazione dedita più alle fatiche che ai piaceri. Il calcio è amato ma non ai livelli del morboso attaccamento brasiliano, la samba è ballata ma non è uno stile di vita. Insomma Pato Branco è un’oasi di tranquillità e di sacrificio, in un paese come il Brasile fatto di sfrenato e coinvolgente divertimento. Alexandre, come i suoi coetanei, aiutava i nonni nella raccolta delle arance e dei limoni. Ma in maniera leggermente diversa: a 5 anni, infatti, si divertiva, infatti, a palleggiare e a riempire le ceste dei frutti con vere e proprie acrobazie.

I prodigi e le magie dei frutteti, vennero preste portate sui campi di calcetto dove Pato cominciò a dare spettacolo. Le sue movenze, eleganti e grezze, ma soprattutto il suo baricentro basso gli valsero a soli 8 anni il soprannome di una vita: papero. Coincidenza vuole, tra l’altro, che il suo nomignolo sia un toponimo: in brasiliano, infatti, papero è traducibile con Pato, il suo cognome e al tempo stesso il suo luogo natale. Il talento di Alexandre imbarazza compagni e avversari che, per questo, non gli risparmiano dure entrate. Proprio dopo una di queste dure scivolate Pato si rompe un braccio. Pochi mesi dopo, in un contrasto simile, si frattura ancora una volta l’arto nello stesso punto. La stranezza del fatto porta la famiglia a sottoporlo a degli esami che scoprono la presenza di un tumore osseo. La gravità della malattia porta inizialmente all’ipotesi di amputazione dell’arto, poi all’operazione. La famiglia, molto povera, non ha soldi e per questo il medico di famiglia decide di operare gratis. Gli salverà la vita.

L’ardua povertà e la dura prospettiva del tumore costringono Pato a crescere velocemente dribblando problemi, sfortune e false illusioni. Come quella data dal Gremio, la sua squadra del cuore. Il piccolo Pato, infatti, fu chiamato per un provino dalla celebre squadra brasiliana che si trovava però a 600 km da casa sua. Il lungo viaggio, compiuto con il padre, fu possibile grazie alla vendita di un prezioso terreno; durante il viaggio, tuttavia, i due scoprirono che il Gremio non offriva né vitto né alloggio ai suoi giocatori, rendendo di fatto l’indebitamento inutile. A dribblare la sfortuna, tuttavia, ci pensò Pato che convinse il padre a farsi provinare dal Porto Alegre. Un salto nel vuoto che funzionò grazie all’infinito talento del ragazzo che per qualità e per fame di arrivare convinse i rossi dell’Internacional a firmarlo immediatamente.

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La metamorfosi di un elegante papero…

Se le qualità calcistiche del ragazzo erano a tratti esagerate, la maturità mentale di Pato era ancora limitata. Viva i (pochi) errori come tragedie, si disperava e cadeva in spirali di negatività da cui soli i gol riuscivano a trascinarlo fuori. Aveva l’esigenza di sentirsi dominante, come se il talento imprigionato nei suoi esili 71 kg non gli bastasse. Gli anni delle giovanili li trascorre compiendo una sorta di scalata fulminea verso la prima squadra: gioca sempre sottoetà risultando, di netto, sempre il più forte e imbarazzando i compagni a fronte delle sue giocate. A 17 anni arriva in prima squadra, pochi giorni dopo esordisce e segna all’esordio contro il Palmeiras oltre a fornire tre assist nella stessa partita. Viene inserito nella formazione della Coppa del Mondo per club che vincerà con l’Internacional, segnando addirittura un gol nella semifinale della manifestazione contro l’Al-Ahly e battendo il record di Pelè quale marcatore più giovane della storia in una competizione ufficiale FIFA (17 anni e 102 giorni, contro i 17 anni e 239 di “O Rei” nel Mondiale del 1958 contro il Galles).

Cose dell’altro mondo, cose da Europa. E proprio nel vecchio continente ci finisce, sempre nel glorioso anno dei 17. A chiamarlo è il glorioso Milan che si presenta in Brasile con 22 milioni di euro che convincono l’Internacional e lo stesso Pato ad accettare la corte rossonera e a declinare quella del Real Madrid. Neanche il tempo di arrivare e il papero segna all’esordio contro il Napoli con uno scavetto d’antologia. Chiude il primo anno a 9 gol in 20 partite e nonostante si trovi dall’altra parte del mondo, si sente a casa. Gli è stato assegnato il posto in spogliatoio tra Maldini e Ronaldo, Ancelotti è come se fosse un papà e i tifosi lo hanno adottato come un fratellino. Le premesse per fare bene sono buone e i primi anni vengono mantenute. Pato nelle stagioni successive acquista consapevolezza in termini di maturità e di intelligenza tattica e, soprattutto, comincia a vincere. L’anno dello scudetto e della Supercoppa, il papero è autore di una stagione incredibile impreziosita da 14 gol e tante, bellissime prestazioni. Ah che giocatore era Pato. Attaccante moderno per completezza, abbinava velocità e potenza. Bomber d’area di rigore ma al tempo stesso altruista con la squadra. Si muoveva in modo incontrollato ma elegante, avendo il pieno controllo della sfera. Aveva un’eleganza innata, sia nel modo di calciare che nello stare in campo.

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Un talento del genere era raro, stupefacente ma tremendamente vulnerabile. Sfortuna e incapacità di rialzarsi saranno per sempre il suo tallone di Achille: una sorta di punizione divina per tanta tracotanza calcistica.

…che si trasformò in un brutto anatroccolo 

“Come è possibile smarrire il talento, una componente che esiste indipendentemente dalle fatiche?

E’ difficile rispondere ad una domanda del genere ma di certo la sfortuna e una difficile capacità di reagire possono aiutarci. Pato era tutto questo: piedi magici e arrendevolismo notevole. Di certo quest’ultimo aspetto non nasce casualmente ma è frutto di una serie di eventi sfortunati diventati una costante. Il calvario del papero comincia, incredibilmente, dopo la sua stagione migliore, quella dello scudetto. A 23 anni cominciano i dannati problemi ai bicipiti femorali, un continuo susseguirsi di infortuni che si estende a tutta la sua muscolatura perfetta quanto fragile. L’inarrivabile e perfetto campione brasiliano si trasforma in un semplice e debole uomo. Prima un mese, poi due, poi addirittura tre e così via, Pato in campo non si vede più ma al contempo è protagonista su riviste e giornali di gossip.

Rifiuta Parigi per amore, salvo un anno dopo ritornare in Brasile al Corinthians per un’esigenza di ritrovare sé stesso. La continua rincorsa al suo alter ego positivo si concretizza in un nulla di fatto: le stagioni positive al san Paolo si inframezzano a quelle negative Chelsea e al Villareal. Pato a 27 anni è un altro uomo, un altro calciatore che per sfuggire ai problemi si rifugia nelle braccia del dio denaro al Tianjin, in Cina: la spiaggia di chi vuole svernare calcisticamente. In ultimo bagliore di lucidità e di saudade, Pato ha deciso a Gennaio di tornare al San Paolo per la seconda volta con l’obbiettivo di risorgere a 30 anni. Troppo tardi o c’è ancora tempo? Solo il tempo lo dirà, noi intanto gli auguriamo tanti auguri con la malinconia di quello che sarebbe potuto essere ma non è stato. E che forse non sarà mai.

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Autore

19 anni, mantovano di origine ma milanese di adozione. Grande amante del pallone, che sia a spicchi o a rombi poco importa. Frequento il primo anno di Scienze Politiche alla statale di Milano cullando il sogno di diventare giornalista sportivo. Mi piace raccontare lo sport in tutte le sue sfaccettature assaporando i suoi aneddoti e i lati più nascosti.

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